Guest Blog: L’aridità è la polvere della nostra vita

In col­la­bo­ra­zio­ne con ASSP Uni­mi
di Luca Oberti

 

L’aridità è la pol­ve­re del­la nostra vita.
Per­va­de le nostre esi­sten­ze quo­ti­dia­na­men­te: in ogni gesto, in ogni sguar­do, se ne sen­te l’odore, il muo­ver­si  sinuo­so tra le per­so­ne, nel ten­ta­ti­vo stri­scian­te di sepa­rar­ci. Ato­mi­smo dina­mi­co e per­va­si­vo, da cor­po a cor­po, par­te per par­te. Divi­de, rime­sco­la, allon­ta­na, crea vuo­ti. Alte­ran­do i nostri equi­li­bri indu­ce a chiu­der­ci, a tro­va­re coraz­ze sot­to cui nascon­de­re le pro­prie insi­cu­rez­ze, a spe­ri­men­ta­re dife­se, a respin­ge­re  gli attac­chi. Ciò che rima­ne è un guscio custo­de del pro­prio cen­tro, pro­te­so sul ven­tre ed eret­to sul suo ego

I volti dell’aridità

Il sur­ri­scal­da­men­to glo­ba­le, l’erosione del­le super­fi­ci col­ti­va­bi­li e l’espandersi di quel­le deser­ti­che, l’aumento del­le tem­pe­ra­tu­re, dei disa­stri ambien­ta­li, dell’inquinamento in ogni sua for­ma, la scom­par­sa del­le risor­se idri­che e le con­se­guen­ti cri­si ali­men­ta­ri: il pro­ble­ma dell’aridità si sta facen­do sem­pre più pres­san­te, così come la ricer­ca del­le solu­zio­ni alle pro­ble­ma­ti­che che por­ta con sé.

La pre­sen­za di Expo a Mila­no, il Festi­val dell’acqua tenu­to­si ad otto­bre al Castel­lo sfor­ze­sco e la mostra Acqua Shock al Palaz­zo del­la Ragio­ne, ter­mi­na­ta il pri­mo di novem­bre, avva­lo­ra­no la con­vin­zio­ne che non sia più pos­si­bi­le rima­ne­re indif­fe­ren­ti a ciò che sta acca­den­do al nostro pia­ne­ta. Sia­mo al cen­tro, come cit­tà e come indi­vi­dui, di una rifles­sio­ne che vede l’uomo pro­ta­go­ni­sta: il signi­fi­ca­to di ciò che sta acca­den­do è qual­co­sa che si lega pro­fon­da­men­te al modo in cui vivia­mo, all’idea che abbia­mo di svi­lup­po e civil­tà. A tra­sfor­mar­si, a cam­bia­re, non è solo l’ambiente nel qua­le vivia­mo, ben­sì la socie­tà stes­sa nel­la qua­le sia­mo immersi.

Dal­la geo­po­li­ti­ca alla socio­lo­gia, dal­le rela­zio­ni inter­na­zio­na­li alle dina­mi­che di un con­flit­to, dal­la tec­no­lo­gia all’economia: in ognu­no di que­sti ambi­ti, l’aridità pone que­si­ti che sem­bra­no spin­ger­si ben oltre il mero ragio­na­men­to scien­ti­fi­co o il cal­co­lo poli­ti­co, affon­dan­do deci­sa­men­te nell’individuo e nel­la con­ce­zio­ne che que­sto con­ser­va del­la pro­pria realtà.

È dun­que pos­si­bi­le descri­ve­re l’aridità come chia­ve di let­tu­ra per que­sto momen­to dell’uomo? È pos­si­bi­le che rap­pre­sen­ti uno sta­to, una con­di­zio­ne, oltre che una minac­cia in gra­do di com­pro­met­te­re il nostro habi­tat, il con­cet­to che abbia­mo di pro­gres­so, oltre che l’esistenza stes­sa del­la nostra spe­cie in futuro?

