Wish You Were Here — il capolavoro dei Pink Floyd compie 40 anni

Fede­ri­co Arduini
@FedesArdu

Nono album in stu­dio dei Floyd, pri­mo dopo il leg­gen­da­rio The Dark Side Of The Moon di soli due anni pre­ce­den­te, Wish You Were Here appar­ve sugli scaf­fa­li dei nego­zi del Regno Uni­to per la pri­ma vol­ta il 12 set­tem­bre 1975, esat­ta­men­te qua­ran­t’an­ni fa.

Un disco ricoperto di cellofan nero, nulla che potesse farlo riconoscere, se non un adesivo voluto proprio a questo scopo dalla Columbia Records, che tanto si era opposta a questa decisione del gruppo, inutilmente.

Una scel­ta tal­men­te inu­sua­le che alcu­ni riven­di­to­ri strap­pa­ro­no l’in­vo­lu­cro nero cre­den­do si trat­tas­se di un erro­re, una svi­sta del­la casa disco­gra­fi­ca, rive­lan­do così fin da subi­to la bian­ca coper­ti­na del­l’LP, con al cen­tro quel­la stret­ta di mano tra due uomi­ni d’af­fa­ri — ora così cele­bre — richia­ma­ta nel­l’a­de­si­vo stes­so, ma con un signi­fi­ca­to pro­fon­da­men­te diver­so. Men­tre la stret­ta tra le due fred­de mani robo­ti­che vole­va rap­pre­sen­ta­re l’i­po­cri­sia nasco­sta die­tro a que­sto gesto nel mon­do del­la disco­gra­fia, la stret­ta di mano tra i due uomi­ni inten­de­va mani­fe­sta­re, nel­le fiam­me che con­tor­na­va­no uno dei due, tut­ti quei sen­ti­men­ti che le per­so­ne ten­go­no nasco­sti den­tro di sé, per pau­ra di rima­ne­re “scot­ta­te”.

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La men­te die­tro a que­ste genia­li imma­gi­ni è quel­la di Storm Thor­ger­son, desi­gner e foto­gra­fo bri­tan­ni­co scom­par­so nel 2013, che dopo aver lavo­ra­to con i Pink Floyd per la rea­liz­za­zio­ne di Dark Side (sua la cele­bre coper­ti­na con il pri­sma) li seguì da vici­no negli anni suc­ces­si­vi, poten­do così ascol­ta­re buo­na par­te dei bra­ni che sareb­be­ro diven­ta­ti par­te di Wish You Were Here e com­pren­der­ne appie­no il tema di fon­do, quel tema così per­fet­ta­men­te pre­sen­te nel­le imma­gi­ni che com­ple­ta­no l’art­work del­l’LP: il tema dell’assenza.

Quel­l’as­sen­za, quel­la distan­za che si sta­va sem­pre più crean­do tra i quat­tro mem­bri del grup­po che, tro­va­ta la fama e l’a­gia­tez­za eco­no­mi­ca (per usa­re un eufe­mi­smo) gra­zie al suc­ces­so del pre­ce­den­te album, si tro­va­va­no a pen­sa­re inces­san­te­men­te al sen­so di ciò che sta­va­no facen­do, men­tre dove­va­no rispon­de­re alle pres­sio­ni del­la casa disco­gra­fi­ca e del pub­bli­co, che si aspet­ta­va­no da loro un album all’al­tez­za del precedente.

Waters, in un’intervista rilasciata nel 1993, dichiarò che mai i Pink Floyd furono così vicini allo scioglimento come in quel momento.

E fu indub­bia­men­te gran meri­to del­lo stes­so Waters se quel­l’i­dea aleg­gian­te, quel­le sen­sa­zio­ni, furo­no cat­tu­ra­te e ampli­fi­ca­te intor­no a quel­la figu­ra, a quel­l’a­mi­co assen­te, che solo pochi anni pri­ma era sta­to la men­te pul­san­te e il tra­sci­na­to­re del grup­po: quel genio di Syd Bar­rett, ormai distan­te anni luce dal­l’uo­mo che era sta­to, per­so tra fol­lia e droghe.

Syd-Barrett

Fu in mez­zo a que­sti sen­ti­men­ti con­tra­stan­ti, uni­ti ai dis­si­di per la scel­ta dei bra­ni da inse­ri­re — Gil­mour ave­va in men­te un album total­men­te diver­so, nel qua­le avreb­be­ro dovu­to esser­ci anche “Raving and Droo­lin­ge” e “You Got­ta Be Cra­zy”, pro­va­te duran­te il tour del 1974 e inse­ri­te poi nel­l’al­bum suc­ces­si­vo, Ani­mals — che vide la luce que­sto LP.

