Your Story: una startup che racconta l’imprenditoria indiana
Intervista a Francesca Ferrario

Abbia­mo incon­tra­to Fran­ce­sca Fer­ra­rio, che ha lavo­ra­to per Your Sto­ry, una piat­ta­for­ma web fon­da­ta in India da Shra­d­ha Shar­maper rac­con­ta­re le sto­rie di impren­di­to­ri india­ni. Accan­to a que­sto pro­get­to nasce anche Migrant Entre­pre­neurs Euro­pe sul­le espe­rien­ze degli impren­di­to­ri migran­ti in Europa.

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Che cos’è Your Sto­ry?

Your Sto­ry è una piat­ta­for­ma che rac­co­glie sto­rie di impren­di­to­ri in India. L’idea è par­ti­co­la­re per­ché in India il mon­do del lavo­ro è più tra­di­zio­na­li­sta: i gio­va­ni devo­no lavo­ra­re in una gran­de azien­da per man­te­ne­re tut­ta la fami­glia. L’imprenditoria è il con­cet­to oppo­sto, secon­do il qua­le si lascia tut­to, ci si ren­de dispo­ni­bi­li a non gua­da­gna­re tan­to e si ini­zia qual­co­sa di cui si è vera­men­te appas­sio­na­ti. In India fare l’imprenditore è tra­sgres­si­vo, moti­vo per cui Your Sto­ry è così ori­gi­na­le. Il pro­get­to ha avu­to mol­to suc­ces­so, con 3 milio­ni di visua­liz­za­zio­ni  al mese sul sito e 2 milio­ni sull’applicazione. A luglio ha rice­vu­to 5 milio­ni di finan­zia­men­ti da vari inve­sti­to­ri pri­va­ti e ven­tu­re capi­ta­lists, tra cui Ratan Tata, uno dei più gran­di impren­di­to­ri indiani. 

Come è nato? 

L’ha fon­da­to Shra­d­ha Shar­ma nel 2009, dopo aver lavo­ra­to per gran­di azien­de di media india­ne, come il quo­ti­dia­no The Times of India. Nel fare il suo lavo­ro si è resa con­to che c’erano pochis­si­mi media che par­la­va­no in modo spe­ci­fi­co di impren­di­to­ria, quin­di si è licen­zia­ta e ha crea­to una piat­ta­for­ma che par­las­se esclu­si­va­men­te di que­sta real­tà lavo­ra­ti­va, par­ten­do dal­la base, ovve­ro dal­le sto­rie degli impren­di­to­ri. Per impren­di­to­ri in que­sto caso si inten­do­no per­so­ne nor­ma­li, non famo­se, sen­za per for­za un pas­sa­to glo­rio­so di impre­se e busi­ness. Così pian pia­no ha costrui­to la più gran­de piat­ta­for­ma di sto­ry­tel­ling sull’imprenditoria india­na. Il model­lo non è inno­va­ti­vo di per sé: esi­ste anche Tech­Crunch, che ha base a San Fran­ci­sco negli Sta­ti Uni­ti. In gene­ra­le, l’imprenditoria nel mon­do è un busi­ness che va mol­to bene, soprat­tut­to quel­la lega­ta alla tec­no­lo­gia: Face­book è una star­tup, come anche Twit­ter o Insta­gram. Sia­mo nell’era del­le startup. 

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Quan­to è signi­fi­ca­ti­vo il fat­to che Shra­d­ha Shar­ma sia una don­na di suc­ces­so, in India?

Sicu­ra­men­te è un’eccezione. Nel mon­do del busi­ness in India ci sono poche don­ne. Sono sem­pre di più, è vero, e quel­le che ce la fan­no sono vera­men­te toste. Lei lo è abba­stan­za da poter ave­re suc­ces­so. È quel­la che si dice una “wor­ka­ho­lic”, lavo­ra 24 ore al gior­no, 7 gior­ni su 7, e pen­sa solo alla sua star­tup. È indub­bio che, soprat­tut­to all’inizio, abbia dovu­to affron­ta­re dif­fi­col­tà mag­gio­ri rispet­to a un impren­di­to­re uomo, per esem­pio nel tro­va­re finan­zia­men­ti. Pri­ma di tro­va­re finan­zia­men­ti ha dovu­to aspet­ta­re che Your Sto­ry diven­tas­se una piat­ta­for­ma impor­tan­te. Biso­gna dire, però, che lei non dà mol­ta impor­tan­za alle dif­fi­col­tà che ha incon­tra­to come don­na. Le rico­no­sce, ma pen­sa che lamen­tan­do­si dei pro­pri pro­ble­mi non si vada più avan­ti. Vero è, comun­que, che pas­san­do del tem­po in India si ini­zia pre­sto a nota­re come sia più faci­le per gli uomi­ni che per le don­ne lavo­ra­re nel mon­do dell’imprenditoria e non solo. 

