Sette canzoni di George Harrison da ascoltare in streaming

Annun­cia­to trion­fal­men­te ovun­que, lo sbar­co pre-nata­li­zio dei Bea­tles su tut­te le mag­gio­ri piat­ta­for­me di strea­ming musi­ca­le offre il destro a una quan­ti­tà infi­ni­ta di ope­ra­zio­ni nostalgia.

Come l’approdo su iTu­nes nel 2010, anche que­sta tar­di­va aper­tu­ra allo strea­ming sarà arri­va­to alla fine di qual­che inter­mi­na­bi­le brac­cio di fer­ro lega­le, di cui pre­fe­ria­mo non cono­sce­re i det­ta­gli per evi­ta­re di ricor­da­re le meschi­ni­tà e le avi­de pic­co­lez­ze degli arti­sti miliar­da­ri e di chi gesti­sce le loro eredità.

https://www.youtube.com/watch?v=8BHdO-aJQMk

Tra le altre cose che pre­fe­ria­mo dimen­ti­ca­re ci sono sen­za dub­bio Yoko Ono, Rin­go Starr e Paul McCar­ney che bal­la­no e bat­to­no le mani tra il pub­bli­co dei Gram­my men­tre sul pal­co i Daft Punk suo­na­no Get Luc­ky con Ste­vie Won­der che pren­de una stec­ca peg­gio dell’altra (per non par­la­re di Phar­rell), e la col­la­bo­ra­zio­ne di McCart­ney con Rihan­na e Kanye West, e altre cose brut­te che fan­no i gigan­ti del­la musi­ca del Ven­te­si­mo seco­lo cata­pul­ta­ti nel Ventunesimo.

D’altra par­te, la scel­ta del 24 dicem­bre potreb­be ben esse­re un ten­ta­ti­vo per riba­di­re la famo­sa supre­ma­zia dei Bea­tles su Gesù (peral­tro inec­ce­pi­bi­le. Gesù c’è su Spo­ti­fy? No), oltre che una mos­sa com­mer­cial­men­te azzec­ca­ta, dato che qua­ran­ta­cin­que anni dopo la rot­tu­ra i Fab Four sot­to Nata­le ven­do­no anco­ra più dischi di Tay­lor Swift (e nem­me­no lei c’è su Spotify).

Cele­bria­mo allo­ra que­sto avven­to musi­ca­le con una top seven di bra­ni com­po­sti dal nostro bea­tle pre­fe­ri­to: meno ego­ma­nia­co di John Len­non, più sen­si­bi­le e pro­fon­do del fri­vo­lo McCart­ney, con un naso più bel­lo di quel­lo di Rin­go Starr: Geor­ge Harrison.

1. Long, Long, Long (da The Beatles, 1968)

For­se il più bel­lo tra i capo­la­vo­ri sot­to­va­lu­ta­ti dei Bea­tles: che il desti­na­ta­rio sia un’entità divi­na o un amo­re uma­no, il vibra­to del­la chi­tar­ra, la mor­bi­dez­za dell’organo Ham­mond, le paro­le sus­sur­ra­te, i fill improv­vi­si di bat­te­ria, il cre­scen­do dell’arrangiamento, tut­to con­tri­bui­sce a crea­re un gio­iel­lo di nostal­gia e devozione.

2. I Me Mine (da Let it Be, 1970)

Per metà val­zer da gior­no del giu­di­zio uni­ver­sa­le e per metà rock n’ roll aci­do-bian­co-furen­te da Bea­tles che han­no già fat­to e inte­rio­riz­za­to Hel­ter Skel­ter, I Me Mine è una dolen­te can­zo­ne di rot­tu­ra, for­se un atto d’accusa; di cer­to dà il tito­lo all’autobiografia di Har­ri­son, pub­bli­ca­ta nel 1980. Nota: in strea­ming non tro­ve­re­te la ver­sio­ne da Let it Be… Naked, cioè sen­za i solen­ni arran­gia­men­ti orche­stra­li di Phil Spec­tor che non pia­ce­va­no a McCartney.

3. While My Guitar Gently Weeps (da The Beatles, 1968)

https://play.spotify.com/track/4J4gApJKSC0himDViFotdy

Un gran­de clas­si­co: simi­le alla pre­ce­den­te per le atmo­sfe­re da apo­ca­lis­se western, che qui però risol­vo­no in un ritor­nel­lo psi­che­de­li­co-sognan­te; scrit­ta su ispi­ra­zio­ne dell’I Ching, ospi­ta famo­sa­men­te la chi­tar­ra dell’amico Eric Clap­ton (non accre­di­ta­to, come d’abitudine per i musi­ci­sti non-Bea­tles nei dischi dei Beatles).

4. Love You To (da Revolver, 1966)

Har­ri­son fu pro­ba­bil­men­te l’unico dei quat­tro a trar­re un vero e sin­ce­ro pro­fit­to spi­ri­tua­le, e non solo atteg­gia­men­ti di manie­ra, dal con­tat­to con la filo­so­fia india­na. Love You To, insie­me alla più paci­fi­ca Within You Without You (inclu­sa l’anno suc­ces­si­vo in Sgt. Pepper’s), è il pri­mo com­piu­to espe­ri­men­to di fusio­ne tra rock psi­che­de­li­co occi­den­ta­le e musi­ca clas­si­ca indiana.

5. Piggies (da The Beatles, 1968)

Pig­gies è una stra­va­gan­za baroc­ca di appe­na due minu­ti all’interno del Whi­te Album, ma ter­ri­bil­men­te seria nel­la vio­len­za del testo (che, gru­gni­ti inclu­si, anti­ci­pa di qua­si die­ci anni i maia­li dei Pink Floyd) e inquie­tan­te, a poste­rio­ri, per l’interpretazione che ne die­de Char­les Manson.

6. Taxman (da Revolver, 1966)

All’inizio del docu­men­ta­rio di Mar­tin Scor­se­se Living in the Mate­rial World, Ter­ry Gil­liam dei Mon­ty Python racconta:

The­re’s Geor­ge with can­cer and he kno­ws his life is limi­ted. And what he does is… Buys a hou­se in Swi­tzer­land, so he can avoid pay­ing the tax­man here. The man who wro­te the song Tax­man, even to his final hours, was deter­mi­ned to cheat the taxman.

7. Something (da Abbey Road, 1969)

Roman­ti­che­ria irri­nun­cia­bi­le, Some­thing è sen­za dub­bio il pez­zo di Har­ri­son più noto in asso­lu­to. Dicia­mo­ce­lo, il testo non vale gran­ché, ma per il riff di chi­tar­ra intro­dut­ti­vo gli pos­sia­mo per­do­na­re tutto.

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Sebastian Bendinelli
In mis­sio­ne per fer­ma­re la Rivo­lu­zio­ne industriale.

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