Sono l’or­ga­no e il Mel­lo­tron di Wright ad apri­re l’al­bum, che dal silen­zio spia­na­no la stra­da al synth men­tre fa la sua com­par­sa la Fen­der di Gil­mour, con quel suo suo­no che defi­ni­re puli­to sareb­be ridut­ti­vo. All’en­tra­ta del­la sezio­ne rit­mi­ca, for­ma­ta dal bas­so di Waters e dal­la bat­te­ria di Mason, la chi­tar­ra ini­zia il suo fra­seg­gio, dopo che la cop­pia che ave­va aper­to il bra­no, defi­la­ta­si pre­ce­den­te­men­te, ritor­na in cre­scen­do. Il sin­te­tiz­za­to­re pri­ma e la chi­tar­ra poi s’er­go­no a soli­sti per una resa deci­sa­men­te da bri­vi­di anti­ci­pan­do l’in­gres­so del­la voce di Waters, soste­nu­ta da cori nei momen­ti di mag­gior pathos, per un testo che non si può descri­ve­re a paro­le sen­za rischia­re di sminuirlo .

Remem­ber when you were young, you sho­ne like the sun.
Shi­ne on you cra­zy diamond.
Now the­re’s a look in your eyes, like black holes in the sky.
Shi­ne on you cra­zy diamond.
You were caught on the cross fire of chil­d­hood and stardom,
Blo­wn on the steel breeze.
Come on you tar­get for fara­way laughter, come on you stranger,
You legend, you mar­tyr, and shine!

You rea­ched for the secret too soon, you cried for the moon.
Shi­ne on you cra­zy diamond.
Trea­te­ned by sha­do­ws at night, and expo­sed in the light.
Shi­ne on you cra­zy diamond.
Well you wore out your wel­co­me with ran­dom precision,
Rode on the steel breeze.
Come on you raver, you seer of visions, come on you painter,
You piper, you pri­so­ner, and shine!

Chiu­de la quin­ta par­te di que­sta can­zo­ne il magi­stra­le solo di sax di Dick Per­ry sul tap­pe­to diste­so dal­l’ar­peg­gio acu­sti­co di Gil­mour e dal duo orga­no-mel­lo­tron. Il pez­zo era sta­to ori­gi­na­ria­men­te pen­sa­to come un’u­ni­ca gran­de can­zo­ne di nove par­ti, ma non poten­do sta­re inte­ra in uni­co lato del vini­le, fu sepa­ra­ta in due, lascian­do alla secon­da par­te la chiu­su­ra del disco.

E nel­lo sfu­ma­re del pri­mo pez­zo s’er­go­no rumo­ri metal­li­ci, simi­li al rumo­re di por­te elet­tro­ni­che che s’a­pro­no, che pas­sa­no da una par­te all’al­tra del­le cuf­fie, cupi e cru­di, come una sor­ta di pul­sa­re, fino a quel­l’ac­cor­do di Mi mino­re da bri­vi­di del­l’a­cu­sti­ca di Gil­mour che dà il via a “Wel­co­me To The Machine”.

Wel­co­me my son
Wel­co­me to the Machine
Whe­re have you been?
It’s alright we know whe­re you’­ve been
You’­ve been in the pipe­li­ne fil­ling in time
Pro­vi­ded with toys
And “Scou­ting for Boys”
You bought a guitar
to punish your ma
And you did­n’t like school
And you know
You’­re nobo­dy’s fool
So wel­co­me to the Machine

La voce taglien­te di Gil­mour — per­fet­ta per un testo che denun­cia sen­za mez­zi ter­mi­ni l’a­cre rap­por­to tra un musi­ci­sta e la casa disco­gra­fi­ca — spa­zia su una base armo­ni­ca di mel­lo­tron e synth, fino all’ar­ri­vo del solo di Moog per­fet­ta­men­te cal­zan­te in que­sta cupa atmo­sfe­ra che va sce­man­do fino ad esser com­ple­ta­men­te bloc­ca­ta del sec­co rumo­re di una por­ta sbat­tu­ta. Voci e risa­te chiu­do­no il lato A.

Il Lato B si apre con un dia­lo­go chi­tar­ra-bas­so che potreb­be ingan­na­re per la sua clas­si­ci­tà, ma apre al sin­te­tiz­za­to­re per un tema entra­to nel­la sto­ria. È “Have a Cigar” can­ta­ta con­tra­ria­men­te a quan­to ci si potreb­be aspet­ta­re non da Gil­mour o Waters, ben­sì dal can­tau­to­re Roy Har­per. Ami­co dei Pink Floyd da anni, in quei mesi si tro­va­va pres­so gli stu­di di Abbey Road a Lon­dra a regi­stra­re nel­la sala di fian­co a quel­la del grup­po. Pri­vo di ispi­ra­zio­ne e in un momen­to poco feli­ce del­la sua car­rie­ra arti­sti­ca, pas­sa­va mol­to del suo tem­po in stu­dio con gli stes­si Floyd e fu pro­prio in una di que­ste occa­sio­ni che, veden­do le dif­fi­col­tà che sia Waters che Gil­mour incon­tra­va­no, più che nel­l’in­ter­pre­ta­zio­ne, nel­la resa del pez­zo, deci­se di pro­por­si come sosti­tu­to. La sua inter­pre­te­zio­ne fu magi­stra­le, nono­stan­te Waters abbia dichia­ra­to in una recen­te inter­vi­sta di non non esser­si mai per­do­na­to di non aver insi­sti­to per can­tar­la lui stesso.

