Che fine ha fatto Petr Pavlensky?

Ange­li­ca Mettifogo

Petr Pavlen­sky è un arti­sta rus­so, nato a Lenin­gra­do nel 1984, ha stu­dia­to arte e indu­stria alla St. Peter­sburg Aca­de­my e ha lavo­ra­to pres­so la Fon­da­zio­ne Pro Arte, un’or­ga­niz­za­zio­ne che pro­muo­ve la cul­tu­ra con­tem­po­ra­nea. Nel 2012 fon­da insie­me ad altri arti­sti un gior­na­le indi­pen­den­te onli­ne, Poli­ti­che­ska­ya Pro­pa­gan­da. Ha tren­tu­n’an­ni, il viso magro, spi­go­lo­so, gli occhi chia­ri e pro­fon­di di chi par­la poco ma ha vis­su­to tan­to, di chi non ha nien­te da per­de­re e sa quel­lo che fa; e “quel­lo che fa” è denun­cia­re la situa­zio­ne di un Pae­se che sta dege­ne­ran­do sot­to gli occhi (chiu­si) del suo popo­lo. Lo scor­so 9 novem­bre Petr Pavlen­sky è sta­to arrestato.

La sua pri­ma per­for­man­ce, Cuci­tu­ra, risa­le al luglio 2013: le com­po­nen­ti del grup­po rus­so punk-rock Pus­sy Riot ven­go­no arre­sta­te e con­dan­na­te a due anni di car­ce­re con l’ac­cu­sa di tep­pi­smo a sfon­do reli­gio­so — era­no sali­te sul­l’al­ta­re del­la Cat­te­dra­le del Cri­sto Sal­va­to­re, invo­can­do alla Madon­na una pre­ghie­ra che chie­de­va di libe­ra­re la Rus­sia da Putin. In loro soste­gno Petr Pavlenk­sy pren­de ago e filo e si cuce le lab­bra, gesto tan­to estre­mo quan­to sce­no­gra­fi­co di pro­te­sta con­tro una cen­su­ra repres­si­va – in linea con le poli­ti­che coer­ci­ti­ve por­ta­te avan­ti negli anni del­l’URSS, che inqua­dra­va­no la cul­tu­ra e le arti entro linee gui­da ideo­lo­gi­che – che oggi con­ti­nua ad esse­re adot­ta­ta, addi­rit­tu­ra incen­ti­va­ta dal­la nuo­va legi­sla­zio­ne, per eli­mi­na­re voci sco­mo­de di di opposizione.

Il 1 ago­sto 2013 è sta­ta infat­ti appro­va­ta una leg­ge anti­pi­ra­te­ria det­ta SOPA (Stop Onli­ne Pira­cy Act) che, col pre­te­sto di com­bat­te­re la dif­fu­sio­ne di video e pro­du­zio­ni mul­ti­me­dia­li pri­ve di copy­right, in real­tà limi­ta e vìo­la le liber­tà indi­vi­dua­li e favo­ri­sce la cen­su­ra e la con­cor­ren­za slea­le ((Chiun­que può, seguen­do le pro­ce­du­re, bloc­ca­re un indi­riz­zo IP e di con­se­guen­za tut­ti i siti che lo uti­liz­za­no)). Le con­te­sta­zio­ni e gli appel­li (più di 55 mila ade­sio­ni) per una revi­sio­ne del­la leg­ge si sono con­clu­si con un nul­la di fat­to. In meri­to ai casi di imba­va­glia­men­to del­l’ar­te, del­la musi­ca e del­la stam­pa sono inter­ve­nu­ti nume­ro­si gior­na­li­sti, soprat­tut­to in segui­to alla reim­po­sta­zio­ne di un sito onli­ne, RepTV, uno dei pochi rima­sti ad aver man­te­nu­to una linea aper­ta al dia­lo­go e al con­fron­to di opi­nio­ni a livel­lo nazio­na­le e inter­na­zio­na­le (un ex col­la­bo­ra­to­re del­la rivi­sta ha tenu­to un effi­ca­ce discor­so in pro­po­si­to). Ma le pro­te­ste non han­no avu­to suc­ces­so: la mag­gior par­te di chi si è pro­nun­cia­to è sta­to cen­su­ra­to o ban­di­to dal­la rete.

A che ser­ve poter apri­re la boc­ca, se non si può parlare?
Petr Pavlen­sky

petr pavalnsky

Pochi mesi pri­ma, nel mag­gio 2013, davan­ti alla Duma di San Pie­tro­bur­go, Pavlen­sky pro­te­sta­va – avvol­to in un gomi­to­lo di filo spi­na­to, Car­cas­sa – con­tro una serie di leg­gi limi­tan­ti il libe­ro atti­vi­smo e asso­cia­zio­ni­smo e inti­mi­da­to­rie nei con­fron­ti del­la popo­la­zio­ne (con­tro l’o­mo­ses­sua­li­tà e con­tro la blasfemia).

Il 10 novem­bre del­lo stes­so anno, nel­la Gior­na­ta Nazio­na­le del­la Poli­zia Rus­sa, Pavlen­sky met­te in sce­na la ter­za – e più cla­mo­ro­sa – esi­bi­zio­ne: nudo, con lo sguar­do rivol­to ver­so il Crem­li­no, inchio­da a ter­ra il pro­prio scro­to. La noti­zia fa il giro del mon­do, ma con l’at­ten­zio­ne rivol­ta allo scan­da­lo sol­le­va­to dal gesto scon­cer­tan­te del­l’ar­ti­sta piut­to­sto che a soste­gno del mes­sag­gio che quel­l’a­zio­ne si pro­po­ne­va di dif­fon­de­re: una mani­fe­sta­zio­ne di pura e pro­fon­da dispe­ra­zio­ne, non­ché “meta­fo­ra del­l’a­pa­tia, del­l’in­dif­fe­ren­za e del fata­li­smo del­la moder­na socie­tà rus­sa”. In un gior­no di festi­vi­tà nazio­na­le, Pavlen­sky non accet­ta – e dun­que pro­te­sta – la scel­ta di orga­niz­za­re cele­bra­zio­ni per un appa­ra­to sta­ta­le vio­len­to e corrotto.

