Un fiore nasce nei sobborghi

Fabio Cera­vo­lo

No one lives in the slums becau­se they want to. It’s like this train. It can only go whe­re the tracks take it.
Cloud Stri­fe, il mio eroe

Que­sta è la veri­tà, o Ate­nie­si: ovun­que un uomo si sia posto, giu­di­can­do que­sto il suo meglio […] ivi egli deve resta­re, qua­lun­que sia il peri­co­lo da affron­ta­re, non tenen­do in alcun con­to né la mor­te né altro in con­fron­to del­la vergogna.
Socra­te, l’al­tro mio eroe

Ho visto abba­stan­za filo­so­fi per esser­mi fat­to idee inte­res­san­ti sul­la loro con­dot­ta. Essen­do poi il mio cer­vel­lo fug­gi­to per tor­na­re for­se mai più, ho avu­to modo di met­te­re a con­fron­to le mie impres­sio­ni con mol­te real­tà diver­se. Quel­la del ricer­ca­to­re è un’e­spe­rien­za stor­den­te. Ci si occu­pa di un nume­ro sem­pre più ele­va­to di doman­de e pro­ble­mi e, sia chia­ro, nes­su­no di essi ha dav­ve­ro una rispo­sta soddisfacente.

Eppure, si tira avanti. Perché? Di tutte le domande questa è quella che meno mi fa dormire sonni tranquilli.

Per il mio modo di vede­re le cose la rispo­sta è la stes­sa che potre­ste sen­tir­vi dare da altri filo­so­fi: è col­pa del­la mera­vi­glia. Quan­do ci mera­vi­glia­mo sia­mo scos­si e, abban­do­nan­do vec­chie idee, ci dia­mo gran fati­ca di tro­var­ne di più sod­di­sfa­cen­ti. Tut­ta­via, ho impa­ra­to ad abbrac­cia­re la mera­vi­glia pri­ma di cono­sce­re Ari­sto­te­le. A far­me­la incon­tra­re, all’e­tà inno­cen­te di otto anni, è sta­to lo sce­neg­gia­to­re di Final Fan­ta­sy VII, uno spi­ri­to giap­po­ne­se di nome Saka­gu­chi Hironobu.

Final Fan­ta­sy VII non è sta­to il mio Final Fan­ta­sy. Per for­tu­na o sfor­tu­na che fos­se, tra 1998 e il 2001 ave­vo l’a­bi­tu­di­ne di gio­ca­re sva­ria­ti tito­li mera­vi­glio­si a pochi mesi dal rila­scio, per­ché me li pre­sta­va mio­cug­gi­no, eroe video­lu­di­co da anno­ve­rar­si fra i sag­gi più gran­di per aver­mi inse­gna­to che Lui­gi, così come il gio­ca­to­re blu, sono altret­tan­to for­ti e valo­ro­si di Mario e del gio­ca­to­re ros­so. Così FFVII finì nel­le mie mani quan­do ero anco­ra trop­po gio­va­ne. Sep­pi apprez­za­re mol­to di più l’ot­ta­vo capi­to­lo, tra­dot­to in ita­lia­no, prov­vi­sto di una tra­ma strug­gen­te ma mol­to più dige­ri­bi­le e, se pos­si­bi­le, ancor più pie­no del­le ani­ma­zio­ni fle­scio­se e dei vesti­ti biz­zar­ri che ren­de­va­no feli­ci i figli di quei tempi.

Ho dovu­to stu­dia­re più accu­ra­ta­men­te per non ave­re più dub­bi: il set­ti­mo Final Fan­ta­sy non ha riva­li all’in­ter­no del­l’ot­ta­va arte. Ma non inten­do difen­de­re trop­po a lun­go quan­to appe­na det­to. Mi “limi­te­rò” ad evi­den­zia­re le carat­te­ri­sti­che che influi­sco­no sul mio atteg­gia­men­to, sul mio modo di vive­re e stu­dia­re la filo­so­fia e su quel­lo che ho riscon­tra­to in mol­ti filo­so­fi che cono­sco­no il gio­co e anco­ra oggi lo amano.

