Do not be Another Brick in the Wall

Poche can­zo­ni negli anni ’80 sono sta­te così popo­la­ri, così a lun­go. Cer­ta­men­te la fama tran­sge­ne­ra­zio­na­le – alme­no, di que­sto pez­zo – è in gran par­te dovu­ta al cele­bre ritor­nel­lo: una ribel­lio­ne, una pro­vo­ca­zio­ne, una sfi­da, e allo stes­so tem­po un inno.

«Il ritor­nel­lo più famo­so dei Pink Floyd, “Hey, tea­cher! Lea­ve tho­se kids alo­ne!”, scioc­ca­va gli inse­gnan­ti seve­ri se can­ta­ta fuo­ri dal­le cuf­fiet­te di un walk­man per i tri­sti cor­ri­doi del­la scuo­la», rac­con­ta Alun Ren­shaw, l’insegnante di musi­ca del coro che ascol­tia­mo nel­la par­te II di Ano­ther Brick in the Wall, usci­ta insie­me all’album ormai 36 anni fa. Subi­to nel­le pri­me posi­zio­ni del­le charts ingle­si – così come in quel­le di varii Pae­si euro­pei, Nord Ame­ri­ca e Austra­lia – tra il 1979 e il 1980 con­ti­nua a oscil­la­re tra i pri­mi posti del­le clas­si­fi­che. Il con­cept The Wall ven­de­rà negli anni più di 35 milio­ni di copie in tut­to il mon­do: il pro­ta­go­ni­sta Pink, rock­star-fetic­cio del bas­si­sta Waters, rivi­ve la dif­fi­ci­le infan­zia all’interno del repres­si­vo siste­ma sco­la­sti­co ingle­se, oltre che la per­di­ta del padre nel secon­do con­flit­to mon­dia­le e l’impossibile rap­por­to col suc­ces­so, tra pic­chi di disil­lu­sio­ne e nichi­li­smo. Su un cal­co moder­no e popo­la­re dell’anti-eroe, Pink – rot­to dal­la cor­sa ine­sau­ri­bi­le alla ricer­ca di un sen­so, di un signi­fi­ca­to, di una ragio­ne – fini­sce sem­pli­ce­men­te per cer­ca­re se stes­so: il limi­te con­tro cui com­bat­te l’eterna lotta.

«C’è sta­to un gros­so malin­te­so all’epoca», spie­ga Alun, men­tre sco­sta la lun­ga chio­ma arruf­fa­ta dal­la fron­te. «L’al­bum era una dura cri­ti­ca ai gior­ni che Roger Waters, bas­si­sta e voce del­la band, ave­va tra­scor­so nel­le scuo­le auto­ri­ta­rie bri­tan­ni­che: si par­la­va degli anni ’50, non del­l’am­bien­te edu­ca­ti­vo rela­ti­va­men­te mol­to più rilas­sa­to del 1970». Quan­do la can­zo­ne è sta­ta scrit­ta, mol­te scuo­le era­no in sub­bu­glio, i meto­di edu­ca­ti­vi era­no da tem­po mol­to più libe­ri, meno auto­ri­ta­ri, meno restrit­ti­vi. Ren­shaw ha tra­scor­so inte­re set­ti­ma­ne a pro­va­re il “ritor­nel­lo ribel­le” con i suoi allie­vi ai Bri­tan­nia Stu­dios di Lon­dra, a Isling­ton, pro­prio accan­to alla scuo­la di musi­ca dove la band avreb­be regi­stra­to par­te dell’album, poi con­clu­so in Fran­cia e negli Sta­ti Uniti.

«È sta­to un perio­do emo­zio­nan­te, fan­ta­sti­co» ricor­da Alun, che all’epoca era gio­va­ne, e ora ha più di settant’anni. L’ex inse­gnan­te e com­po­si­to­re ora vive a Mon­te Druitt, Syd­ney ove­st, dove inse­gna teo­ria musi­ca­le e lavo­ra a un sito web con un ex alun­no. Tra­sfe­ri­to­si subi­to dopo la regi­stra­zio­ne del­la trac­cia coi Pink Floyd, vive in Austra­lia ormai da qua­si quarant’anni. La sua emi­gra­zio­ne era sta­ta in un cer­to sen­so una coin­ci­den­za: «Ave­vo già accet­ta­to un posto a Bri­sba­ne, avrei tra­scor­so tre mesi a com­por­re lì. Non ho mai com­pra­to il bigliet­to di ritor­no. Mar­ga­ret That­cher ave­va pre­so il timo­ne: pote­vo vede­re adden­sar­si anche da Syd­ney quel­la fit­ta nube ultra­con­ser­va­tri­ce che avreb­be dopo poco nuo­va­men­te coper­to il siste­ma sco­la­sti­co ingle­se», rac­con­ta Ren­shaw, incu­pi­to. «Non sarei mai potu­to tornare».