L’aridità nella storia

La con­ce­zio­ne mul­ti­for­me e sfac­cet­ta­ta di ari­di­tà come para­dig­ma, come meta­fo­ra del­la real­tà che abbia­mo intor­no, si lega a dop­pio filo con il capi­ta­li­smo nel­la sua for­ma più ulti­ma: la cul­tu­ra consumistica.

Il con­su­mo è il metro­no­mo dei nostri tem­pi, dei nostri rit­mi, del­la nostra quo­ti­dia­ni­tà e del­le strut­tu­re por­tan­ti del­la nostra socie­tà; è il con­su­mo a decli­na­re la visio­ne che abbia­mo del mon­do, il giu­di­zio che abbia­mo del­le per­so­ne, il con­cet­to stes­so che abbia­mo di feli­ci­tà. La teo­ria uti­li­ta­ri­sta edo­ni­sti­ca, ad esem­pio, par­ten­do da una visio­ne pro­fon­da­men­te eco­no­mi­ca dell’uomo, dipin­to come una “mac­chi­na” atta al rag­giun­gi­men­to del­la mas­si­ma uti­li­tà, dimo­stra come que­sto abbia sosti­tui­to, alla nozio­ne pura­men­te astrat­ta del­la feli­ci­tà, un appa­ga­men­to dei pia­ce­ri di stam­po mate­ria­li­sta; è inne­ga­bi­le, come, al gior­no d’oggi, gran par­te del­la cul­tu­ra con­su­mi­sti­ca, dei pre­sup­po­sti ideo­lo­gi­ci del­la glo­ba­liz­za­zio­ne, pren­da spun­to da que­sta visio­ne di sod­di­sfa­zio­ne indi­vi­dua­le: l’incentivo al con­su­mo, all’acquisto, il lega­me per­si­sten­te tra pote­re e dena­ro, e tra que­sto ed il suc­ces­so, la fama, sono impe­ra­ti­vi codi­fi­ca­ti nel­la nostra eti­ca, nel­le rego­le che ci dia­mo all’interno del pro­ces­so di socializzazione.

Il capitalismo, da cui il consumismo trae origine, presenta però radici ben più profonde di queste: non determina solo il sistema, la struttura nella quale viviamo, bensì il riflesso che queste hanno sull’individuo, sul suo microcosmo interiore.

Già Bucha­rin, nel sol­co del mar­xi­smo, descri­ve­va come indi­vi­dua­li­sti­ca ed ato­mi­sti­ca la com­po­nen­te bor­ghe­se, por­ta­tri­ce del­le istan­ze del pri­mo capi­ta­li­smo. L’isolamento socia­le, la for­te con­cor­ren­zia­li­tà, la chiu­su­ra emo­ti­va era­no rap­pre­sen­ta­te come com­po­nen­ti fon­da­men­ta­li del carat­te­re e del­lo sti­le di vita del­la clas­se media emer­gen­te: un insie­me di valo­ri, idea­li e carat­te­ri­sti­che capa­ci di pro­iet­tar­si e riflet­ter­si nel modus viven­di di ogni sin­go­lo indi­vi­duo. Era dun­que pos­si­bi­le riscon­tra­re, già nel mar­xi­smo di stam­po otto­cen­te­sco, le trac­ce di un pen­sie­ro che vole­va spin­ger­si ben oltre i con­fi­ni del­la teo­ria poli­ti­ca per appro­da­re in una sfe­ra più inti­ma e privata.

Ed è pro­prio que­sto ten­ta­ti­vo, quel­lo cioè di descri­ve­re noi stes­si attra­ver­so ciò che ci cir­con­da, attra­ver­so un pun­to di vista che pos­sa dir­si socio­lo­gi­co o meta­fo­ri­co, il con­te­nu­to vero e pro­prio di que­sto arti­co­lo, nel­la con­vin­zio­ne che l’uomo appar­ten­ga for­te­men­te al perio­do sto­ri­co nel qua­le vive e che fac­cia del cam­bia­men­to, di ciò che ha intor­no, gran par­te del­la pro­pria essenza.