Il cast gio­ca­bi­le di Final Fan­ta­sy VII come appa­ri­va sul­la locan­di­na al lan­cio euro­peo nel novem­bre 1997. Da sini­stra a destra: Cait Sith, Aerith Gain­sbo­rou­gh, Vin­cent Valen­ti­ne, Yuf­fie Kisa­ra­gi, Red XIII, Cloud Stri­fe, Cid High­wind, Tifa Loc­kheart e Bar­rett Wal­la­ce. La que­stio­ne del­la tra­slit­te­ra­zio­ne ‘Aerith’ (che appa­re nel­la ver­sio­ne euro­pea) o ‘Aeris’ (che appa­re in quel­la ame­ri­ca­na e in King­dom Hearts) dal giap­po­ne­se ‘エ ア リ ス ’ (eari­su) ten­ne in scac­co gli inter­pre­ti per lun­go tem­po pri­ma che la (rifon­da­ta) casa pro­dut­tri­ce risol­ves­se la vexa­ta quae­stio in favo­re di ‘Aerith’ nel lun­go­me­trag­gio Final Fan­ta­sy VII: Advent Chil­dren (2005). (Copy­right: Squa­re Enix©)

Come pri­ma cosa, Final Fan­ta­sy VII non è sta­to mai tra­dot­to (i fran­ce­si lo han­no tra­dot­to, ma quel­li tra­du­co­no tut­to, si sa. Non mi sof­fer­mo sul bri­vi­do cor­so lun­go la mia schie­na quan­do il mio ami­co Pier­re mi dis­se che per lui Aerith era Aerìs). E se ora final­men­te l’in­gle­se ha tro­va­to dif­fu­sio­ne nel­lo Sti­va­le, allo­ra era qua­si sco­no­sciu­to. Ragion per cui FF7 fu un abis­so di incom­pren­sio­ni. Nel pri­mo CD c’è un seg­men­to di tra­ma che può esse­re risol­to recan­do­si a par­la­re con gli abi­tan­ti di una cit­tà in un deter­mi­na­to ordi­ne. Que­sti for­ni­va­no di vol­ta in vol­ta le infor­ma­zio­ni neces­sa­rie per tro­va­re il suc­ces­si­vo. Ma noi dove­va­mo pro­ce­de­re a tasto­ni, per pro­va ed erro­re. Ho un caro ami­co che si chia­ma Mat­teo. Se gli met­te­ste un con­trol­ler in mano e gli chie­de­ste di orien­tar­si in quel luo­go, potre­ste osser­va­re un caso più uni­co che raro di stra­te­gia evo­lu­ti­va in ambien­te igno­to: i dia­lo­ghi non li guar­da più nem­me­no. Quin­di: riso­lu­tez­za e carattere.

Mai arrendersi di fronte alla frustrazione, soprattutto se dopo enorme fatica vi fanno travestire da donna e vi lasciano in balia di Don Corneo, un gangster marpione di basso rango il quale, accortosi della stranezza, vi getta a sua volta all’interno di una botola per darvi in pasto ad una specie di lumaca gigante.

Secon­do, e più impor­tan­te, ho ini­zia­to a pen­sa­re che più la fan­ta­sia è poten­te, più essa è capa­ce di ammor­bi­di­re le nostre pre­te­se sul­la real­tà. “Ok, Fabio è paz­zo”. Eppu­re sen­tia­mo che dice il vec­chio bar­ba (Pla­to­ne) a riguar­do. Pri­ma fa dire a Socra­te — come tut­ti sape­te — di saper di non sape­re, e poi aggiunge:

Né ho smes­so di ricer­ca­re, per­ché anco­ra oggi seguen­do il coman­do del dio inter­ro­go chiun­que mi sem­bri sapien­te, sia esso cit­ta­di­no o mete­co. E quan­do mi accor­go che costui non è affat­to sapien­te, allo­ra dimo­stro la sua igno­ran­za per dimo­stra­re che il dio ha ragio­ne. E a que­sta occu­pa­zio­ne dedi­co tut­to il mio tem­po, così che non ne ho più a dispo­si­zio­ne per atten­de­re ai miei com­pi­ti o a quel­li cit­ta­di­ni, ed essen­do devo­to a ser­vi­re solo il dio, ho scel­to di vive­re in povertà.

