Anche in Palestina è arrivato l’inverno

Un anno e mez­zo dopo gli scon­tri di cin­quan­ta gior­ni del 2014 la situa­zio­ne nei ter­ri­to­ri pale­sti­ne­si resta drammatica.
Uno stu­dio dell’Ufficio del­le Nazio­ni Uni­te per gli Affa­ri Uma­ni­ta­ri sti­ma la neces­si­tà di atti­va­re nel cor­so del 2016 misu­re uma­ni­ta­rie per due milio­ni e tre­cen­to­mi­la pale­sti­ne­si. Un pale­sti­ne­se su due.

Nel­la Stri­scia di Gaza la situa­zio­ne è sta­ta ulte­rior­men­te esa­cer­ba­ta dal­la chiu­su­ra da par­te dell’Egitto del vali­co di Rafah nell’ottobre del 2014, lascian­do – insie­me al bloc­co israe­lia­no che con­ti­nua ormai da otto anni – un milio­ne e otto­cen­to­mi­la per­so­ne sen­za pos­si­bi­li­tà di fuga.

  • La pover­tà è al 39%, la disoc­cu­pa­zio­ne al 41,5% (tra i gio­va­ni oltre il 60%), il 47% ha dif­fi­col­tà a met­te­re in tavo­la alme­no un pasto al giorno.

Il PIL pro capite a Gaza è sceso dal 1994 del 72%.

  • Solo il 35% dei fon­di pro­mes­si al con­ve­gno del Cai­ro dell’ottobre 2014 sono sta­ti consegnati.
  • Mal­gra­do il ces­sa­te il fuo­co del 2014 abbia for­mal­men­te ret­to, l’intifada dei col­tel­li ha sca­te­na­to una serie attac­chi mili­ta­ri da par­te israe­lia­na: duran­te il 2015 20 pale­sti­ne­si sono sta­ti ucci­si da for­ze israe­lia­ne, 966 i feriti.
    A que­sti van­no aggiun­te le vit­ti­me degli ordi­gni rima­sti ine­splo­si dal 2014 – 15 mor­ti e 91 feriti.
    Sono in cre­sci­ta anche le vio­len­ze con­tro don­ne e bam­bi­ni. 225.000 bam­bi­ni han­no biso­gno di sup­por­to psi­co­so­cia­le, 33.000 dei qua­li sono sen­za fami­glia o han­no neces­si­tà di esse­re segui­ti singolarmente.

Intrappolati all’aperto: senza casa

  • Duran­te gli scon­tri del 2014 sono sta­te rase al suo­lo le case di 95.000 per­so­ne – cir­ca 18.000 uni­tà abi­ta­ti­ve, cir­ca 18.000 famiglie.
  • La rico­stru­zio­ne pro­ce­de con len­tez­za gla­cia­le. L’importazione di cemen­to, ghia­ia e cal­ce­struz­zo è ban­di­ta per­ché sono pro­dot­ti “Dual Use”, ovve­ro che potreb­be­ro esse­re uti­liz­za­ti a sco­po mili­ta­re oltre che civi­le. (È impor­tan­te sot­to­li­nea­re che il pre­sun­to sco­po mili­ta­re di que­sti mate­ria­li da costru­zio­ne è esat­ta­men­te lo stes­so di quel­lo civi­le: costrui­re ripari.)
  • Que­sto dato, com­bi­na­to con l’aumento espo­nen­zia­le del costo degli affit­ti nel cor­so del 2015, por­ta a un tota­le di 168.000 le per­so­ne com­ple­ta­men­te espo­ste a con­di­zio­ni cli­ma­ti­che sfa­vo­re­vo­li, e l’inverno è appe­na iniziato.
  • Tra gli sfol­la­ti, piú di 70.000 sono uffi­cial­men­te con­si­de­ra­ti rifu­gia­ti dal­le Nazio­ni Uni­te – vive­va­no cioè nei ter­ri­to­ri oggi con­si­de­ra­ti “occu­pa­ti” tra il 1 Giu­gno 1946 e il 15 Mag­gio 1948.
  • Metà del­le fami­glie vive in con­di­zio­ni di sot­toa­li­men­ta­zio­ne e non ha acces­so a una quan­ti­tà suf­fi­cien­te d’acqua.
  • L’accesso alla cor­ren­te elet­tri­ca è inco­stan­te, con blac­kout tota­li che rag­giun­go­no le 14–16 ore al gior­no e ren­do­no impos­si­bi­le l’operato di scuo­le, ospe­da­li, e dell’infrastruttura neces­sa­ria per garan­ti­re ser­vi­zi come l’accesso all’acqua.

***

Metà del­la popo­la­zio­ne di Gaza e Cisgior­da­nia vive in con­di­zio­ni di emer­gen­za; ma l’argomento resta spie­ta­ta­men­te intrat­ta­bi­le. I dati che abbia­mo cita­to in que­ste righe sono estrat­ti dal­la Huma­ni­ta­rian Needs Over­view 2016 dell’Ufficio del­le Nazio­ni Uni­te per gli Affa­ri Uma­ni­ta­ri, ma in con­clu­sio­ne al docu­men­to leggiamo:

The desi­gna­tions employed and the pre­sen­ta­tion of mate­rial in the report do not imply the expres­sion of any opi­nion wha­tsoe­ver on the part of the Secre­ta­riat of the Uni­ted Nations con­cer­ning the legal sta­tus of any coun­try, ter­ri­to­ry, city or area or of its autho­ri­ties, or con­cer­ning the deli­mi­ta­tion of its fron­tiers or boundaries.

La nomen­cla­tu­ra uti­liz­za­ta nel­la pre­sen­ta­zio­ne del mate­ria­le nel report non impli­ca l’espressione di nes­su­na opi­nio­ne da par­te degli uffi­ci del Segre­ta­rio del­le Nazio­ni Uni­te riguar­do lo sta­to lega­le di nes­sun Pae­se, ter­ri­to­rio, cit­tà, area, o del­le pro­prie auto­ri­tà, o riguar­do la deli­mi­ta­zio­ne del­le sue fron­tie­re e confini.

Al fron­te di un docu­men­to che rac­con­ta di deci­ne di miglia­ia di fami­glie sen­za un tet­to sul­la testa, dell’impossibilità di curar­si, cibar­si, dis­se­tar­si, lavar­si – soprav­vi­ve­re digni­to­sa­men­te – l’unica postil­la con­si­de­ra­ta impor­tan­te per il retro­co­per­ti­na è un disclai­mer che sì, ci sono per­so­ne in con­di­zio­ni dispe­ra­te — ma di chi sia la ter­ra sul­la qua­le stan­no moren­do, sono affa­ri di un altro ufficio.

Con­di­vi­di:
Alessandro Massone
Desi­gner di gior­no, blog­ger di not­te, pod­ca­ster al crepuscolo.

Commenta per primo

Lascia un commento

L'indirizzo email non sarà pubblicato.