Ho nota­to che sul sito c’è una sezio­ne dedi­ca­ta alle don­ne, “Her Story”. 

All’inizio Your Sto­ry ave­va una piat­ta­for­ma uni­ca per tut­ti gli impren­di­to­ri. Dopo aver fat­to espe­rien­za sui tipi di impren­di­to­ria che si pote­va­no rac­con­ta­re, il sito è sta­to divi­so in tre par­ti. Una par­te è dedi­ca­ta alla tec­no­lo­gia ed è una del­le più segui­te, per­ché in India l’interesse a riguar­do è alto e ci sono mol­ti inge­gne­ri. Una par­te è Social Sto­ry, dedi­ca­ta all’imprenditoria socia­le. E poi c’è Her Sto­ry, dedi­ca­ta alla don­ne in gene­ra­le, e non solo alle don­ne impren­di­tri­ci. Si trat­ta più che altro di tro­va­re sto­rie di don­ne che si sono mes­se in affa­ri e che pos­so­no esse­re d’ispirazione. Non tut­ti era­no d’accordo con la crea­zio­ne di “Her Sto­ry”. Alcu­ne impren­di­tri­ci, come anche dei mem­bri del team, han­no pro­te­sta­to dicen­do che non era giu­sto con­si­de­ra­re le don­ne da un diver­so pun­to di vista solo per il loro esse­re don­ne. Ma le sto­rie che si tro­va­no su Her Sto­ry han­no pro­ta­go­ni­ste che han­no avu­to van­tag­gi o dif­fi­col­tà pro­prio per il loro esse­re don­ne e l’elemento fem­mi­ni­le è sot­to­li­nea­to con forza. 

Un esem­pio?

Per esem­pio la sto­ria mol­to tra­va­glia­ta di una ragaz­za, Kal­pa­na Saroj, del­la casta degli intoc­ca­bi­li, la più bas­sa, nata in una zona dell’India in cui le caste sono anco­ra mol­to sen­ti­te. Vie­ne costret­ta a spo­sa­re un uomo più vec­chio di lei, dal qua­le però rie­sce a scap­pa­re per tor­na­re dal­la sua fami­glia. Ma rifiu­ta­re il mari­to in India è con­si­de­ra­to un gesto estre­ma­men­te oltrag­gio­so e la sua fami­glia, fat­ta ecce­zio­ne per il padre, la rifiu­ta. Lei cade in depres­sio­ne, si avve­le­na e vie­ne por­ta­ta dal padre in ospe­da­le. A que­sto pun­to si tra­sfe­ri­sce a Mum­bai, dove, per vari moti­vi, pren­de in gestio­ne un’azienda in fal­li­men­to, la risa­na e diven­ta milionaria. 

Oppu­re un altro esem­pio è la sto­ria di una ragaz­za che ha attra­ver­sa­to in moto l’India dal­la pun­ta sud fino all’Himalaya. Non si par­la di busi­ness, ma per una don­na viag­gia­re da sola in India è con­si­de­ra­to estre­ma­men­te peri­co­lo­so, e la sua è una sto­ria che può ispirare. 

Your Sto­ry vuo­le espan­der­si in Europa? 

Vor­reb­be­ro espan­der­si un po’ ovun­que. Per l’Europa, io e Shra­d­ha Shar­ma abbia­mo pen­sa­to a un tar­get spe­ci­fi­co. In que­sto momen­to uno degli argo­men­ti più dif­fu­si è quel­lo dell’immigrazione. Se ne par­la tan­to, ma in modo limi­ta­to: o con soli­da­rie­tà o con rifiu­to. L’immigrato in que­sto modo è ogget­ti­fi­ca­to, e non è mai pro­ta­go­ni­sta. Le sto­rie che par­la­no dei migran­ti ci sono, ma si con­cen­tra­no sem­pre e solo sul loro viag­gio e su quan­to han­no sof­fer­to ad arri­va­re qui.
Ho pen­sa­to di poter con­ti­nua­re a fare quel­lo che face­vo in India par­lan­do pro­prio di impren­di­to­ri immi­gra­ti. In qual­sia­si par­te del mon­do, e con qual­sia­si back­ground, gli immi­gra­ti sono sor­pren­den­te­men­te uti­li al PIL dei vari sta­ti euro­pei, pro­prio per­ché con­tri­bui­sco­no all’economia come imprenditori. 
Sta­ti­sti­che spe­ci­fi­che per ogni Pae­se euro­peo sono di base con­cor­di nel dire che i migran­ti sono più dispo­sti a cor­re­re rischi con le loro impre­se, sono più in gra­do di far­ce­la con risor­se eco­no­mi­che ristret­te e che, anche se maga­ri per poche per­so­ne, comun­que crea­no lavoro.
Tut­to ciò rima­ne in sordina. 

