Contro le frontiere: la manifestazione del 23 gennaio a Calais

Saba­to 23 gen­na­io è sta­ta orga­niz­za­ta una gior­na­ta mon­dia­le con­tro le fron­tie­re — mani­fe­sta­zio­ni han­no avu­to luo­go sul con­fi­ne fra Gre­cia e Tur­chia, a Lam­pe­du­sa e ovvia­men­te a Calais. 

Cit­ta­di­na indu­stria­le del nord del­la Fran­cia, Calais sem­bra usci­ta da un roman­zo di Dic­kens, con le case in mat­to­ni bru­cia­ti, le vie stret­te e le mil­le fab­bri­che che cir­con­da­no la zona. Il por­to, con due fari, uno anti­co in pie­tra e uno nuo­vo in cemen­to, ospi­ta gab­bia­ni che si appog­gia­no nel­le miglia­ia di bar­che che sosta­no sul­le coste. Cit­tà ani­ma­ta da 75.000 abi­tan­ti, è il pro­mon­to­rio fran­ce­se più vici­no al Regno Uni­to, la por­ta del Cana­le del­la Mani­ca e, pro­prio per que­sto, la chi­me­ra di milio­ni di migranti.


La Giun­gla è il nome di uno dei cam­pi pro­fu­ghi più gran­de d’Europa, abi­ta­to da un nume­ro di per­so­ne tra le 5000 e le 7000. Lo scor­so novem­bre, il Con­si­glio di Sta­to fran­ce­se e il Tri­bu­na­le Ammi­ni­stra­ti­vo di Lil­le ave­va­no dichia­ra­to che il cam­po sareb­be sta­to mes­so in sicu­rez­za e rior­ga­niz­za­to per miglio­ra­re le con­di­zio­ne “deplo­ra­bi­li” nel­le qua­li vive­va­no – e vivo­no anco­ra – i migranti. 

Vi è la neces­si­tà di pro­ce­de­re entro 48 ore al cen­si­men­to dei mino­ri non accom­pa­gna­ti in dif­fi­col­tà e avvi­ci­nar­si al dipar­ti­men­to del Pas-de-Calais per la loro col­lo­ca­zio­ne. Inol­tre è essen­zia­le ini­zia­re a svi­lup­pa­re, entro otto gior­ni dei pun­ti d’ac­qua, ser­vi­zi igie­ni­ci, di rac­col­ta di immon­di­zia e dispo­si­ti­vi aggiun­ti­vi per con­dur­re una puli­zia del sito, crean­do un acces­so per i ser­vi­zi di emergenza.” 

Il gior­no, dico­no, ini­zia pre­sto nel­la Giun­gla. Impos­si­bi­le dor­mi­re con il fred­do mat­tu­ti­no nel­le case improv­vi­sa­te dove abi­ta­no i migranti.

Già alle por­te del­la Giun­gla però è chia­ro che le misu­re ordi­na­te dal Tri­bu­na­le non sono sta­te implementate. 

Nel­la Giun­gla di Calais non esi­ste l’asfalto, il fan­go man­gia le ruo­te del­le bici e sol­tan­to i più for­tu­na­ti indos­sa­no sti­va­li per la piog­gia, qua­si tut­ti sono così avvol­ti nei pro­pri abi­ti da lascia­re sco­per­ti sol­tan­to gli occhi. 
Il fred­do e il ven­to del mare entra­no nel­le ossa, il riscal­da­men­to non esi­ste, ci sono sol­tan­to bagni pub­bli­ci. Le case sono di legno e pla­sti­ca, tut­to il cam­po è cir­con­da­to da enor­mi can­cel­li bian­chi col­le­ga­ti da sot­ti­le filo spi­na­to. Ogni sera i camion nel­la poli­zia pat­tu­glia­no i con­fi­ni del cam­po per sven­ta­re le fughe quo­ti­dia­ne. La sen­sa­zio­ne che si per­ce­pi­sce è la stes­sa che si pro­ve­reb­be tro­van­do­si in zone deva­sta­te da una cata­stro­fe natu­ra­le. Le con­di­zio­ni nel­le qua­li vivo­no le per­so­ne sono para­go­na­bi­li, e addi­rit­tu­ra peg­gio­ri, a quel­le del­le fave­las Suda­me­ri­ca­ne o gli slums del Sud-est Asia­ti­co. Esi­sto­no alcu­ni pic­co­li nego­zi, scuo­le e cen­tri di pri­ma assi­sten­za, total­men­te auto­ge­sti­ti, ma le denun­ce degli orga­ni­smi uma­ni­ta­ri evi­den­zia­no come all’interno del­la Giun­gla il mer­ca­to rea­le sia con­trol­la­to prin­ci­pal­men­te dal­le orga­niz­za­zio­ni criminali.
Gli abi­tan­ti del­la giun­gla sono però prin­ci­pal­men­te bam­bi­ni, don­ne e uomi­ni di pas­sag­gio, o alme­no, che cer­ca­no di passare.


