La Turchia al bivio

Davu­toğ­lu che abbrac­cia bam­bi­ni, Davu­toğ­lu con alcu­ni anzia­ni, Davu­toğ­lu sor­ri­den­te accan­to a un sol­da­to. Basta una pas­seg­gia­ta per le stra­de di Istan­bul per ren­der­si con­to che il Pae­se è in cam­pa­gna elet­to­ra­le, e che a domi­nar­la, con la sua asfis­sian­te onni­pre­sen­za, è il par­ti­to al gover­no, l’AKP. L’attuale pre­mier ad inte­rim e can­di­da­to alle ele­zio­ni legi­sla­ti­ve, Ahmet Davu­toğ­lu, è ovun­que. Se si lavo­ra di fan­ta­sia, e si sosti­tui­sce al suo ubi­quo sor­ri­set­to sbi­len­co il vol­to più impo­nen­te di Recep Tayy­ip Erdoğan, il gio­co è fat­to: ci si è fat­ti un’idea di chi sia il vero pro­ta­go­ni­sta del­le ele­zio­ni di que­sta domenica.

Doma­ni i cit­ta­di­ni tur­chi tor­ne­ran­no alle urne, appe­na cin­que mesi dopo le ulti­me ele­zio­ni. Insod­di­sfat­to dal risul­ta­to del voto di giu­gno, l’attuale pre­si­den­te del­la Repub­bli­ca, ex pri­mo mini­stro e indi­scus­so capo­clan del Par­ti­to Giu­sti­zia e Svi­lup­po, ha fat­to disin­vol­to uso dei pro­pri pote­ri isti­tu­zio­na­li per vani­fi­ca­re ogni pos­si­bi­le coa­li­zio­ne. Un’alleanza di gover­no con il mag­gio­re par­ti­to di oppo­si­zio­ne, il CHP kema­li­sta e social­de­mo­cra­ti­co, avreb­be mes­so in discus­sio­ne il pote­re asso­lu­to dell’AKP e del suo Re Sole. Più sem­pli­ce scio­glie­re il Par­la­men­to, far capi­re ai cit­ta­di­ni di esser­si distrat­ti trop­po nel­le cabi­ne elet­to­ra­li, e dare loro l’opportunità di vota­re una secon­da vol­ta, ma meglio. 

Nel frattempo il Paese è rapidamente disceso nel caos. 

Il gover­no – per altro tem­po­ra­neo – si è mos­so con for­za con­tro i com­bat­ten­ti cur­di den­tro e oltre il con­fi­ne, col­pe­vo­li di ave­re ria­ni­ma­to le spe­ran­ze del movi­men­to indi­pen­den­ti­sta in con­co­mi­tan­za con la guer­ra siria­na. L’est del pae­se è sta­to asse­dia­to dall’esercito, e il PKK è tor­na­to nel miri­no come la minac­cia prin­ci­pa­le alla sicu­rez­za nazio­na­le. Un’ondata di vio­len­za si è impa­dro­ni­ta del­la Tur­chia, accol­ta a brac­cia aper­te da Erdoğan, sicu­ro di far­ne buon uso a livel­lo poli­ti­co. Infi­ne sono arri­va­te le bom­be. L’ultima, nel cuo­re del­la capi­ta­le, è costa­ta la vita a un cen­ti­na­io di mani­fe­stan­ti vici­ni alla sini­stra filo­cur­da dell’HDP, sce­si in piaz­za per chie­de­re pace.
Al tra­gi­co si è aggiun­to il grot­te­sco, con una serie di azio­ni repres­si­ve con­tro quel­la (pic­co­la) par­te del­la stam­pa cri­ti­ca nei con­fron­ti del gover­no. Ai gior­na­li­sti arre­sta­ti per “insul­ti” nei con­fron­ti del­la pre­si­den­za si sono aggiun­te le testa­te accu­sa­te di “pro­pa­gan­da ter­ro­ri­sti­ca”, e gli attac­chi in sti­le squa­dri­sta alle sedi del­le reda­zio­ni. Il 26 otto­bre, la hol­ding Koza İpek, lega­ta al movi­men­to isla­mi­co di Fethul­lah Gülen – in rot­ta con Erdoğan dopo anni di vici­nan­za – è sta­ta epu­ra­ta dal gover­no dopo accu­se simi­li. Dopo la sen­ten­za di un tri­bu­na­le di Anka­ra, i media con­trol­la­ti dal grup­po, i quo­ti­dia­ni Bugün e Mil­let e i cana­li tele­vi­si­vi Bugün TV e Kanal­türk, si sono not­te­tem­po alli­nea­ti alla mag­gio­ran­za del­la stam­pa tur­ca, fede­le mega­fo­no del­la linea governativa.