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«Vole­vo che gli stu­den­ti fos­se­ro libe­ri di chie­de­re qua­lun­que cosa voles­se­ro, vole­vo che impa­ras­se­ro a pen­sa­re». La clas­se di Ren­shaw era un incon­tro inter­per­so­na­le, piut­to­sto che un momen­to in cui for­ni­re sta­ti­ca­men­te cono­scen­za. Ha sem­pre cer­ca­to di inclu­de­re il mon­do rea­le nel­la vita sco­la­sti­ca, gior­no per gior­no. «Face­vo pas­seg­gia­re i ragaz­zi lun­go la via prin­ci­pa­le, e chie­de­vo loro di nota­re ciò che ave­va­no sen­ti­to. Oppu­re cor­re­va­mo per i cor­ri­doi dell’istituto, col­pen­do le pare­ti e ascol­tan­do i suo­ni che ci resti­tui­va­no. I ragaz­zi era­no entu­sia­sti e appas­sio­na­ti». Stu­dia­re suo­ni, toni e rumo­ri era tan­to impor­tan­te quan­to cono­sce­re Bach, Bee­tho­ven e Stockhausen.

Ren­shaw adot­ta­va un meto­do d’insegnamento deci­sa­men­te non con­ven­zio­na­le: «I was very ener­ge­tic». Era con­vin­to che fos­se mol­to più impor­tan­te ispi­ra­re e sti­mo­la­re la crea­ti­vi­tà che istrui­re. Quan­do ini­zia a inse­gna­re all’Islington Green School, le lezio­ni di musi­ca si tene­va­no al pia­no atti­co, dove si tro­va­va­no il pia­no­for­te e gli altri stru­men­ti. In gene­re, gli inse­gnan­ti suo­na­va­no, gli stu­den­ti can­ta­va­no o stu­dia­va­no teo­ria. «Era ter­ri­bil­men­te noio­so». Così Ren­shaw ave­va por­ta­to tut­ti gli stru­men­ti al pia­no ter­ra, scar­di­nan­do e cam­bian­do total­men­te il meto­do d’insegnamento.

Quan­do un tec­ni­co del suo­no dei Bri­tan­nia Row Stu­dios, con sede die­tro l’an­go­lo, gli chie­de se alcu­ni dei suoi allie­vi pos­so­no can­ta­re in una can­zo­ne dei Pink Floyd, non esi­ta un secon­do: «Era un’opportunità uni­ca: ho pen­sa­to sareb­be sta­to mera­vi­glio­so per i bam­bi­ni spe­ri­men­ta­re un vero e pro­prio stu­dio di regi­stra­zio­ne». Anco­ra non sape­va cosa avreb­be­ro dovu­to can­ta­re, né qua­li sareb­be­ro sta­te le con­se­guen­ze. Ma c’è ragio­ne di cre­de­re che anche quel­lo non l’avrebbe fermato.

A quel tem­po, l’istituto Isling­ton Green era uno dei pri­mi isti­tu­ti com­pren­si­vi – la diret­tri­ce Mar­ga­ret Maden sta­va spe­ri­men­tan­do quel­lo che era defi­ni­to sti­le pro­gres­si­vo: “Infor­ma­le, ma non sciat­to”. Per la pri­ma vol­ta in Inghil­ter­ra, alun­ni pro­ve­nien­ti da ambien­ti e fasce di red­di­to dif­fe­ren­ti si tro­va­va­no insie­me, nel­la stes­sa classe.