La mani­fe­sta­zio­ne è ini­zia­ta alle por­te del­la Giun­gla alle 14:00, con 2500 mani­fe­stan­ti fra rifu­gia­ti e ester­ni, giun­ti da col­let­ti­vi ingle­si, ita­lia­ni e da altre zone del­la Fran­cia come Mar­si­glia e Pari­gi, da cui sono par­ti­ti 5 auto­bus. L’obiettivo fina­le era rag­giun­ge­re la Piaz­za di Arme, nel cen­tro del­la cit­tà, limi­te tra por­to e zona commerciale. 

Cam­mi­na­va­no gli occhi pro­fon­di, color man­dor­le tosta­te, degli ara­bi che han­no visto la guer­ra nel deser­to e la distru­zio­ne del­le pro­prie cit­tà, come i Siria­ni, insie­me agli afri­ca­ni scap­pa­ti dal­la peren­ne guer­ra con­tro l’Eritrea. Insie­me, accom­pa­gna­ti da tam­bu­ri, can­ta­va­no per le stra­de, gri­da­va­no chie­den­do liber­tà e giu­sti­zia. La mani­fe­sta­zio­ne si è com­piu­ta paci­fi­ca­men­te, gli abi­tan­ti di Calais si affac­cia­va­no dal­le fine­stre e alcu­ni bam­bi­ni pian­ge­va­no nasco­sti nel­le gon­ne del­le madri, diver­se per­so­ne mostra­va­no un segno di appro­va­zio­ne per i migran­ti e altri alza­va­no la ban­die­ra francese. 

Ver­so le 16:00 la mani­fe­sta­zio­ne è giun­ta a Pla­ce des Armes e lì i mani­fe­stan­ti han­no ini­zia­to a can­ta­re e bal­la­re fino alle 17:00. Intor­no a quell’ora un ristret­to grup­po di rifu­gia­ti si è spo­sta­to ver­so il por­to scon­tran­do­si con un posto di bloc­co del­la poli­zia. Lì, appro­fit­tan­do di una fal­la nel­la recin­zio­ne sono riu­sci­ti a rag­giun­ge­re il por­to dove han­no occu­pa­to un tra­ghet­to con l’obiettivo di rag­giun­ge­re il Regno Uni­to. Alcu­ni mani­fe­stan­ti ester­ni, fra cui due stu­den­tes­se ita­lia­ne, si sono ritro­va­ti coin­vol­ti negli scon­tri e suc­ces­si­va­men­te le for­ze dell’ordine lì pre­sen­ti han­no con­dot­to il grup­po alla sta­zio­ne di Poli­zia, dove sono sta­ti dichia­ra­ti in sta­to fer­mo per 24 ore.

Nei pros­si­mi gior­ni i dete­nu­ti subi­ran­no un pro­ces­so in diret­tis­si­ma con capi d’accusa di “inva­sio­ne di zona posta sot­to sicu­rez­za” e “distur­bo dell’ordine pub­bli­co”. Le tre ragaz­ze ita­lia­ne sono sta­te tra­sfe­ri­te nel Cen­tro di Deten­zio­ne Ammi­ni­stra­va di Lil­le e rischia­no di esse­re espul­se dal ter­ri­to­rio francese. 

Intan­to a Calais e nel­la Giun­gla di Calais arri­va la not­te, lun­ga e geli­da, e i migran­ti devo­no tor­na­re pri­ma che ven­ga­no chiu­si i can­cel­li bian­chi, dove non dor­mi­ran­no però — scos­si da un fred­do insop­por­ta­bi­le, ogni not­te in quel lim­bo, atten­den­do il gior­no in cui tro­ve­ran­no quell’Europa acco­glien­te e civi­liz­za­ta che era sta­ta pro­mes­sa loro dopo il con­fi­ne gre­co. E men­tre le don­ne pro­va­no a cuci­na­re, i bam­bi­ni si aggrap­pa­no alle pro­prie madri e gli uomi­ni vaga­no per le stra­de di fan­go, ini­zia pre­sto un altro lun­go gior­no in quel­la Giun­gla cru­de­le e fred­da, la dimo­ra di 7000 esse­ri uma­ni che per il gover­no fran­ce­se e per le auto­ri­tà inter­na­zio­na­li sem­bra­no aver per­so la pro­pria con­di­zio­ne di uma­ni una vol­ta sbar­ca­ti su suo­lo straniero.

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Aura M. Parra
Immi­gra­ta. Paz­za per i dati. Aura.

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