Insolite Ignote: Marie Bigot

Col­mar è una cit­ta­di­na dell’Alsazia di 68mila abi­tan­ti. Recen­te­men­te è sta­ta sele­zio­na­ta dal New York Times in “52 Pla­ces to Go in 2016”, gra­zie alle sue bel­le chie­se goti­che, le pit­to­re­sche case con le tra­vi a vista, i cele­bri cana­li del quar­tie­re “Petit Veni­se” e per il rino­ma­to museo d’arte Unter­lin­den. Inol­tre, Col­mar è anche una tap­pa del­la Via dei Vini d’Al­sa­zia (Rou­te des Vins d’Al­sa­ce), un per­cor­so inau­gu­ra­to nel 1953 su ini­zia­ti­va del­l’as­so­cia­zio­ne dei viti­col­to­ri ven­di­to­ri diret­ti, che si sno­da ai pie­di del Mas­sic­cio dei Vosgi.

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Il bor­go alsa­zia­no è il luo­go di nasci­ta di Fré­dé­ric Augu­ste Bar­thol­di, lo scul­to­re del­la Sta­tua del­la Liber­tà di New York, dona­ta dai Fran­ce­si al gover­no ame­ri­ca­no nel 1880 e da allo­ra diven­ta­to il sim­bo­lo per eccel­len­za degli Sta­ti Uni­ti. Meno cele­bre con­cit­ta­di­na dei Col­ma­riens è Marie Bigot de Moro­gue, nata Kié­né, musi­ci­sta e com­po­si­tri­ce. Giro­va­gan­do per il cen­tro di Col­mar pote­te imbat­ter­vi nel­la sua casa, segna­la­ta da una lapi­de. Pur par­ten­do dal pre­sup­po­sto che i fran­ce­si non sia­no noti per esse­re un popo­lo “mode­sto”, la lapi­de lascia comun­que mera­vi­glia­ti: si leg­ge infat­ti che “Bee­tho­ven et Haydn furent les admi­ra­teurs fer­ven­ts de cet­te musi­cien­ne incom­pa­ra­ble, qui pro­di­gua ses con­seils à F. Schu­bert enfant et ensei­gna son art à F. Mendelssohn.”
Una don­na straor­di­na­ria quin­di, che dove­va esse­re una musi­ci­sta mol­to dota­ta per poter intrat­te­ne­re rap­por­ti “pro­fes­sio­na­li” con alcu­ni dei più famo­si com­po­si­to­ri del­la Sto­ria. A que­sto pun­to vie­ne natu­ra­le chie­der­si come sia pos­si­bi­le che una musi­ci­sta del suo cali­bro, ammi­ra­ta da Bee­tho­ven e Hay­den, sia cadu­ta nell’oblio.

Per cercare una risposta ripercorriamo la vita di Marie Bigot, e forse ne capiremo qualcosa in più.

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Marie nasce a Col­mar nel 1786. Duran­te la Rivo­lu­zio­ne si tra­sfe­ri­sce con i geni­to­ri in Sviz­ze­ra, dove spo­sa nel 1804 un uomo di vent’anni più anzia­no di lei, Paul Bigot de Moro­gues. Poco dopo i due si tra­sfe­ri­sco­no a Vien­na, dove Paul diven­ta libra­rio del Con­te Razu­mo­v­sky. Abi­le pia­ni­sta, Marie vie­ne pre­sen­ta­ta ai mag­gio­ri musi­ci­sti del­la sce­na vien­ne­se, Anto­nio Salie­ri e a Franz Jose­ph Haydn. Le cro­na­che dell’epoca ripor­ta­no che quest’ultimo fos­se rima­sto par­ti­co­lar­men­te col­pi­to dal­le doti musi­ca­li del­la don­na, e che non aves­se cer­to cela­to entu­sia­smo nei suoi con­fron­ti. Duran­te il sog­gior­no vien­ne­se Marie ini­zia a esi­bir­si pub­bli­ca­men­te e a impar­ti­re lezio­ni di pia­no­for­te, entran­do in con­tat­to anche con un gio­va­nis­si­mo Franz Schu­bert alle pri­me armi. Nel mag­gio 1805 si esi­bì nell’Augarten di Vien­na, e for­se in que­sta occa­sio­ne ebbe a che fare per la pri­ma vol­ta con Lud­wig van Beethoven.

