10 invenzioni inutili, fallite, dimenticate e tornate alla ribalta

Nel XIX seco­lo fa la sua com­par­sa sul­la sce­na archeo­lo­gi­ca euro­pea un miste­rio­so arte­fat­to, che attrae l’attenzione di alcu­ni col­le­zio­ni­sti d’arte.

È la cosid­det­ta Cop­pa di Licur­go, risa­len­te all’epoca roma­na del IV seco­lo d.C. e che pren­de il nome dal­la pro­pria ico­no­gra­fia, rap­pre­sen­tan­te alcu­ne figu­re mitologiche.

Si trat­ta di un cali­ce dia­trè­to, cioè pos­sie­de una par­te vitrea inca­sto­na­ta in una strut­tu­ra deco­ra­ti­va di metal­lo, una tipo­lo­gia di reper­to par­ti­co­lar­men­te rara, tan­to che di que­sti sfar­zo­si bic­chie­ri ne sono sta­ti ritro­va­ti sola­men­te una cinquantina.

La Cop­pa di Licur­go, però, è uni­ca nel suo gene­re — il vetro di cui è costi­tui­ta pos­sie­de l’affascinante pro­prie­tà di cam­bia­re colo­re a secon­da del modo in cui vie­ne espo­sto alla luce (dicroi­smo), assu­men­do diver­se tona­li­tà che van­no dal ver­de al rosso.

Oggi le sostan­ze dicroi­che sono piut­to­sto dif­fu­se a livel­lo indu­stria­le, ma fun­zio­na­no con un prin­ci­pio otti­co total­men­te diver­so da quel­lo del­la cop­pa, che è ben più com­ples­so, e ritro­var­lo in un manu­fat­to del IV seco­lo è a dir poco stra­bi­lian­te. È il pro­dot­to di una meto­do­lo­gia mol­to sofi­sti­ca­ta, svi­lup­pa­ta­si solo nel XX secolo.

Che sor­pre­sa dev’essere sta­ta, per i ricer­ca­to­ri del tar­do nove­cen­to, sco­pri­re che la tec­ni­ca uti­liz­za­ta per for­gia­re il vetro del­la cop­pa di Licur­go pote­va esse­re defi­ni­ta a pie­no tito­lo “nano­tec­no­lo­gia”.

Le ana­li­si sul cali­ce, ini­zia­te nel 1958, giun­se­ro a tale con­clu­sio­ne sol­tan­to nel 1980, quan­do nei labo­ra­to­ri archeo­lo­gi­ci si deci­se di accan­to­na­re i nor­ma­li stru­men­ti d’indagine per ricor­re­re alle manie­re forti.

Sot­to­po­sto all’enorme ingran­di­men­to (500.000x) di un micro­sco­pio a tra­smis­sio­ne elet­tro­ni­ca, il son­tuo­so bic­chie­re rive­lò ciò che una sem­pli­ce len­te non avreb­be mai potu­to per­ce­pi­re: un siste­ma col­loi­da­le di nano­par­ti­cel­le di oro e argen­to, disper­se nel vetro rispet­ti­va­men­te in con­cen­tra­zio­ni di 40 e 330 ppm.

Secon­do uno stu­dio con­dot­to dagli scien­zia­ti bri­tan­ni­ci Ian Free­sto­ne, Nigel Meeks, Mar­ga­ret Sax e Cathe­ri­ne Hig­gitt, pro­prio la lega metal­li­ca for­ma­ta dai sud­det­ti cor­pu­sco­li sareb­be il segre­to del­la spe­cia­le cromatura.

Le par­ti­cel­le di argen­to agi­sco­no sul­la radia­zio­ne inci­den­te, ren­den­do mas­si­ma la riflet­ti­vi­tà per lun­ghez­ze d’onda cor­ri­spon­den­ti a colo­ra­zio­ni ver­di-azzur­re, men­tre le par­ti­cel­le d’oro impe­di­sco­no alle stes­se gra­da­zio­ni lumi­no­se di attra­ver­sa­re il vetro, facen­do sì che la radia­zio­ne tra­smes­sa risul­ti esclu­si­va­men­te rossa.

I due mec­ca­ni­smi inter­ven­go­no in con­tem­po­ra­nea, ma con diver­sa effi­cien­za a secon­da di come l’artefatto vie­ne espo­sto alla fon­te lumi­no­sa, così che, in luce rifles­sa appa­re ver­de, in con­tro­lu­ce si tin­ge di ros­so e in altre orien­ta­zio­ni assu­me sfu­ma­tu­re intermedie.