In un mon­do come il nostro, avvi­lup­pa­to da dina­mi­che glo­ba­li, con­su­mi­sti­che e dif­fu­se, l’aridità socia­le, emo­zio­na­le e rela­zio­na­le si può dimo­stra­re un filo ros­so capa­ce di uni­re le dif­fi­col­tà che l’uomo riscon­tra nel muo­ver­si all’interno di un siste­ma sem­pre più com­ples­so, mul­ti­for­me, indi­vi­dua­li­sta e connesso.

L’uomo e liquidità secondo Baumann

Impre­scin­di­bi­le pun­to di par­ten­za di que­sta ricer­ca, non può che esse­re Zyg­munt Bau­mann, socio­lo­go e filo­so­fo polac­co, non­ché una del­le voci più influen­ti all’interno del dibat­ti­to sul­la socie­tà del nostro tem­po: la poten­te meta­fo­ra attor­no a cui ha costrui­to il suo pen­sie­ro, “la liqui­di­tà”, non può che rap­pre­sen­ta­re il pri­mo metro di para­go­ne, di con­fron­to e di scam­bio con “ari­di­tà”.

Bau­mann infat­ti par­la di liqui­di­tà come di uno sta­to, fisi­co e men­ta­le, con il qua­le descri­ve­re l’evolvere, il pro­ce­de­re del­la nostra socie­tà, dell’insieme del­le nostre rela­zio­ni. Tut­to è liqui­do, inaf­fer­ra­bi­le, in costan­te movi­men­to, sen­za for­ma o con­tor­ni, come sospe­so in un mare di insi­cu­rez­za nel qua­le la nostra esi­sten­za è immer­sa, inca­pa­ce di pro­dur­re iso­le o piat­ta­for­me di signi­fi­ca­to a cui aggrap­par­si: i gran­di valo­ri del Nove­cen­to, l’etica del lavo­ro, del nucleo fami­lia­re, l’importanza attri­bui­ta a poche ma soli­de rela­zio­ni, la pro­fon­di­tà emo­ti­va, paio­no per­der­si, nel­la liqui­di­tà di un pen­sie­ro ato­mi­sti­co e pro­fon­da­men­te indi­vi­dua­li­sta, qua­le quel­lo capi­ta­li­sti­co borghese.

Egli descri­ve dun­que un pro­ces­so in atto, quel­lo di “lique­fa­zio­ne”, capa­ce di esten­der­si in ogni ambi­to del­la nostra vita: dal lavo­ro alle pro­prie pas­sio­ni, dal­la comu­ni­tà alle rela­zio­ni socia­li, dall’ideale al mate­ria­le e cul­mi­nan­te nell’individuo. L’uomo del­la socie­tà con­tem­po­ra­nea, infat­ti, appa­re a Bau­mann come insta­bi­le, incer­to, pri­vo di pun­ti di rife­ri­men­to e, cala­to in un con­te­sto così dina­mi­co ed impul­si­vo, estre­ma­men­te solo ed egocentrico.

“L’incontro stes­so tra per­so­ne in luo­ghi pub­bli­ci”, affer­ma il socio­lo­go polac­co “è e rima­ne un incon­tro tra estra­nei: l’incontro di indi­vi­dui è un incon­tro tra per­so­ne che non si cono­sco­no né si cono­sce­ran­no poi­ché ambien­ta­to in un non-luo­go o in un luo­go atto al con­su­mo”. “Pen­sia­mo ad un aereo­por­to”, con­ti­nua Bau­mann, “ un non-luo­go, poi­ché luo­go di pas­sag­gio e quin­di un luo­go pri­va­to del suo stes­so sen­so; o ad un qual­sia­si luo­go che sor­ga o nasca per rispon­de­re all’esigenza di un qual­che con­su­mo. In entram­bi i casi l’individuo rimar­rà con­fi­na­to, poi­ché il con­su­mo è un atto individuale”.

E que­sto solo per fare un esempio.

