Don’t forget Nepal, il fotoreporter Enrico De Santis in mostra

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[ezcol_1half_end id=”” class=”” sty­le=“”] Dal 23 set­tem­bre 2015 al 17 gen­na­io 2016 si ter­rà al Museo Nazio­na­le del­la Scien­za e del­la Tec­no­lo­gia di Mila­no la mostra foto­gra­fi­ca Don’t for­get Nepal, con scat­ti rea­liz­za­ti dal foto­re­por­ter Enri­co De Santis.

La mostra si divi­de in tre sezio­ni: Kath­man­du, Kaos and Gods, Hima­la­ya Recy­cling Mis­sionThe Pyra­mid in the rock. La pri­ma sezio­ne è dedi­ca­ta essen­zial­men­te all’indagine di una cul­tu­ra altra, quel­la di Kath­man­du, capi­ta­le del Nepal, [/ezcol_1half_end]
con i suoi costu­mi e gli usi lega­ti alle reli­gio­ni prin­ci­pa­li, Indui­smo e Bud­d­hi­smo; la secon­da docu­men­ta la spe­di­zio­ne Top Recy­cling Mis­sion, mira­bi­le impre­sa por­ta­ta avan­ti da Cobat (Con­sor­zio Nazio­na­le Rac­col­ta e Rici­clo) duran­te la qua­le si sono tra­spor­ta­ti pan­nel­li sola­ri e rela­ti­ve bat­te­rie ver­so il Labo­ra­to­rio-Osser­va­to­rio Pira­mi­de; infi­ne la ter­za sezio­ne mostra la Pira­mi­de, un nido di tec­no­lo­gia immer­so nel bel mez­zo del­la natu­ra, a 5050 metri di altez­za, vici­no al cam­po base dell’Everest.

La mis­sio­ne si è tenu­ta nel 2013, e anche le foto scat­ta­te a Kath­man­du risal­go­no a que­sta data, cioè pri­ma del ter­re­mo­to di magni­tu­do 7.8 che ha deva­sta­to gran par­te del­la zona il 25 apri­le 2015. 

L’intento del­la mostra non è quin­di solo quel­lo di docu­men­ta­re la spe­di­zio­ne Top Recy­cling Mis­sion ed entra­re in con­tat­to con un popo­lo a noi estra­neo, ma anche quel­lo di ripor­ta­re alla memo­ria quei luo­ghi come era­no pri­ma del­la deva­sta­zio­ne. Alla mostra è dispo­ni­bi­le anche un video che ripor­ta le testi­mo­nian­ze di alcu­ni abi­tan­ti del luo­go, fra cui dei bam­bi­ni che ven­go­no tenu­ti duran­te il gior­no da un grup­po di edu­ca­to­ri, biso­gno­si di soste­gno aven­do subi­to note­vo­le trau­ma. Ven­go­no inco­rag­gia­ti pas­san­do del tem­po tra di loro e intrat­te­nu­ti con atti­vi­tà di vario genere.

Kathmandu, Kaos and Gods

In que­sta pri­ma sezio­ne l’osservatore è invi­ta­to a entra­re in con­tat­to con un mon­do altro, accom­pa­gna­to nel vivo di una cul­tu­ra fat­ta di yak, di asce­ti che aspi­ra­no alla tota­le fusio­ne con l’universo e il divi­no, con­su­man­do can­na­bis e pra­ti­can­do mor­ti­fi­ca­zio­ni di vario tipo, di una con­ti­nua fusio­ne tra Indui­smo e Bud­d­hi­smo, due reli­gio­ni che con­vi­vo­no in un’unica ter­ra e che si sono per­fet­ta­men­te inte­gra­te, nono­stan­te le loro diversità.
Nel magi­co mon­do di Kath­man­du sal­ta­no agli occhi i colo­ri, a cui le foto­gra­fie dell’esperto Enri­co De San­tis fan­no ono­re, lascian­do emer­ge­re una popo­la­zio­ne vario­pin­ta, e che sa ama­re la vita. Le due don­ne che lavo­ra­no il coto­ne per rica­var­ne stop­pi­ni per le diya — lam­pa­de ali­men­ta­te a olio o a bur­ro chia­ri­fi­ca­to — mostra­no gran­di sor­ri­si, inu­sua­li per una popo­la­zio­ne che, tut­to som­ma­to, vive in una note­vo­le povertà.

Usan­ze ai nostri occhi par­ti­co­lar­men­te fuo­ri dal comu­ne sono pene­tra­te dall’obiettivo del foto­gra­fo, che rie­sce a immor­ta­la­re la pic­co­la bim­ba pro­ta­go­ni­sta del­la foto­gra­fia “Dea viven­te”, per­fet­ta­men­te a suo agio in que­sto ruo­lo: si trat­ta del­la Kuma­ri — dea vene­ra­ta sia dai Bud­d­hi­sti che dagli Indui­sti -, una bam­bi­na scel­ta tra le fami­glie di etnia Newari di reli­gio­ne bud­di­h­sta. La bam­bi­na dovrà rispon­de­re ai 32 requi­si­ti fisi­ci pre­sta­bi­li­ti e supe­ra­re una pro­va di corag­gio, pri­ma di diven­ta­re uffi­cial­men­te una Kuma­ri. Per­de­rà que­sto tito­lo non appe­na rag­giun­ge­rà la puber­tà e non potrà né spo­sar­si né ave­re figli, ma ver­rà man­te­nu­ta con una pen­sio­ne da par­te del gover­no e potrà stu­dia­re. Quel­la che a noi sem­bra una cosa del tut­to inna­tu­ra­le, come vede­re una bam­bi­na nei pan­ni di una dea agghin­da­ta da capo a pie­di, appa­re qui spon­ta­nea gra­zie all’abilità del foto­gra­fo di entra­re in que­sto mon­do sen­za risul­ta­re invadente.