Come Shrada Sharma ha iniziato a parlare di imprenditori indiani perché nessuno lo faceva, così io ho iniziato a parlare di imprenditori migranti. È un percorso parallelo a quello di Your Story ed è una cosa nuova di cui parlare in Europa.

Per ora ho rac­col­to una doz­zi­na di sto­rie su Migran­tEn­tre­pre­neurs Euro­pe. È un pro­get­to pilo­ta che andreb­be a con­ver­ge­re con Your Sto­ry in caso di suc­ces­so. Ha la sua base su Medium, l’equivalente di Twit­ter, a lun­go for­ma­to. Abbia­mo ini­zia­to a pub­bli­ca­re un mese e mez­zo fa e ha fun­zio­na­to. In tan­ti mi han­no scrit­to per­ché l’idea pia­ce o gli arti­co­li piac­cio­no, e mi han­no chia­ma­ta da Spa­gna, Inghil­ter­ra, Ita­lia e New York per avvia­re col­la­bo­ra­zio­ni. Io per ora sto facen­do la cosa più sem­pli­ce, ovve­ro rac­con­to sto­rie di migran­ti che sono già impren­di­to­ri, che han­no già avvia­to qual­co­sa. I pro­get­ti che si pos­so­no svi­lup­pa­re par­ten­do da qui sono tan­ti. Per esem­pio una signo­ra mi ha con­tat­ta­ta dall’Inghilterra per crea­re un net­work di impren­di­to­ri migran­ti in Euro­pa, che pos­sa esse­re uti­le per tro­va­re inve­sti­to­ri e crea­re col­la­bo­ra­zio­ni con i pae­si nati­vi degli imprenditori. 

In bre­ve, una del­le bel­le sto­rie che hai trovato? 

Le sto­rie le ho tro­va­te in pae­si diver­si, Ger­ma­nia, Ita­lia, Fran­cia e Inghil­ter­ra. Una di quel­le che mi ha più col­pi­to ha come pro­ta­go­ni­sti due ragaz­zi che pre­se­ro par­te agli scon­tri di Rosar­no nel 2010. Una vol­ta scap­pa­ti da Rosar­no, sono anda­ti a Roma. Uno di loro, Sule­man, che vie­ne dal Mali, ha pro­prio lo spi­ri­to da impren­di­to­re, nel sen­so che ci cre­de che le cose pos­sa­no anda­re bene con i pro­pri sfor­zi. Sule­man e Sey­dou han­no deci­so di inzia­re a pro­dur­re yogurt, e gra­zie a varie cono­scen­ze si sono fat­ti dare un pez­zo di ter­ra, fuo­ri Roma. Poi han­no tro­va­to qual­cu­no da cui com­pra­re i pri­mi 15 litri di lat­te, con un capi­ta­le ini­zia­le di 30 euro. Han­no ven­du­to il pri­mo yogurt ai mer­ca­ti­ni e pian pia­no han­no dato il via a un ciclo di pro­du­zio­ne che ades­so è di 200 litri di yogurt a set­ti­ma­na. Van­no in giro per Roma in bici­clet­ta e ven­do­no por­ta a por­ta lo yogurt e anche le ver­du­re che col­ti­va­no nel loro pez­zo di ter­ra. Nel­la loro squa­dra han­no dato lavo­ro anche a due ragaz­ze auti­sti­che roma­ne. Sule­man mi ha det­to che il loro sogno è quel­lo di riu­sci­re a dare lavo­ro a tan­ti altri rifu­gia­ti, per­ché se non ini­zi a lavo­ra­re non solo non ti inte­gri, ma nem­me­no impa­ri l’italiano, che è fon­da­men­ta­le per ini­zia­re a tro­va­re lavo­ro in Italia. 

(Sto­ria com­ple­ta qui)

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Bianca Giacobone
Stu­den­tes­sa di let­te­re e redat­tri­ce di Vul­ca­no Sta­ta­le. Osser­vo ascol­to scri­vo. Ogni tan­to par­lo anche. E fac­cio il mon­do mio, poco per volta.

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