Lo scontro di Baumann con la realtà di oggi

La vio­len­za, la for­za seman­ti­ca del­la meta­fo­ra di Bau­mann è da toglie­re il fia­to: in que­sto incer­to siste­ma, nell’era del soft­ware e del vir­tua­le, dove ogni cer­tez­za pare sgre­to­lar­si nel doma­ni, dove l’istante vie­ne a con­ta­re più del tem­po stes­so, soprav­vi­ve­re sfrut­tan­do al mas­si­mo ogni capa­ci­tà o rela­zio­ne a dispo­si­zio­ne, diven­ta un impe­ra­ti­vo: l’uomo, rin­chiu­so nel pro­prio siste­ma, sep­pur costan­te­men­te con­nes­so con il mon­do, con gli altri, sep­pur capa­ce di col­ti­va­re sem­pre più rap­por­ti, appa­re più solo ed insicuro.

Ed è pro­prio que­sto il pun­to di par­ten­za che, in con­di­vi­sio­ne con il pen­sie­ro bau­man­nia­no, por­ta però ad un dif­fe­ren­te esi­to, ad una diver­sa meta­fo­ra con la qua­le descri­ve­re la socie­tà, il mon­do nel qua­le sia­mo immer­si: il pen­sie­ro stru­men­ta­le, cal­co­la­to­re e tec­ni­co-scien­ti­fi­co, per­va­den­do e con­ta­gian­do ogni ambi­to, ogni aspet­to del­la nostra cul­tu­ra, ha sov­ver­ti­to valo­ri e fon­da­men­ti eti­ci, cam­bian­do il nostro modo di vede­re l’uomo, di valu­tar­lo, di dare giu­di­zi. È sem­pre più dif­fi­ci­le rico­no­scer­si nell’immagine che abbia­mo di noi e che pare impri­mer­si nel­la socie­tà nel­la qua­le vivia­mo: le con­qui­ste socia­li e le gran­di ideo­lo­gie del Nove­cen­to e i pro­gres­si tec­ni­ci, scien­ti­fi­ci e giu­ri­di­ci del nuo­vo mil­len­nio paio­no ina­ri­di­re di fron­te alle pro­ble­ma­ti­che di una cri­si, quel­la che stia­mo attra­ver­san­do, capa­ce di get­ta­re ombre sul­la nostra civil­tà, o meglio, sull’idea stes­sa che abbia­mo di ciò che sia­mo e abbia­mo raggiunto.

L’uomo ha disu­ma­niz­za­to la sua socie­tà, subor­di­nan­do­la ad un siste­ma eco­no­mi­co-socia­le spre­giu­di­ca­to e divo­ra­to­re: mai come ora le disu­gua­glian­ze paio­no così for­ti, mai come ora, la ric­chez­za pare con­cen­trar­si sem­pre più al ver­ti­ce, mai come ora, paio­no far­si vio­len­te ed irra­zio­na­li le spin­te tese ad auto-con­ser­va­re un mec­ca­ni­smo di pote­re logo­ro e malato.

L’aridità e siccità umana nel mondo

Ciò che stia­mo costruen­do non è, per tor­na­re a Bau­mann, un mon­do ela­sti­co, fles­si­bi­le e per­mea­bi­le, incen­tra­to sul movi­men­to e sul­la ricom­bi­na­zio­ne, sul­la rete e la dif­fu­sio­ne, ben­sì il mon­do del­la pol­ve­re, dell’aridità esi­sten­zia­le, dell’attrito emo­ti­vo, del­la ceci­tà emo­zio­na­le, del­la chiu­su­ra egoi­sti­ca. Un mon­do pro­fon­da­men­te fra­gi­le ed insta­bi­le, sia a livel­lo indi­vi­dua­le che col­let­ti­vo: una socie­tà pri­va del­le sue fon­da­men­ta, del­le sue strut­tu­re, pron­ta a rice­ve­re un cam­bia­men­to radi­ca­le e dif­fu­so, ma, allo stes­so tem­po, insi­cu­ra, intro­ver­sa e conflittuale.

È para­dos­sa­le come l’aridità paia descri­ve­re in modo così cal­zan­te que­sto momen­to dell’uomo. Para­dos­sa­le per­ché, in un’epoca come la nostra, scos­sa da un risve­glio intel­let­tua­le dal sapo­re pre­po­ten­te­men­te ambien­ta­li­sta, la sic­ci­tà pare dimo­strar­si una del­le poche costan­ti, dei pochi pun­ti fer­mi del­la nostra civiltà.