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Qual è il vero colo­re del­la cop­pa di Licur­go? La doman­da non ha sen­so: nes­sun cor­po fisi­co ha un colo­re “pro­prio” che sia uni­co. Per l’occhio uma­no (e per il cer­vel­lo), ogni cor­po assu­me il colo­re cor­ri­spon­den­te al pic­co di emis­sio­ne elet­tro­ma­gne­ti­ca che que­sto emet­te (nell’intervallo del visi­bi­le). Quo­ti­dia­na­men­te abbia­mo a che fare con ogget­ti che “cam­bia­no colo­re” a secon­da di quan­to è illu­mi­na­to l’ambiente cir­co­stan­te. Più rara­men­te abbia­mo a che fare con ogget­ti che cam­bia­no colo­re anche in rela­zio­ne alla loro orien­ta­zio­ne rispet­to alla fon­te lumi­no­sa: è il caso del vetro dicroi­co, di cui non varia solo la lumi­no­si­tà, ma anche la posi­zio­ne del pic­co di emissione.

Data la minu­sco­la dimen­sio­ne dei gra­ni (50–100 nm), tro­va­re il prin­ci­pio alla base del dicroi­smo dev’essere sta­to un vero e pro­prio rom­pi­ca­po per i pri­mi dot­ti che esa­mi­na­ro­no il cali­ce (XIX secolo).
Ma com’è pos­si­bi­le che in un reper­to roma­no del IV seco­lo vi sia l’impronta del­la nanotecnologia?
L’ipotesi più accre­di­ta­ta è che, nel model­la­re l’amalgama vitrea del­la cop­pa, gli anti­chi arti­gia­ni abbia­no usa­to un ban­co­ne su cui era­no soli­ti lavo­ra­re i metalli.
Oro e argen­to avreb­be­ro rila­scia­to sul tavo­lo dei fram­men­ti imper­cet­ti­bi­li poi rima­sti appic­ci­ca­ti all’impasto, per tale moti­vo è pro­ba­bi­le che nem­me­no gli stes­si arte­fi­ci aves­se­ro com­pre­so la pro­ce­du­ra che ave­va ori­gi­na­to la sostan­za cangiante.
Quel che è cer­to è che chiun­que l’abbia for­gia­ta ave­va gran­de espe­rien­za nel set­to­re e non è da esclu­de­re che il dicroi­smo sia sta­to l’inatteso risul­ta­to di un’audace espe­ri­men­to artistico.
A soste­gno di ciò, le ana­li­si indi­ca­no che la cop­pa di Licur­go sareb­be sta­ta uti­liz­za­ta solo per un cen­ti­na­io di anni, men­tre per oltre un mil­len­nio sareb­be rima­sta in un luo­go chiu­so che l’avrebbe pro­tet­ta dall’azione del tem­po (si è ipo­tiz­za­to ad esem­pio la teso­re­ria di una chie­sa, un sar­co­fa­go, oppu­re un mau­so­leo; fat­to che la dice lun­ga su quan­to fos­se con­si­de­ra­ta preziosa).
Con buo­na pace degli anti­chi mastri vetrai, il vetro dicroi­co vie­ne odier­na­men­te pro­dot­to dall’industria di mas­sa tra­mi­te un pro­ces­so auto­ma­tiz­za­to e piut­to­sto sem­pli­ce, che di sicu­ro non coin­vol­ge tec­ni­che di nanotecnologia.
Que­sto mate­ria­le vie­ne comu­ne­men­te uti­liz­za­to per la crea­zio­ne di gio­iel­li, scul­tu­re e altri ogget­ti di natu­ra orna­men­ta­le, anche se il ruo­lo più inte­res­san­te lo svol­ge all’interno degli stru­men­ti otti­ci, dove vie­ne inse­ri­to in for­ma di fil­tri inter­fe­ren­zia­li, come acca­de per i pro­iet­to­ri 3D, i pro­iet­to­ri LCD e i micro­sco­pi a fluo­re­scen­za, stru­men­ti uti­lis­si­mi per la biologia.

12346791_1139136756115408_1311572595_nIn figu­ra: il prin­ci­pio di fun­zio­na­men­to di un micro­sco­pio a fluo­re­scen­za, alcu­ni fil­tri dicroi­ci e dei gio­iel­li in vetro dicroico.