«North Lon­don era un mon­do dif­fi­ci­le», con­ti­nua Ren­shaw. Ricor­da le ban­de, e la vio­len­za. La disci­pli­na era un pro­ble­ma – non solo per gli stu­den­ti. Ma all’interno del­la clas­se di Ren­shaw que­sto pro­ble­ma non c’era. Al con­tra­rio, i ragaz­zi tra gli 11 e i 16 anni si sen­ti­va­no del tut­to a pro­prio agio nel­la stan­za del­la musi­ca. Mol­ti di loro anda­va­no a scuo­la anche volon­ta­ria­men­te nei fine set­ti­ma­na per eser­ci­tar­si e fare pra­ti­ca, oppu­re di nasco­sto fug­gi­va­no duran­te le pau­se per ritro­va­re l’at­mo­sfe­ra crea­ti­va dell’aula dell’insegnante di musi­ca, al pia­no ter­ra, accan­to alla caffetteria.

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Ren­shaw non ha mai inter­rot­to i con­tat­ti con i suoi allie­vi, che si sono incon­tra­ti per una reu­nion l’ultima vol­ta nel 2007, a Lon­dra. Han­no anche par­te­ci­pa­to alla rea­liz­za­zio­ne di un docu­men­ta­rio del­la BBC che rico­strui­sce la gene­si di The Wall – in par­ti­co­la­re, del­la trac­cia Ano­ther Brick in the Wall.
Con uno di loro l’insegnante scam­bia anco­ra email qua­si gior­nal­men­te, fat­to che in qual­che modo pare con­fer­ma­re quan­to egli stes­so affer­ma riguar­do i pro­pri meto­di d’insegnamento: «Per me, l’in­se­gna­men­to è prin­ci­pal­men­te costrui­re un rap­por­to, e pri­ma di tut­to rispet­ta­re gli alun­ni come indi­vi­dui», dice Ren­shaw. «Sen­za que­sto rap­por­to a livel­lo per­so­na­le, l’in­se­gna­men­to diven­ta solo una per­so­na sen­za vol­to come tan­te, che da die­tro un leg­gio tra­smet­te informazioni».

Alcu­ni dei suoi allie­vi in ​​segui­to han­no pro­se­gui­to gli stu­di nei con­ser­va­to­ri – una ragaz­za ha can­ta­to per l’Opera di New York, «Ma por­tar­li al suc­ces­so non è mai sta­to il mio obiet­ti­vo. In pri­mo luo­go, vole­vo che impa­ras­se­ro a pen­sa­re, che tro­vas­se­ro la loro stra­da. Non vole­vo diven­tas­se­ro un altro mat­to­ne nel muro. La musi­ca è uno stru­men­to poten­te, per que­sto: aiu­ta anche a defi­ni­re chi sei». Ren­shaw non è mai anda­to trop­po d’accordo con gerar­chie e con­ven­zio­ni: «Ovvia­men­te non ho chie­sto alla pre­si­de di allo­ra se pote­vo por­ta­re gli alun­ni agli stu­dios per regi­stra­re» sor­ri­de Ren­shaw. «Sape­vo benis­si­mo che i testi avreb­be­ro scon­vol­to alcu­ne per­so­ne, soprat­tut­to i geni­to­ri, e così è stato».

Ma una vol­ta che le pri­me for­ti onda­te d’indignazione si riti­ra­no, Isling­ton Green fa pace con la fama inde­si­de­ra­ta: Ren­shaw tor­na a Lon­dra nel 1983, in vacan­za, e sco­pre una tar­ga com­me­mo­ra­ti­va su uno dei muri del­la scuo­la: «Gli alun­ni del­la Isling­ton Green sono il coro di Ano­ther Brick in the Wall pt. II dei Pink Floyd». Pare anche che nel 1980 il cele­bre ritor­nel­lo fos­se diven­ta­to una sor­ta inno non uffi­cia­le dell’istituto: «Alla fine ne sono sta­ti orgogliosi».

L’e­pi­so­dio – sul qua­le è in cor­so la rea­liz­za­zio­ne di un film – ha aper­to mol­te por­te per Ren­shaw stes­so, che diver­ti­to con­clu­de: «Sono mol­to for­tu­na­to: la mag­gior par­te dei com­po­si­to­ri diven­ta famo­sa solo dopo la morte».

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Marta Clinco
Cer­co, ascol­to, scri­vo sto­rie. Tra Medio Orien­te e Nord Africa.

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