Ad esse­re ari­do non è più sem­pli­ce­men­te l’ambiente natu­ra­le in cui vivia­mo, ad esse­re minac­cia­ta non è più la fer­ti­li­tà del­la nostra ter­ra, ma del­la nostra cul­tu­ra, del­le nostre emo­zio­ni, dei nostri lega­mi. L’aridità è il mon­do del­la pol­ve­re nel qua­le sia­mo rin­chiu­si, dell’asprezza socia­le, il pia­ne­ta dell’emozione sva­lu­ta­ta, dell’utilitarismo degli affet­ti, del­la vora­ci­tà mate­ria­le. Anni di iper-capi­ta­li­smo, di can­ni­ba­li­smo eco­no­mi­co e socia­le, di movi­men­ti migra­to­ri e con­flit­ti inter­ni, ci han­no con­dot­to nell’era del fra­me, dell’individualismo ato­mi­sti­co bor­ghe­se, dell’incertezza e del­le para­no­ie di massa.

L’arida realtà dell’uomo: quale luce?

E ciò non può che riper­cuo­ter­si sull’individuo, su ognu­no di noi.

Sot­to l’inquinamento emo­zio­na­le di un sole con­su­mi­sta, di fron­te ad un deser­to rela­zio­na­le pri­vo di oasi che garan­ti­sca­no ripa­ro dal­la super­fi­cia­li­tà dei lega­mi, ciò che divie­ne essen­zia­le è la capa­ci­tà di bril­la­re, di riflet­te­re i rag­gi, di emer­ge­re, stac­car­si dal­la mas­sa, lascian­do­si alle spal­le l’ombra dell’anonimato. Splen­de­re è l’imperativo del­la nostra epo­ca: distin­guer­si sapen­do­si con­for­ma­re in un uni­ver­so di soli in fuga, ambi­re alla per­fe­zio­ne, al model­lo, al sogno, al suc­ces­so. Ma la luce del­la fama, del­la popo­la­ri­tà, altro non fa che riflet­ter­si nel buio intor­no a noi, facen­do­ci dimen­ti­ca­re, per un atti­mo, del­la pro­pria con­di­zio­ne: come fale­ne attrat­te dal baglio­re di una lam­pa­da, dal­la sua luce tre­mu­la ma lim­pi­da, non con­ce­dia­mo di guar­dar­ci intor­no, di valu­ta­re cri­ti­ca­men­te la real­tà nel­la qua­le sia­mo immer­si, ma ci lascia­mo attrar­re da una pro­spet­ti­va irrag­giun­gi­bi­le, intri­sa del­la stes­sa sostan­za del sogno, uto­pi­ca, ecce­zio­na­le e sem­pre lontana.

La costru­zio­ne socia­le diven­ta la chia­ve per la pro­pria asce­sa, facen­do­ci allon­ta­na­re sem­pre più dall’idea, dal­la con­ce­zio­ne che abbia­mo di noi stessi.

E ciò che si apre intor­no a noi è il mon­do del­la polvere.

All’alba del nuo­vo mil­len­nio l’universo socia­le, poli­ti­co, eco­no­mi­co e rela­zio­na­le che ci cir­con­da appa­re dun­que sem­pre più insta­bi­le, incer­to, chiu­so su sé stes­so e spo­glio del­le ric­chez­ze che han­no con­trad­di­stin­to gran par­te del­la Sto­ria del­la nostra civil­tà, garan­ten­do in par­te il nostro suc­ces­so come spe­cie e come uomi­ni: la sem­pli­ci­tà nei rap­por­ti, la soli­da­rie­tà, l’espressività emo­zio­na­le, la liber­tà del sen­ti­re e del pro­va­re. Gran par­te del­la nostra uma­ni­tà, del­la nostra filan­tro­pia, pare offu­scar­si, anneb­biar­si, per­de­re di luce pro­pria, in un mon­do nel qua­le l’intervento media­ti­co – este­so in ogni spa­zio del nostro vive­re – pare get­ta­re ombre sul con­cet­to che abbia­mo di con­di­vi­sio­ne, sul­la nostra inte­rio­ri­tà, sull’idea che abbia­mo di noi stes­si, costrin­gen­do­ci in par­te, nell’atto ulti­mo di dife­sa, alla fin­zio­ne, alla spet­ta­co­la­riz­za­zio­ne di noi stes­si, all’uso stru­men­ta­le del­la nostra imma­gi­ne: le masche­re piran­del­lia­ne tro­va­no nuo­va for­ma, nuo­va for­za nel mon­do globalizzato.

