Del: 20 Novembre 2015 Di: Redazione Commenti: 0

Gaia Gamberale
Silvia Tamburini
Giulio Trussoni

Nel pomeriggio di giovedì 12 novembre 2015 si è tenuto in Aula Magna il convegno “Quale futuro per i diritti umani?”, organizzato dall’Università degli Studi di Milano.
Il primo intervento è stato di Shirin Ebadi, premio Nobel per la Pace 2003, sulle esigenze di tutela dei diritti umani. Subito dopo Emma Bonino ha tenuto una lectio magistralis sul ruolo della politica internazionale nella tutela e nella crescita dei diritti umani.

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La redazione di StataleRadionews è riuscita a parlare con la senatrice Bonino appena prima dell’inizio del convegno.

A livello europeo, riguardo alla tutela e all’applicazione dei diritti umani, ci sono ancora tante differenze tra i vari Paesi: per esempio potremmo parlare di casi come quello dell’Irlanda, in cui l’interruzione volontaria di gravidanza è ad oggi illegale, oppure altri Stati (pensiamo in particolare all’Est Europa), in cui ci sono ancora forti restrizioni. Oppure potremmo parlare del riconoscimento dei diritti delle coppie omosessuali. Ritiene che sia necessaria un’uniformazione a livello europeo o una consultazione popolare, almeno per quanto riguarda i più grandi temi dei diritti umani su cui si discute ormai da anni?

Sicuramente sarebbe bene che ci fosse una consultazione europea, mentre per ora si tratta solo di consultazioni o elezioni a livello nazionale, il che evidentemente non aiuta da questo punto di vista, anzi, semmai blocca la situazione. Teniamo conto che l’Europa possiede la Carta europea dei diritti della persona, ma questa non ha in sé una parte sanzionatoria e ciò rappresenta di conseguenza la fragilità di tutte le convenzioni internazionali. Ovviamente, l’Europa è quello che i trattati dicono, quindi tutta una serie di competenze non sono competenze europee, ivi compresa per esempio la sanità. Oppure non è una competenza europea nemmeno l’immigrazione, ce l’abbiamo sotto gli occhi tutti i giorni.

Questo solo per dire che la costruzione dell’Europa si è un po’ fermata; si è fermata sul mercato unico, per esempio, e non è andata avanti nell’unione politica, per cui non abbiamo una politica estera comune, ne abbiamo 28 delle più disparate; non abbiamo una politica di difesa comune, abbiamo 28 eserciti, uno più inefficace dell’altro, con spese militari che peraltro sono le seconde al mondo.

È per questo che ritengo che la direzione giusta sia quella che ci porta sostanzialmente verso gli Stati Uniti d’Europa, perché solo un sistema federale può tenere insieme 500 milioni di persone dalla storia così diversa. Se poi qualcuno ha un altro schema, ce lo faccia sapere. Però io non vedo altri schemi possibili perché altrimenti passeremmo da una crisi all’altra, come dalla crisi economico-finanziaria, siamo passati a quella dei migranti (e ricordiamo che la questione greca non è ancora risolta).

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Insomma, non abbiamo la strumentazione di governance adeguata per le sfide dei nostri giorni. Questo credo sia il ritardo complessivo e il vero problema di fondo della costruzione europea che rischia di esplodere dall’interno. Credo che questa crisi dei migranti sia molto più grave della crisi economico-finanziaria – che comunque non abbiamo ancora superato del tutto – perché tocca valori, tocca la Storia.

Qui a Milano abbiamo vissuto per sei mesi la realtà di Expo, il cui intento dichiarato è stato riflettere sui tentativi finalizzati a trovare soluzioni alle contraddizioni del nostro mondo (come lo spreco di cibo a fronte della malnutrizione di molti Paesi). Ritiene che i governi del mondo, e in particolare i governi delle nazioni che hanno partecipato all’Esposizione Universale, si stiano muovendo concretamente verso un tentativo di risoluzione del grave problema della malnutrizione nel mondo, oppure ritiene che si potrebbe agire secondo modalità diverse?

Innanzitutto bisogna dire che la problematica dell’uscire dalla fame e dalla povertà non è uguale in tutti i continenti. C’è una problematica molto precisa per esempio per quanto riguarda l’Asia, ma è una problematica diversa rispetto a quella che riguarda l’Africa. Quindi ci vuole innanzitutto un accordo generale sul fatto che non si può continuare a passare da 2 miliardi, a 7 miliardi, a 9 miliardi di persone senza cambiare effettivamente nulla. E le soluzioni vanno anche adeguate ai continenti o ai Paesi a cui si riferiscono; non c’è una soluzione globale, un’unica soluzione miracolosa per tutto il mondo. Prenda il problema dello spreco: da noi “spreco” vuol dire “buttare via roba”, ma in molti Paesi vuol dire che si perdono proprio le risorse per mancanza di tecnologia. Come per esempio Brasile o India, i cui abitanti mangiano “fresco” e non posseggono la tecnologia né di conservazione né di processing (marmellate, conserve ecc.). E stiamo parlando di una tecnologia medio-bassa. Si tratta quindi di individuare e adottare soluzioni diverse.