Pavlen­sky non è il pri­mo a sce­glie­re for­me di pro­te­sta tan­to radi­ca­li, infat­ti segue l’e­sem­pio del grup­po Moscow Acti­vi­sm for­ma­to­si negli anni Novan­ta e del più recen­te Voi­na (“guer­ra” in rus­so), famo­si per il loro deci­so e irri­ve­ren­te atti­vi­smo poli­ti­co che li ha visti spes­so minac­cia­ti e per­se­gui­ta­ti dal­le autorità.

ptr, carcassa

Con­vin­to del­la pro­fon­da capa­ci­tà comu­ni­ca­ti­va del­l’ar­te, del­la sua indi­pen­den­za e del­l’e­si­sten­za di un sal­do lega­me che la con­net­te alla real­tà e dun­que deci­si­va nel discor­so poli­ti­co, Petr, dopo il pro­ces­so del­le Pus­sy Riot, abban­do­na la sua for­ma­zio­ne acca­de­mi­ca e si con­vin­ce del­la neces­si­tà di un approc­cio più radi­ca­le alla sua pro­fes­sio­ne, per risve­glia­re le coscien­ze e far apri­re gli occhi a un popo­lo pas­si­vo, sem­pre più indif­fe­ren­te e sem­pre più cieco.

Da arti­sta, sono sta­to inse­ri­to in cer­ti cano­ni edu­ca­ti­vi […] Non ho per­mes­so che il gover­no com­ple­tas­se la sua azio­ne. Ho lascia­to per­de­re quan­do ha ini­zia­to a dif­fon­der­si que­sto con­ge­la­men­to ideo­lo­gi­co, que­st’o­mo­lo­ga­zio­ne del­l’ar­ti­sta – la tra­sfor­ma­zio­ne di un arti­sta in un  ser­vo per­so­na­le, che indi­vi­dual­men­te con­tri­bui­va a fare il gio­co del­le orga­niz­za­zio­ni fede­ra­li. Sareb­be sta­ta una ver­go­gna per me. Cos’a­vrei det­to se aves­si con­tri­bui­to io stes­so a que­sto processo?
Petr Pavlen­sky

Il cor­po diven­ta sim­bo­lo del­la socie­tà, è muti­la­to e feri­to, ed è la tela sul­la qua­le Pavlen­sky riflet­te, estre­miz­zan­do, gli effet­ti che le poli­ti­che di repres­sio­ne han­no sui cit­ta­di­ni: quan­do il 19 otto­bre 2014 l’ar­ti­sta sale sul tet­to del­la cli­ni­ca psi­chia­tri­ca Serb­sky e con un col­tel­lo si taglia il lobo di un orec­chio, dichia­ra che la sepa­ra­zio­ne (Segre­ga­tion è il tito­lo del­l’o­pe­ra) che la lama crea tra il lobo e il suo cor­po è la stes­sa che il muro del­l’o­spe­da­le cau­sa tra i pazien­ti e la socie­tà, quan­do la psi­chia­tria è sfrut­ta­ta dal gover­no a fini poli­ti­ci e fina­liz­za­ta alla repres­sio­ne e all’i­so­la­men­to dei sospet­ta­ti oppositori.

Nono­stan­te lui stes­so, come tan­ti altri arti­sti dis­si­den­ti, sia sta­to accu­sa­to di insa­ni­tà men­ta­le e più vol­te sot­to­po­sto ad accer­ta­men­ti medi­ci, le minac­ce di arre­sto e le inti­mi­da­zio­ni rivol­te all’ar­ti­sta non basta­no a fer­mar­lo o a con­vin­cer­lo ad aste­ner­si dal­l’e­spri­me­re il suo dis­sen­so: «Non ho pau­ra di nien­te. Ogni cosa che fan­no con­tro di me, la fan­no con­tro loro stes­si. Han­no fer­ma­to le Pus­sy Riot e ci sono io; se fer­me­ran­no me ci sarà qual­cun altro al mio posto».

Non ci sono aggior­na­men­ti sul­le sue con­di­zio­ni da quan­do, lo scor­so 9 novem­bre, è sta­to arre­sta­to dopo aver incen­dia­to la por­ta del­la Lub­jan­ka, palaz­zo sto­ri­co di Mosca sede, dal 1919, del­la Ceka e di tut­te le poli­zie segre­te sovie­ti­che. Que­sto famo­so “luo­go del­l’or­ro­re”, che dopo lo scio­gli­men­to del­l’URSS avreb­be dovu­to rima­ne­re solo il sim­bo­lo del­la vio­len­za e dei cri­mi­ni com­mes­si duran­te gli anni sovie­ti­ci, oggi rima­ne la como­da sede dei ser­vi­zi segre­ti rus­si (FSB). Petr Pavlen­sky ha com­piu­to un gesto sim­bo­li­co per denun­cia­re la tra­gi­ca con­ti­nui­tà tra pas­sa­to e pre­sen­te. Il silen­zio sul­la vicen­da ne è una conferma.

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