Di fron­te a ciò, men­tre osser­via­mo la pol­ve­re copri­re ogni super­fi­cie, qual­co­sa pare affio­ra­re tra le dune di que­sto deser­to: la spin­ta empa­ti­ca ed espan­si­va del volon­ta­ria­to, mai come ora in cre­sci­ta, dell’associazionismo, isti­tu­zio­ne desti­na­ta a dif­fon­der­si e carat­te­riz­za­ta da un pro­fon­do anti­ca­pi­ta­li­smo di base, e la dif­fu­sio­ne di un nuo­va con­sa­pe­vo­lez­za cul­tu­ra­le ed arti­sti­ca, capa­ce di raf­for­zar­si attra­ver­so le cri­ti­che, di avvi­lup­par­si in fit­te tra­me attra­ver­so inter­net e le rela­zio­ni inter­per­so­na­li, di attin­ge­re dal­la diver­si­tà che ci circonda.

Una nuo­va for­za, pre­po­ten­te­men­te in con­tra­sto con le dina­mi­che ege­mo­ni­che in atto, intrin­se­ca­men­te lega­ta alla nuo­va “lost gene­ra­tion”, figlia del­le con­trad­di­zio­ni del seco­lo appe­na con­clu­so­si, sem­bra sem­pre più capa­ce di con­qui­sta­re nuo­vi spa­zi, svi­lup­pan­do­si ai mar­gi­ni del pal­co­sce­ni­co glo­ba­le, lon­ta­na dal­le luci del­la cul­tu­ra con­su­mi­sti­ca, riu­scen­do ad attrar­re su di sé, i valo­ri, le ideo­lo­gie e le arti­co­la­zio­ni di un pen­sie­ro capa­ce di por­ta­re avan­ti istan­ze dal for­te sapo­re anti­ma­te­ria­li­sta, e ad anno­dar­li, intrec­ciar­li con un sen­ti­men­to tra­sfor­mi­sta ed “oltre-gene­ra­zio­na­le”.

In un perio­do di radi­ca­le ripen­sa­men­to del nostro modo di vive­re, pen­sa­re e con­ce­pi­re noi stes­si, sia­mo por­ta­ti, infi­ne, davan­ti a ciò che rap­pre­sen­ta le ulti­me pro­pag­gi­ni di un siste­ma che per seco­li ha costi­tui­to il prin­ci­pio rego­la­to­re di ogni cosa: il capi­ta­li­smo avan­za­to, o ter­zo capi­ta­li­smo è il lun­go stra­sci­co di un vesti­to pesan­te che ha sapu­to però accom­pa­gnar­ci per gran par­te del­la sto­ria moder­na, ma che infi­ne, rive­la pro­fon­di squarci.

A noi dun­que spet­te­rà l’onore, l’onere ed il dove­re, di assi­ste­re ad una pro­fon­da tra­sfor­ma­zio­ne, di con­dur­la, di esser­ne gui­da­ti. Ciò che ci si pro­spet­ta è la l’ultima, este­nuan­te radi­ca­liz­za­zio­ne del pro­ces­so capi­ta­li­sta: di qui in poi, o il mon­do del­la pol­ve­re, o ciò che sapre­mo costrui­re sfrut­tan­do l’enorme poten­zia­le che l’uomo por­ta den­tro di sé.

Con­di­vi­di:
Redazione on FacebookRedazione on InstagramRedazione on TwitterRedazione on Youtube
Redazione

Commenta per primo

Lascia un commento

L'indirizzo email non sarà pubblicato.