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Io rimango dell’idea che, al di là di tutto questo, la questione essenziale sia anche quella di rallentare la crescita demografica e l’esplosione demografica di molti Paesi del mondo. Tutte le ricerche ci dimostrano infatti che, per difficile che sia, è in qualche modo più facile puntare sulle donne appunto nel rallentamento della crescita demografica piuttosto che puntare sulla riduzione dei consumi di chi è già nato. Perché chi è già nato, che sia nato in Cina o in India, ha le sue aspirazioni, che peraltro sono anche le nostre.
Bene o male che sia, noi abbiamo fatto un sacco di errori di sovrasfruttamento, quindi è un po’ difficile andare in Cina e dire ai cinesi di comportarsi meglio. Possiamo solo raccontare la nostra esperienza, raccontare di quanto sia stato terribile per esempio distruggere le foreste, ma d’altronde avevamo bisogno di legno… Quindi penso che nel rientro dolce a cui dobbiamo pensare, premesso che ogni continente e quasi ogni Paese ha delle esigenze proprie, il rallentamento della corsa demografica di molti Paesi – e normalmente dei più fragili – credo debba passare attraverso una empowerment, come si dice, o una responsabilizzazione, della parte al femminile. Tutte le statistiche, infatti, dimostrano che più le donne vanno a scuola, più entrano nel mercato del lavoro, più diventano autonome anche economicamente e più, evidentemente, si iniziano a occupare non solo di fare figli, ma anche del problema di poi come mantenerli.
Quindi, come vedete, tutte queste discussioni che abbiamo fatto a Expo sono state portate all’attenzione dei decisori. Diciamo che i goal del nuovo millennio rispecchiano parte di queste esigenze; e poi indubbiamente c’è la conferenza che sta per arrivare a Parigi sugli aspetti ambientali che con ogni evidenza hanno molto a che vedere con tutti questi temi (COP21, ndr). Questo solo per dire che tutta questa problematica è multisettoriale; non c’è un settore unico che può risolvere miracolosamente il problema.

Lei ha vissuto per lungo tempo in Egitto e parla l’arabo correntemente. Cosa ne pensa della tutela dei diritti, e soprattutto dei diritti delle donne, nel mondo arabo? Vede delle prospettive di apertura nel futuro imminente? 

Da parte mia, al momento vedo grande fermento. Poi ovviamente i vari Paesi sono diversi tra loro, c’è chi va avanti e chi va indietro… Come sempre, la promozione dei diritti umani è un processo, non un evento: non è qualcosa che si decreta una mattina e poi è tutto risolto… Vedo un grande dibattito interno. Prendete l’Arabia Saudita: in Arabia Saudita nei prossimi mesi ci saranno le elezioni locali e per la prima volta, seppure con molti limiti, le donne saranno autorizzate a partecipare, sia come elettrici sia come candidate. Se seguite il dibattito in Arabia Saudita, vi renderete conto che in questi giorni è apertissimo: c’è chi dice che tentare è inutile, perché i limiti sono ancora tali e tanti da non permettere alle donne di guidare o di fare campagna elettorale con il proprio viso; e poi c’è chi dice, sempre all’interno del gruppo femminile, che bisogna comunque tentare, perché anche se è un piccolo passo, ne vale la pena. Quindi, come vedete, c’è un dibattito molto vivace.

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Oppure potremmo prendere la Tunisia: la Tunisia è un Paese arabo di tutta evidenza, ma completamente diverso dagli altri in termini di storia, di cultura, eccetera (la Costituzione tunisina è una delle migliori proprio per quanto riguarda la tutela femminile). Rimane però in Tunisia un punto che non si riesce a superare: quello dell’eredità. Come voi sapete, anche in Tunisia, per ragioni banalmente economiche, l’eredità nella discendenza femminile corrisponde alla metà o a un terzo rispetto a quella del fratello maschio. Quindi, ci sono Paesi di transizione più lenta, per esempio il Marocco, e ci sono Paesi di transizione molto vivace ma non ancora realizzata pienamente; penso all’Iran per esempio, dove le donne hanno molti limiti ma anche una vivacità assolutamente straordinaria (sentirete oggi Shirin Ebadi).

Perciò io non sono affatto depressa, dico solo che la promozione dei diritti umani non si realizza in quanto calata dall’alto per destino, ma arriva se qualcuno se ne impegna, o se in molti continuiamo a spingere. Perché, come in Italia, anche negli altri paesi, dall’alto gratis non arriva mai niente.

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