Que­sta è l’Apo­lo­gia di Socra­te. Ave­vo già (qua­si) deci­so di stu­dia­re filo­so­fia quan­do la tra­dus­si all’e­sa­me di matu­ri­tà. Allo­ra ebbi anche la pos­si­bi­li­tà di scri­ve­re un com­men­to, ma mi sono trat­te­nu­to (a malin­cuo­re) dal men­zio­na­re Final Fan­ta­sy VII così da assi­cu­rar­mi un alto pun­teg­gio e com­pia­ce­re l’au­to­ri­tà, con­tra­ria­men­te a quan­to Final Fan­ta­sy VII e l’Apo­lo­gia di Socra­te inse­gna­no. Ma se non vi basta Pla­to­ne ci sono anche i Pen­sie­ri di Leo­par­di (LXIV):

Quel­l’ar­te­fi­ce o scien­zia­to o cul­to­re di qua­lun­que disci­pli­na, che sarà usa­to para­go­nar­si, non con altri cul­to­ri di essa, ma con essa mede­si­ma, più che sarà eccel­len­te, più bas­so con­cet­to avrà di se: per­ché meglio cono­scen­do le pro­fon­di­tà di quel­la, più infe­rio­re si tro­ve­rà nel para­go­ne. Così qua­si tut­ti gli uomi­ni gran­di sono mode­sti: per­ché si para­go­na­no con­ti­nua­men­te, non cogli altri, ma con quel­l’i­dea del per­fet­to che han­no dinan­zi allo spi­ri­to, infi­ni­ta­men­te più chia­ra e mag­gio­re di quel­la che ha il vol­go; e con­si­de­ra­no quan­to sie­no lon­ta­ni dal con­se­guir­la. Dove che i vol­ga­ri facil­men­te, e for­se alle vol­te con veri­tà, si cre­do­no ave­re, non solo con­se­gui­ta, ma supe­ra­ta quel­l’i­dea di per­fe­zio­ne che cape negli ani­mi loro.

Per com­pren­de­re come la mode­stia mi spin­ga alla ricer­ca filo­so­fi­ca, dob­bia­mo doman­dar­ci per­ché una fan­ta­sia è fina­le. È cer­to che l’ag­get­ti­vo sia sta­to scel­to da Saka­gu­chi nel 1989 come riman­do al fal­li­men­to che di lì a poco avreb­be col­pi­to la casa pro­dut­tri­ce per cui lavo­ra­va. Final Fan­ta­sy sareb­be sta­to l’ul­ti­mo video­gio­co del­la Squa­re­soft. Che mera­vi­glio­sa coin­ci­den­za, però, che esso abbia anche un signi­fi­ca­to mol­to più appropriato.

La fantasia è finale perché è definitiva, perché non necessita di un completamento. Chi vive in una fantasia finale, molto spesso non richiede alla realtà di sopperire ad essa.

Mode­stia filo­so­fi­ca. Una poké ball, così come un’av­ven­tu­ra nar­ra­ta da Saka­gu­chi Hiro­no­bu, non costa nien­te né ci spin­ge a sod­di­sfa­re pas­sio­ni tur­bo­len­te, come l’a­nar­chia o le auto spor­ti­ve. Caso più dif­fi­ci­le è la ricer­ca del­la pace, ma, per favo­re, con­si­de­ra­te il con­te­nu­to di que­sta imma­gi­ne in sen­so meta­fo­ri­co. Le vostre mam­me avreb­be­ro dovu­to sape­re che non tut­ti i video­gio­chi sono fat­ti per nuo­ce­re e che vi dan­no mol­to di quel­lo che pote­te desi­de­ra­re, ad un costo minimo. 