Dal can­to suo, la nano­tec­no­lo­gia con­cen­tra i pro­pri sfor­zi ver­so set­to­ri che han­no poco a che fare con quel­lo arti­sti­co, e comun­que, lo svi­lup­po di nuo­vi mec­ca­ni­smi dicroi­ci non è tra i suoi obiettivi.
La sud­det­ta dot­tri­na ebbe ori­gi­ne quan­do il bril­lan­te Richard Feyn­man (1918 – 1988), futu­ro pre­mio Nobel per la fisi­ca, tras­se ispi­ra­zio­ne dal roman­zo “Wal­do”, di Robert A. Hein­lein, per scri­ve­re “There’s plen­ty of room at the bot­tom” (let­te­ral­men­te “C’è un sac­co di spa­zio sul fon­do”), il discor­so che pre­sen­tò il 29 dicem­bre del 1959 ad un con­ve­gno dell’American Phy­si­cal Society.
Lo scien­zia­to sta­tu­ni­ten­se illu­strò una serie di appli­ca­zio­ni che sareb­be sta­to pos­si­bi­le rea­liz­za­re qua­lo­ra fos­se sta­to inven­ta­to un modo per mani­po­la­re la mate­ria a livel­lo atomico.
Tra le più entu­sia­sman­ti vi è for­se quel­la di “ingo­ia­re il dot­to­re” (swal­lo­wing the doctor/Nanomedicine), ovve­ro di intro­dur­re all’interno di un pazien­te dei minu­sco­li uten­si­li tele­co­man­da­ti in gra­do di inte­ra­gi­re con le sin­go­le cel­lu­le mala­te ed effet­tua­re inter­ven­ti chi­rur­gi­ci di estre­ma precisione.
Per otte­ne­re tali stru­men­ti, Feyn­man ave­va pen­sa­to di impo­sta­re una cate­na di pro­du­zio­ne in cui un pri­mo stra­to di mac­chi­na­ri ne assem­bla di altri, iden­ti­ci ma più pic­co­li, i qua­li a loro vol­ta ne costrui­sco­no di più pic­co­li e via dicen­do, fin­chè non si rag­giun­ge la dimen­sio­ne desiderata.
Anche se in segui­to l’establishment acca­de­mi­co giu­di­cò il con­tri­bu­to di Fey­man alla nano­tec­no­lo­gia come piut­to­sto esi­guo, il sag­gio del ’59 gene­rò un for­te impul­so di crea­ti­vi­tà e otti­mi­smo nel­la comu­ni­tà scien­ti­fi­ca: entu­sia­sma­ti da quel­le paro­le, i ricer­ca­to­ri del XX e del XXI seco­lo sfor­na­ro­no una gran quan­ti­tà di idee che pre­ve­de­va­no l’uso di nano­ma­te­ria­li nel­le for­me e nei ruo­li più bizzarri.

12364252_1139137032782047_1776120121_oRap­pre­sen­ta­zio­ne arti­sti­ca di alcu­ne nanoparticelle.

Eppu­re, dei tan­ti pro­get­ti fan­ta­sti­ca­ti, pochis­si­mi sono effet­ti­va­men­te rea­liz­za­bi­li, in quan­to non esi­ste anco­ra una tec­ni­ca per con­trol­la­re i nano-uten­si­li con suf­fi­cien­te pre­ci­sio­ne; ecco per­chè anco­ra oggi le loro moda­li­tà d’uso sono pas­si­ve e poco raffinate.

In que­sti ter­mi­ni, alcu­ni deri­va­ti del­la nano­tec­no­lo­gia (soprat­tut­to Nano­tu­bi) ven­go­no uti­liz­za­ti per la pro­du­zio­ne di tes­su­ti e com­po­nen­ti per l’edilizia, dei qua­li aumen­ta­no la resi­sten­za agli sfor­zi e la durabilità.

Inol­tre, diver­se spe­cie di nano­par­ti­cel­le (pre­va­len­te­men­te di argen­to) fun­go­no da addi­ti­vi chi­mi­ci per cosme­ti­ci, cre­me sola­ri, cata­liz­za­to­ri e spe­cia­li anti­bat­te­ri­ci (es. Sil­ver Nano Health System), men­tre altre han­no fun­zio­ne deter­gen­te all’interno di impian­ti di depu­ra­zio­ne, di desa­li­niz­za­zio­ne e di trat­ta­men­to dei rifiuti.

Mol­ti esper­ti del set­to­re riten­go­no che, nono­stan­te la nano­tec­no­lo­gia sia anco­ra in fase embrio­na­le, pre­sto potreb­be por­ta­re un con­tri­bu­to deter­mi­nan­te in tut­ti i cam­pi dell’industria.


Rin­gra­zia­men­ti:
Desi­de­ro rin­gra­zia­re Miche­le Magnoz­zi, dot­to­ran­do in fisi­ca all’università di Geno­va, per aver­mi aiu­ta­to a com­pren­de­re meglio la mate­ria in questione.

Con­di­vi­di:
Tommaso Sansone
Mi pia­ce fare e impa­ra­re cose nuo­ve. Di me non so qua­si niente.

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