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Altret­tan­to grot­te­sco è sta­to l’atteggiamento dell’Europa, trop­po pre­oc­cu­pa­ta a divi­der­si sul­la que­stio­ne dei pro­fu­ghi. Oltre all’imbarazzante silen­zio, emble­ma­ti­ca è sta­ta la visi­ta uffi­cia­le di Ange­la Mer­kel a Istan­bul, a meno di due set­ti­ma­ne dal voto. Con il mio­pe prag­ma­ti­smo che con­trad­di­stin­gue le poli­ti­che del­la Can­cel­lie­ra, il gover­no tede­sco ha rite­nu­to oppor­tu­no pro­met­te­re – a nome dell’Unione Euro­pea — qual­co­sa come 3 miliar­di di euro alla Tur­chia, non­ché la liber­tà di cir­co­la­zio­ne per i cit­ta­di­ni tur­chi nell’area Schen­gen e la ripre­sa del­le trat­ta­ti­ve per l’ingresso del Pae­se nell’Unione. Tut­to ciò in cam­bio di mag­gio­re coo­pe­ra­zio­ne nel­la gestio­ne dei flus­si migra­to­ri. Più che Real­po­li­tik, un rega­lo, in ter­mi­ni di legit­ti­ma­zio­ne poli­ti­ca, nei con­fron­ti di un gover­no respon­sa­bi­le del­la vio­la­zio­ne del­la mag­gior par­te dei dirit­ti uma­ni cari all’Europa, pochi gior­ni pri­ma del­le ele­zio­ni che deci­de­ran­no il futu­ro dell’intera regione.
Nono­stan­te tut­to ciò, non sem­bra che i risul­ta­to elet­to­ra­le pos­sa esse­re così diver­so da quel­lo di giu­gno. In un con­te­sto così pola­riz­za­to, il san­gue e la vio­len­za ine­vi­ta­bil­men­te raf­for­za­no le con­vin­zio­ni poli­ti­che. Sal­vo sor­pre­se, l’HDP dovreb­be supe­ra­re la soglia di sbar­ra­men­to del 10%, cosa che l’AKP vor­reb­be asso­lu­ta­men­te evi­ta­re. Nono­stan­te la mas­sic­cia cam­pa­gna deni­gra­to­ria nei suoi con­fron­ti, il par­ti­to di Sela­hat­tin Demir­taş ha otte­nu­to auto­re­vo­lez­za, e i suoi soste­ni­to­ri han­no paga­to con la vita il loro corag­gio. Non è impro­ba­bi­le che sot­trag­ga altri voti al mag­gio­re par­ti­to di oppo­si­zio­ne, un CHP spes­so timi­do e inde­ci­so, dato intor­no al 26%. L’AKP potreb­be gua­da­gna­re qual­che pun­to per­cen­tua­le dal pani­co crea­to negli ulti­mi mesi, e con­qui­sta­re cir­ca il 40% dei voti: trop­po pochi per un gover­no mono­co­lo­re nel caso l’HDP supe­ras­se il 10%, ma abba­stan­za per la mag­gio­ran­za asso­lu­ta se la sini­stra filo­cur­da doves­se rima­ne­re fuo­ri dal Par­la­men­to. Infi­ne, l’estrema destra nazio­na­li­sta dell’MHP è data intor­no al 15%.