Mi è chia­ro che l’ar­go­men­to può con­dur­re in luo­ghi peri­co­lo­si. “Corag­gio, non vor­rai mica dire che dob­bia­mo lascia­re che la fan­ta­sia obli­te­ri i nostri desi­de­ri?”. E, in effet­ti, l’o­riz­zon­te inquie­tan­te del­le fan­ta­sie fina­li è che da esse deri­va non solo mode­stia, ma anche rinun­cia. E se la pri­ma è peda­go­gi­ca, una pre­pa­ra­zio­ne ad evi­ta­re sof­fe­ren­ze e sfor­tu­ne nel mon­do in cui già vivia­mo, la secon­da è appa­ren­te­men­te dele­te­ria: una scel­ta di “pas­sa­re” ad un altro mon­do (sem­pre che sia un altro mon­do a tut­ti gli effet­ti – cosa che nes­su­no ha dimo­stra­to). Con la pri­ma con­ti­nuia­mo a pren­der­ci il nostro ape­ri­ti­vo il vener­dì sera (anche se discu­tia­mo di come abbia­mo equi­pag­gia­to Cloud o dichia­ria­mo il nostro amo­re per Aerith ((Sia chia­ro che nes­sun rife­ri­men­to per­so­na­le è sot­te­so a que­st’ul­ti­ma affer­ma­zio­ne.)) ), con­ti­nuia­mo a dedi­car­ci alla car­rie­ra e alla fami­glia, ma non desi­de­ria­mo mai il futi­le. Con la secon­da ini­zia­mo e finia­mo den­tro Final Fantasy.

Io con­fes­so di non sape­re se vi sia un limi­te chia­ro fra mode­stia e rinun­cia, né di sape­re se la secon­da sia dav­ve­ro depre­ca­bi­le. Vi pro­pon­go un caso un po’ pro­vo­ca­to­rio, poi smet­to di pre­me­re l’ac­ce­le­ra­to­re su que­sto tema. Z. è mala­ta ter­mi­na­le di AIDS. Non può sod­di­sfa­re alcun desi­de­rio né è capa­ce del­le azio­ni più ele­men­ta­ri. Vive a sten­to per­ché con­nes­sa ad una mac­chi­na su un let­to d’o­spe­da­le ed è noto ai medi­ci che il tem­po rima­sto­le è mol­to poco. La mac­chi­na annul­la tut­te le sue per­ce­zio­ni e la immer­ge in un mas­si­ve mul­ti­player role-play­ing game da cui esse sono rim­piaz­za­te una a una, con pre­ci­sio­ne asso­lu­ta. Il let­to del­l’o­spe­da­le natu­ral­men­te non è sco­mo­do. Nel gio­co, Z. può par­la­re con la madre e cono­sce­re nuo­vi ami­ci. Ma può soprat­tut­to vive­re avven­tu­re di straor­di­na­ria bel­lez­za, che cir­co­stan­ze più con­sue­te non le riser­ve­reb­be­ro altri­men­ti. Que­sta sto­ria è anche il fina­le, tra i più toc­can­ti che abbia mai visto, di un car­to­ne ani­ma­to su cui mi pia­ce­reb­be scri­ve­re un altro articolo.

Ora atten­zio­ne: non vi chie­do se sia giu­sto con­net­te­re la men­te di una ragaz­za in fin di vita ad un mon­do vir­tua­le. Ciò dimo­stre­reb­be solo che il vir­tua­le può ave­re effet­ti pal­lia­ti­vi in situa­zio­ni in cui azio­ni e desi­de­ri sono sop­pres­si. Vi chie­do se fareb­be dav­ve­ro dif­fe­ren­za con­net­ter­la in cir­co­stan­ze del tut­to ordi­na­rie. Per me, la rispo­sta non è ovvia. Il mare di oppor­tu­ni­tà che nasce dal vir­tua­le non sem­bra esse­re solo un pal­lia­ti­vo che dia­mo a chi è più in dif­fi­col­tà, ma qual­co­sa che cia­scu­no di noi meri­ta, come fu per mol­ti il “sogno ame­ri­ca­no” o come è anco­ra per mol­ti il para­di­so. Ma mi fer­mo qui: for­se le più gran­di avven­tu­re pos­sia­mo anche cer­car­ce­le in que­sto mon­do di fan­go ed è giu­sto che sia così.