Come in here, dear boy, have a cigar
You’­re gon­na go far, fly high
You’­re never gon­na die,
you’­re gon­na make it if you try
They’­re gon­na love you

Well I’ve always had a deep respect
And I mean that most sincerely
The band is just fantastic,
that is real­ly what I think
On by the way which one’s Pink?

And did we tell you the name of the game, boy
We call it riding the gra­vy train.

Quan­d’ec­co che, dopo il solo di chi­tar­ra, tut­to diven­ta improv­vi­sa­men­te distan­te. Una radio cam­bia più vol­te sta­zio­ne (l’a­uo­to­ra­dio di Gil­mour), ed ecco uno dei più cele­bri pez­zi dei Pink Floyd fare il suo esor­dio, con la chi­tar­ra acu­sti­ca a fare da regi­na, la title track, “Wish You Were Here”.

Un brano di una malinconia trapassante, senza dubbio consegnato alla leggenda, incentrato sul riff di chitarra improvvisato da Gilmour in studio, un giorno come tanti altri.

L’in­tro­du­zio­ne suo­na­ta su di una dodi­ci cor­de, leg­ger­men­te più bas­sa di volu­me del­la ripre­sa del solo acu­sti­co, è un auten­ti­co stra­ta­gem­ma: come se, ascol­tan­do il suo­no di que­sta chi­tar­ra alla radio, qual­cu­no nel­la stan­za aves­se pre­so in mano egli stes­so una chi­tar­ra, improv­vi­san­do il solo. Ne è pro­va il col­po di tos­se che pre­ce­de il solo.

So, so you think you can tell
Hea­ven from hell
Blue skies from pain
Can you tell a green field
From a cold steel rail?
A smi­le from a veil?
Do you think you can tell?

And did they get you to trade
Your heroes for ghosts?
Hot ashes for trees?
Hot air for a cool breeze?
Cold com­fort for change?
And did you exchan­ge a walk on part in the war
For a lead role in a cage?

How I wish, how I wish you were here
We’­re just two lost souls
Swim­ming in a fish bowl
Year after year
Run­ning over the same old ground
What have we found?
The same old fear?
Wish you were here

Il bra­no sfu­ma in un sof­fio di ven­to, apren­do la stra­da al bas­so che inau­gu­ra la secon­da par­te di “Shi­ne On You Cra­zy Diamond”.

Nobo­dy kno­ws whe­re you are,
how near or how far
Shi­ne on you cra­zy diamond
Pile on many more layers
and I’ll be joi­ning you there
Shi­ne on you cra­zy diamond
And we’ll bask in the shadow
of yester­day’s triumph
And sail on the steel breeze
Come on you boy child, you win­ner and loser
Come on you miner for truth and delusion,
and shine!

Ma ciò che sen­za dub­bio ren­de spe­cia­le que­st’ul­ti­mo pez­zo è l’ul­ti­ma sezio­ne, defi­ni­ta da alcu­ni come una par­te di quel­lo che potreb­be esser con­si­de­ra­to un vero e pro­prio con­cer­to pia­ni­sti­co di Richard Wright. Intro­dot­ti da una sezio­ne colo­ra­ta di tona­li­tà jaz­zi­sti­che, que­sti ulti­mi minu­ti del­l’LP sono un auten­ti­co capo­la­vo­ro di malinconia:

una chiusura lenta, dal sapore classicheggiante, che si affievolisce sempre di più fino a scomparire.

Ad un atten­to ascol­to è pos­si­bi­le sen­ti­re in lon­ta­nan­za un pez­zo di “See Emi­ly Play” di Barrett.

È il 5 giu­gno 1975. Duran­te l’ul­ti­mo mis­sag­gio del disco una figu­ra sco­no­sciu­ta entra nel­lo stu­dio e si sie­de ad ascol­ta­re. Nes­su­no lo rico­no­sce subito.
È Gil­mour a capi­re per pri­mo di chi si trat­ta. È Syd Bar­rett, ingras­sa­to e irri­co­no­sci­bi­le, l’om­bra del­l’uo­mo che era stato.
Fu l’ul­ti­ma vol­ta che i mem­bri del grup­po lo videro.

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