Cuba e la democrazia finanziaria

Dopo la sto­ri­ca aper­tu­ra di Oba­ma dell’anno scor­so, tor­nia­mo a par­la­re di Cuba e del­le pro­spet­ti­ve eco­no­mi­che dell’isola carai­bi­ca. Dopo aver mes­so fine, nell’ottobre 2013, alla cir­co­la­zio­ne del­la dop­pia mone­ta – misu­ra volu­ta da Castro nel 1994 per bilan­cia­re i con­trac­col­pi del crol­lo dell’URSS e la fine dei sus­si­di sovie­ti­ci – il pas­so suc­ces­si­vo è sta­to l’introduzione del­la leg­ge n. 118, Ley de Inver­sión Extra­n­je­ra, che rego­la gli inve­sti­men­ti di capi­ta­li este­ri nell’isola. L’apertura ha riguar­da­to alcu­ni set­to­ri indi­ca­ti dal gover­no, tra cui turi­smo, indu­stria ali­men­ta­re e agri­co­la, costru­zio­ni e tra­spor­ti. Nono­stan­te ciò, il flus­so di inve­sti­men­ti è anco­ra mol­to bas­so, soprat­tut­to per­ché è sta­to man­te­nu­to l’obbligo di con­trat­ta­zio­ne attra­ver­so agen­zie del­lo sta­to, vec­chio resi­duo del­lo sta­to cen­tra­li­sta socialista.

L’altro gran­de fre­no allo svi­lup­po del­le rela­zio­ni com­mer­cia­li tra Cuba e gli altri Pae­si era costi­tui­to dall’enorme ammon­ta­re dei debi­ti con­trat­ti dal­lo sta­to castri­sta. Dopo la can­cel­la­zio­ne del debi­to da par­te del­la Rus­sia del luglio 2014, saba­to 12 dicem­bre il Club di Pari­gi ha annun­cia­to misu­re ana­lo­ghe, vol­te a far decol­la­re l’interscambio com­mer­cia­le tra i Pae­si più ric­chi e indu­stria­liz­za­ti del mon­do e Cuba. Il Club, grup­po infor­ma­le che riu­ni­sce diver­si ope­ra­to­ri finan­zia­ri, a fron­te di un debi­to tota­le di 11,1 miliar­di di dol­la­ri, ha con­cor­da­to la rateiz­za­zio­ne in 18 anni di 2,6 miliar­di e l’estinzione del­la par­te restan­te del debito.

Questa misura, di portata storica quanto l’apertura di Obama, dovrebbe normalizzare le relazioni finanziare con Cuba e sbloccare gli investimenti esteri nell’isola che sta abbandonando un’economia autocratica statalista per passare alla ‘democrazia’ del mercato.

Le pro­spet­ti­ve degli ana­li­sti sono mol­to inco­rag­gian­ti, infat­ti, pre­ve­do­no che l’interscambio con gli USA pos­sa ammon­ta­re a 4,3 miliar­di di dol­la­ri di export cuba­no e 5,8 di import sta­tu­ni­ten­se. La bilan­cia com­mer­cia­le dell’Italia, secon­do più gran­de part­ner eco­no­mi­co euro­peo dopo la Spa­gna, regi­stra un sur­plus eco­no­mi­co nei con­fron­ti dell’isola di cir­ca 160 milio­ni di euro con pre­vi­sio­ni di espan­sio­ne soprat­tut­to nei set­to­ri del­la mec­ca­ni­ca stru­men­ta­le (33% del tota­le), gom­ma e pla­sti­ca (13%), pro­dot­ti chi­mi­ci (12%) e appa­rec­chi elet­tri­ci (11%). Il SACE sti­ma un aumen­to mas­si­mo del sur­plus fino a 220 milio­ni di euro nell’arco tem­po­ra­le 2015–2019 e un mini­mo di 70.

La can­cel­la­zio­ne dei debi­ti era quin­di la con­di­zio­ne essen­zia­le per lo sbloc­co degli inve­sti­men­ti e per la tra­sfor­ma­zio­ne di Cuba in un part­ner com­mer­cia­le mol­to cre­di­bi­le a livel­lo inter­na­zio­na­le. Per­man­go­no però i dub­bi cir­ca il rischio ambien­ta­le del con­te­sto ope­ra­ti­vo e degli strin­gen­ti rego­la­men­ti, ma soprat­tut­to c’è da chie­der­si se la tran­si­zio­ne eco­no­mi­ca in atto por­te­rà dav­ve­ro gio­va­men­to alla popo­la­zio­ne cuba­na oppu­re arric­chi­rà solo quell’oligarchia eco­no­mi­ca che tipi­ca­men­te si è svi­lup­pa­ta nei Pae­si post–comunisti.

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Jacopo Iside
Appas­sio­na­to di Sto­ria e di sto­rie. Stu­den­te mai trop­po dili­gen­te, ho inse­gui­to di più i sogni

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