La terza cosa che Final Fantasy VII insegna a noi filosofi, oltre alla moderazione e alla tenacia, è la ricerca di imprese grandissime e insperate.

La sto­ria di Cloud è la sto­ria di un eroe e se qual­cu­no mi doman­das­se: “Fair enou­gh, but wha­t’s this final fan­ta­sy all about?”, come il mio rela­to­re una vol­ta, non potrei che rispon­de­re che si trat­ta, alla fine dei con­ti, “solo” di sal­va­re il mon­do. Fare tan­to, o qua­si tut­to, con poco, qua­si nien­te – è que­sto il mot­to dei filo­so­fi e di chi ha gio­ca­to a Final Fan­ta­sy VII. Nel momen­to in cui Cloud incon­tra Aerith per la pri­ma vol­ta, la ragaz­za col­ti­va fio­ri in una pic­co­la chie­sa nei bas­si­fon­di. Se mi capi­ta di ascol­ta­re il tema musi­ca­le che accom­pa­gna quel­la sce­na, anco­ra oggi, mi sal­go­no i bri­vi­di fino alla nuca e cedo ben volen­tie­ri alla com­mo­zio­ne. Pro­ba­bil­men­te ciò avvie­ne per­ché nel­la meta­fo­ra di un fio­re che sboc­cia nei bas­si­fon­di c’è tut­ta la comu­nan­za fra Final Fan­ta­sy VII e la mia formazione.

Per con­clu­de­re, diven­ta­re un filo­so­fo è un arduo desti­no – una tap­pa alpi­na al Tour. Richie­de mode­ra­zio­ne, per­ché se è vero che non si può filo­so­fa­re a pan­cia vuo­ta, quand’anche
si filo­so­fas­se, la pan­cia pie­na cer­to non diven­ta. Ma per for­tu­na Final Fan­ta­sy VII ci ha dona­to la mode­stia e se per esem­pio qual­cu­no doves­se far­vi pre­sen­te che con la vostra lau­rea in filo­so­fia non ci paga­te il “giro di pia­ce­re” a Ban­g­kok, a costui potre­ste rispon­de­re che si pos­so­no ama­re, ma ama­re dav­ve­ro, anche le ragaz­ze di Bru­ghe­rio ((Anche qui, nes­sun rife­ri­men­to personale)).

Diven­ta­re un filo­so­fo richie­de ardi­men­to sia nel­l’af­fron­ta­re le incer­tez­ze del­l’ac­ca­de­mia, che ci for­za a destreg­giar­ci fra i ten­ta­co­li di un’i­stu­ti­zio­ne ingiu­sta e spie­ta­ta come la Shin­Ra; sia nel­la fru­stra­zio­ne del­la ricer­ca, che a vol­te ci impo­ne più osta­co­li di un boss fina­le affron­ta­to al livel­lo 15.
Un appel­lo per con­clu­de­re. Se sie­te là fuo­ri, fate­vi sen­ti­re. Se ave­te obie­zio­ni su que­sto stuc­che­vo­le Sturm und Drang che acco­mu­na filo­so­fi e gio­ca­to­ri di FFVII, scri­ve­te­mi. Se poi pen­sa­te più in gene­ra­le che l’ot­ta­va arte pos­sa esse­re impie­ga­ta per accre­sce­re la nostra for­ma­zio­ne e ren­der­ci miglio­ri, scri­ve­te­mi. Dite­mi cosa ave­te in men­te. Per gio­ca­re un po’ c’è sem­pre tem­po in que­sto mare infi­ni­to di impegni.

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