Haute Couture da Olimpiade a Roxanne. Dal divano

Si chiu­de doma­ni la set­ti­ma­na dell’alta moda di Pari­gi, ini­zia­ta dome­ni­ca 24 gen­na­io per la sta­gio­ne spring/summer 2016. L’evento è per pochi elet­ti, ma tut­ti i media cer­ca­no di rita­gliar­si uno spa­zio per rac­con­tar­lo. Chi può entra­re a far par­te del magi­co mon­do del fashion è già nel­la capi­ta­le fran­ce­se da una set­ti­ma­na per “pre­pa­rar­si” alle sfi­la­te e posta­re sui social la posi­zio­ne in cui si tro­va: a Pari­gi.

E io comu­ne mor­ta­le, appas­sio­na­ta sol­tan­to del­le for­me e dell’arte indossata?
Io aspet­to la sfi­la­ta di Valen­ti­no davan­ti al com­pu­ter in diret­ta live da Parigi.
Sfog­gio anche orgo­glio­sa­men­te la posi­zio­ne: diva­no.
Vedo gior­na­li­sti e cri­ti­ci acco­mo­dar­si sul­le ele­gan­ti sedu­te dell’Hôtel Salo­mon de Roth­schild, impa­zien­ti nel­la loro com­po­stez­za. Li guar­do in tuta, men­tre sono spie­gaz­za­ta sot­to le coper­te. Un insul­to a quell’élite che sicu­ra­men­te si sarà gua­da­gna­ta un posto in pri­ma fila gra­zie al duro lavo­ro. Ma cos’è que­sto improv­vi­so sar­ca­smo? Non può esse­re solo invidia—un atti­mo—vor­rei esse­re li?
Men­tre me lo doman­do le luci nel­lo scher­mo improv­vi­sa­men­te si spengono.
Si riac­cen­do­no subi­to dopo sul­le model­le in pas­se­rel­la, sul­le note di Lak­mè, ope­ra fran­ce­se in tre atti di Léo Deli­bes e ambien­ta­ta in India all’epoca del domi­nio inglese.

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Maria Gra­zia Chiu­ri e Pier­pao­lo Pic­cio­li scel­go­no di por­ta­re in sce­na una don­na dol­ce, di vesti e por­ta­men­to, la cui fron­te però è cin­ta da un aspi­de. Un ani­ma­le, così vele­no­so, così fred­do, ma allo stes­so tem­po così sinuo­so e sedu­cen­te, dona all’acconciatura, arric­chi­ta da gra­zio­se trec­ce e mor­bi­de cioc­che di capel­li sciol­ti sul­le spal­le, un aspet­to sacrale.
Il pre­zio­sis­si­mo lavo­ro di rica­mo raf­fi­gu­ra pian­te e ani­ma­li, dra­ghi, pavo­ni e far­fal­le, su ispi­ra­zio­ne di Maria­no For­tu­ny. Il ser­pen­te, quan­do accom­pa­gna la don­na, fa ricor­da­re Eva, la pri­ma crea­tu­ra fem­mi­ni­le bibli­ca, o Cleo­pa­tra, che si fece mor­de­re pro­prio da un ser­pen­te per non cade­re in mano nemi­ca. E ricor­da anche Olim­pia­de, prin­ci­pes­sa d’Epiro, moglie di Filip­po II e madre di Ales­san­dro Magno.
Le leg­gen­de sul suo con­to tra­man­da­no che que­sti nac­que nel 356 a.C. in segui­to all’unione tra Olim­pia­de e Zeus stes­so, tra­sfor­ma­to­si in ser­pen­te. Olim­pia­de non era mace­do­ne, veni­va dall’Epiro, regio­ne aspra e mon­tuo­sa. Come la sua ter­ra, anche i trat­ti del carat­te­re di Olim­pia­de era­no duri. Lei, pas­sio­na­le, qua­si sel­vag­gia, nutrì i sogni del figlio, spro­na­to all’avventura e alla con­qui­sta dei luo­ghi più ine­splo­ra­ti. Egli si spin­se ai con­fi­ni del mon­do allo­ra cono­sciu­to, fino a bacia­re le rive del fiu­me Indo. Ales­san­dro por­tò in Gre­cia i colo­ri sgar­gian­ti dell’oriente, li unì al rigo­re geo­me­tri­co e alla pla­sti­ci­tà clas­si­ca, cer­can­do di uni­re est e ove­st. Coe­ren­te con il suo pro­get­to spo­sò Roxa­ne, prin­ci­pes­sa per­sia­na, per indi­ca­re al mon­do che un’unione fra due mon­di, così diver­si, era possibile.
Così con que­sta col­le­zio­ne, uni­ca nel suo gene­re, e che ben rispec­chia la linea roman­ti­ca ed eso­ti­ca del­le col­le­zio­ni pre­ce­den­ti, i due diret­to­ri arti­sti­ci sem­bra­no por­ta­re alla memo­ria e crea­re, come un tem­po, l’antica rega­li­tà del­le cor­ti per­sia­ne uni­ta alla com­po­stez­za misti­ca del­le sacer­do­tes­se di Apol­lo, dal­le stof­fe di por­po­ra ai veli sot­ti­li plis­set­ta­ti. Il risul­ta­to è un emble­ma del­la moder­ni­tà. La tra­di­zio­ne clas­si­ca e quel­la orien­ta­le, con l’innovazione degli acco­sta­men­ti, si inse­guo­no l’un l’altra per poi incon­trar­si armo­nio­sa­men­te nel­lo sguar­do del pub­bli­co. Tul­le e chif­fon incan­ta­no, l’oro dei det­ta­gli pie­tri­fi­ca. Come gli occhi di Medusa.

Con­di­vi­di:
Alessandra Busacca
Nata a Mila­no il 20 Feb­bra­io 1993. 
Pro­fes­sio­ne: studentessa.
Non so dire altro di me che non pos­sa cam­bia­re; e del nome non sono poi così sicura.

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