Tra il 1806 e il 1807 i rap­por­ti con il com­po­si­to­re tede­sco si inten­si­fi­ca­ro­no, e que­sto diven­ne ospi­te fis­so dei Bigot. Bee­tho­ven ammi­ra­va mol­to le doti musi­ca­li di Marie, e si dice che un gior­no rima­se sba­lor­di­to da un’esecuzione a pri­ma vista di Maria del­la sona­ta per pia­no­for­te “Appas­sio­na­ta”, che il com­po­si­to­re ave­va mostra­to alla don­na in ante­pri­ma mon­dia­le. Più tar­di lo stes­so spar­ti­to ven­ne dona­to come segno di sti­ma da Bee­tho­ven a Marie, e per que­sta ragio­ne oggi si tro­va alla Biblio­thè­que Natio­nal di Pari­gi. Il rap­por­to tra i due era mol­to curio­so, Bee­tho­ven dove­va esse­re mol­to attrat­to sia dal­le inter­pre­ta­zio­ni date da Marie alla sua musi­ca, che dal­la don­na stes­sa. Le atten­zio­ni di Bee­tho­ven rivol­te alla moglie, dovet­te­ro ini­zia­re a pre­oc­cu­pa­re il vec­chio mari­to, fino al pun­to di proi­bi­re alla moglie di veder­si sola con il compositore.

La goc­cia che fece tra­boc­ca­re il vaso fu una let­te­ra dal 4 mar­zo 1807, con la qua­le Bee­tho­ven invi­ta­va Marie e la figlia per una scam­pa­gna­ta, dimen­ti­can­do­si volu­ta­men­te del mari­to. In ogni caso Marie decli­nò l’invito. Dal­le let­te­re scrit­te da Bee­tho­ven ad alcu­ni ami­ci, si capi­sce che il rap­por­to con Marie si era defi­ni­ti­va­men­te incri­na­to. In una di que­ste il com­po­si­to­re giu­sti­fi­ca il suo com­por­ta­men­to, scri­ven­do di ave­re da tem­po adot­ta­to il prin­ci­pio mora­le di “mai ave­re rela­zio­ni, tran­ne che di ami­ci­zia, con la moglie di un altro uomo”. In ogni caso i coniu­gi Bigot smi­se­ro di vede­re Bee­tho­ven, tran­ne che in poche occa­sio­ni mon­da­ne. Nel 1809, Vien­na ven­ne occu­pa­ta da Napo­leo­ne, e i Bigot deci­se­ro di tor­na­re a Pari­gi. Nel­la capi­ta­le fran­ce­se, le doti musi­ca­li di Marie con­ti­nua­ro­no ad atti­ra­re l’elogio di mol­ti. In que­sti anni pari­gi­ni Marie inten­si­fi­ca la pro­pria atti­vi­tà di mae­stra di pia­no­for­te, e nel 1816 dà lezio­ni anche ai gio­va­nis­si­mi fra­tel­li Felix e Fan­ny Men­dels­sohn. Già di salu­te pre­ca­ria, le sue con­di­zio­ni con gli anni peg­gio­ra­ro­no; Marie morì nel 1820, a soli 34 anni.

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Marie Bigot muo­re gio­va­ne, pas­san­do alla sto­ria soprat­tut­to come una “ami­ca” di Bee­tho­ven. Ben poco inve­ce si tro­va scrit­to sul­le sue qua­li­tà di com­po­si­tri­ce. Il pro­fes­so­re ame­ri­ca­no Cal­vert John­son scri­ve che le sona­te per pia­no­for­te del­la Bigot, “Sui­te d’etudes”, mostra­no una scrit­tu­ra com­po­si­ti­va sen­si­bi­le e dota­ta di gran­de talen­to, in uno sti­le Roman­ti­co che però man­tie­ne for­me Clas­si­che. I bra­ni han­no “both poe­try and bril­lian­ce and are well sui­ted to smal­ler hands”. Fu pro­ba­bil­men­te la sua con­di­zio­ne fem­mi­ni­le e non una man­can­za di talen­to a impe­dir­le di intra­pren­de­re una car­rie­ra auto­no­ma come com­po­si­tri­ce, vin­co­lan­do­la inve­ce all’in­se­gna­men­to. For­se Marie Bigot, nata in un’altra epo­ca, avreb­be avu­to mag­gio­re for­tu­na e noto­rie­tà come com­po­si­tri­ce, ma que­sto non lo sapre­mo mai.

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Guido G. Beduschi
Stu­den­te di Sto­ria, da gran­de voglio inca­stel­lar­mi. Ho una bicicletta.

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