Nel caso le urne doves­se­ro pro­dur­re la foto­co­pia del­le ele­zio­ni di giu­gno, si apri­reb­be­ro sce­na­ri che nes­sun ana­li­sta poli­ti­co osa pre­di­re. Nono­stan­te le diver­se affi­ni­tà, un’alleanza tra AKP e MHP non è sta­ta rag­giun­ta in ago­sto, ed è sta­ta in segui­to rin­ne­ga­ta dal­lo stes­so lea­der dei Lupi Gri­gi, Devlet Bahçe­li, timo­ro­so di alie­nar­si i nazio­na­li­sti duri e puri, le cui radi­ci poli­ti­che sono ben distan­ti da quel­le di Erdoğan. La radi­ca­liz­za­zio­ne dell’ultimo perio­do potreb­be però aver reso una coa­li­zio­ne più con­ve­nien­te agli occhi dell’estrema destra. Sul fron­te oppo­sto, un’unione anti-AKP for­ma­ta da MHP, CHP e HDP sareb­be infat­ti­bi­le, data l’evidente incom­pa­ti­bi­li­tà tra HDP e MHP, trop­po radi­ca­le per un Pae­se pur sto­ri­ca­men­te abi­tua­to a coa­li­zio­ni tra­sver­sa­li. L’ultima opzio­ne, una “gran­de coa­li­zio­ne” tra AKP e CHP – pos­si­bi­li­tà scar­ta­ta a giu­gno dal­lo stes­so Erdoğan – sareb­be pro­ba­bil­men­te la miglio­re per il futu­ro del­la Tur­chia, e potreb­be tene­re aper­to uno spi­ra­glio di nor­ma­liz­za­zio­ne per un Pae­se sull’orlo del bara­tro. Ma se da un lato lo stes­so Erdoğan rap­pre­sen­ta il mag­gio­re osta­co­lo per un tale accor­do, dall’altro la dispo­ni­bi­li­tà dei kema­li­sti a coa­liz­zar­si con il suo par­ti­to, dopo gli even­ti degli ulti­mi mesi, sem­bra esse­re cala­ta a zero. Tut­to sem­bra dipen­de­re dal risul­ta­to del­la sini­stra filo­cur­da, e stan­do agli ulti­mi son­dag­gi, l’HDP dovreb­be esse­re capa­ce di entra­re nel­la Gran­de Assem­blea Nazio­na­le – bro­gli permettendo.
C’è un altro que­si­to da risol­ve­re: nes­su­no può dire quan­to il voto demo­cra­ti­co pos­sa effet­ti­va­men­te inci­de­re sul­la volon­tà di Erdoğan, e sul suo pote­re. Abbia­mo già avu­to modo di vede­re quan­to l’attuale pre­si­den­te ten­ga in con­to la demo­cra­zia rap­pre­sen­ta­ti­va. In un siste­ma poli­ti­co in cui tut­ti i con­tro­po­te­ri isti­tu­zio­na­li (e non) sono sta­ti disin­ne­sca­ti – non per ulti­mo l’esercito, che fino agli anni ’90 face­va e disfa­ce­va gover­ni a suo pia­ci­men­to – è mol­to dif­fi­ci­le trac­cia­re la linea sul­la qua­le Erdoğan vor­rà o dovrà fer­mar­si. Se il voto popo­la­re non doves­se atte­ner­si alle sue aspet­ta­ti­ve, e se la demo­cra­zia tur­ca doves­se con­fer­ma­re tut­te le debo­lez­ze che oggi lascia intra­ve­de­re, il Pae­se potreb­be pren­de­re una deri­va anco­ra più auto­ri­ta­ria e violenta.
Que­ste ele­zio­ni pos­so­no rida­re spe­ran­za alla demo­cra­zia tur­ca, o sof­fo­car­la defi­ni­ti­va­men­te. Dome­ni­ca, la Tur­chia si tro­ve­rà al bivio. For­se però, la stra­da è già sta­ta imboc­ca­ta: anco­ra non sap­pia­mo quale.

Pie­tro Tre­vi­san Volta

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