Himalaya Recycling Mission

La secon­da sezio­ne, dedi­ca­ta alla fase del­la spe­di­zio­ne, fa emer­ge­re un’unione di tipo diver­so. Non sono più due diver­se reli­gio­ni a incon­trar­si, ma un grup­po di scien­zia­ti ita­lia­ni con col­la­bo­ra­to­ri del luogo.
La mis­sio­ne con­si­ste nel tra­spor­to di nuo­vi pan­nel­li sola­ri da appli­ca­re sul Labo­ra­to­rio-Osser­va­to­rio Pira­mi­de, gra­zie ai qua­li il grup­po di stu­dio­si por­ta avan­ti i suoi rile­va­men­ti con il fine di stu­dia­re i cam­bia­men­ti cli­ma­ti­ci e ambien­ta­li, e occu­pan­do­si anche di stu­di fisio­lo­gi­ci e di medicina.
Il pro­get­to è por­ta­to avan­ti da Cobat (Con­sor­zio Nazio­na­le Rac­col­ta e Rici­clo) ed EvK2-Cnr, asso­cia­zio­ne da sem­pre impe­gna­ta nel­la rea­liz­za­zio­ne di pro­get­ti di ricer­ca scien­ti­fi­ca e tec­no­lo­gi­ca ad alta quota.
Al fati­co­so tra­spor­to han­no par­te­ci­pa­to, oltre agli ita­lia­ni in mis­sio­ne e ai volen­te­ro­si abi­tan­ti del­la zona, gros­si grup­pi di yak, un ani­ma­le a quan­to pare fon­da­men­ta­le per gli sher­pa — grup­po etni­co che popo­la la zona orien­ta­le del Nepal. Lo yak, infat­ti, oltre ad esse­re mol­to uti­le per tra­spor­ti di que­sto tipo gra­zie a una capa­ci­tà pol­mo­na­re supe­rio­re agli altri ani­ma­li, è impor­tan­te anche per i pote­ri magi­ci che si attri­bui­sco­no alle sue cor­na, ed è infi­ne una del­le prin­ci­pa­li fon­ti di sosten­ta­men­to poi­ché vi si rica­va car­ne, lat­te e for­mag­gio, e anche otti­me pel­lic­ce per pro­teg­ger­si dal freddo.

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Quel che col­pi­sce di que­ste foto­gra­fie è che, per quan­to il cam­mi­no richie­da gran­di sfor­zi (con­si­de­ran­do il peso che i por­ta­to­ri sono costret­ti a tene­re sul­le spal­le per una lun­ga distan­za), la fati­ca è l’ultima cosa che si per­ce­pi­sce. Por­ta­to­ri e yak por­ta­no avan­ti la loro mis­sio­ne sen­za esi­ta­zio­ne e sen­za ripor­ta­re segni dell’affaticamento. E il tut­to appa­re ancor più impres­sio­nan­te se si pen­sa che a que­ste alti­tu­di­ni l’ossigeno è il 60% rispet­to al livel­lo del mare, e che il ven­to e il fred­do ren­do­no il lavo­ro anco­ra più difficile.

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The Pyramid in the rock

Pas­sia­mo alla ter­za e ulti­ma sezio­ne, dedi­ca­ta a una serie mol­to sug­ge­sti­va di foto­gra­fie che han­no come sog­get­to il Labo­ra­to­rio-Osser­va­to­rio Pira­mi­de. Si trat­ta di un nido di tec­no­lo­gia inse­ri­to in un con­te­sto del tut­to inu­sua­le, inte­ra­men­te gesti­to da ita­lia­ni inte­gra­ti in una real­tà cui non era­no abi­tua­ti; un edi­fi­cio che, ripren­den­do la for­ma appun­ti­ta del­le mon­ta­gne cir­co­stan­ti, accen­tua il con­tra­sto che si fa mani­fe­sto nell’accostamento di qual­co­sa che è inte­ra­men­te ope­ra dell’uomo (la Pira­mi­de) a un luo­go a cui l’uomo non può che sot­to­sta­re, tut­to natu­ra­le, dove qual­sia­si azio­ne uma­na sareb­be del tut­to inu­ti­le (le mon­ta­gne che cir­con­da­no la Pira­mi­de, tra le più alte del mon­do); una “spa­da nel­la roc­cia”, come reci­ta il tito­lo del­la foto seguente.

10-[Immagine_5]-La-spada-nella-roccia_-laboratorio-della-piramide-5050-mt.-Nepal_eds

Enri­co De San­tis rie­sce per­fet­ta­men­te a ren­de­re il con­tra­sto attra­ver­so com­po­si­zio­ni foto­gra­fi­che che met­to­no il più pos­si­bi­le a con­fron­to le due diver­se realtà.
Dopo il ter­re­mo­to del 25 apri­le 2015 la Pira­mi­de non ha ripor­ta­to dan­ni, nono­stan­te il cam­po base dell’Everest sia sta­to col­pi­to da una valan­ga che ha cau­sa­to 22 vit­ti­me e 62 feri­ti, e anche i ricer­ca­to­ri che si tro­va­va­no all’interno del Labo­ra­to­rio sono rima­sti illesi.
Il labo­ra­to­rio che con­trol­la la salu­te del Pia­ne­ta dal tet­to del mon­do por­ta quin­di avan­ti le sue ricer­che anco­ra oggi con note­vo­le successo.

con la col­la­bo­ra­zio­ne di Ele­na Buzzo

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Ilaria Guidi

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