“L’orrore del reale è nulla contro l’idea dell’orrore.”

Ele­na Cirla

Ita­lo Cal­vi­no dice­va che “un clas­si­co è un libro che non ha mai fini­to di dire quel che ha da dire”: for­se è per que­sto che sem­pre più fre­quen­te­men­te i regi­sti di tut­to il mon­do deci­do­no di tra­spor­re, spes­so in chia­ve per­so­na­le, le ope­re più signi­fi­ca­ti­ve del­la let­te­ra­tu­ra mondiale.
Tra le altre, quest’anno è toc­ca­to al Mac­beth sha­ke­spea­ria­no, rivi­si­ta­to dal regi­sta e sce­neg­gia­to­re austra­lia­no Justin Kur­zel che, con un cast da Oscar (nono­stan­te le man­ca­te nomi­na­tion) diri­ge una del­le tra­spo­si­zio­ni cine­ma­to­gra­fi­che più poten­ti del­la sto­ria del­la tragedia.
Kur­zel si affi­da com­ple­ta­men­te al testo ori­gi­na­le di Sha­ke­spea­re, attra­ver­so il qua­le gli atto­ri spri­gio­na­no capa­ci­tà espres­si­ve che, uni­te alla foto­gra­fia e ai costu­mi, con­tri­bui­sco­no ad esal­ta­re un alo­ne di miste­ro e insie­me di vero­si­mi­glian­za che spiaz­za­no lo spet­ta­to­re, lascian­do­lo con il fia­to sospe­so per tut­ta la proiezione. 

Le ripre­se, avve­nu­te fra Inghil­ter­ra e Sco­zia, mostra­no tut­ta la magni­fi­cen­za del­le Highlands scoz­ze­si: non è un caso, infat­ti, che la foto­gra­fia sia uno degli ele­men­ti che spic­ca­no e che lo spet­ta­to­re si sen­ta par­te del pae­sag­gio, famo­so per le sue lan­de ster­mi­na­te e le cate­ne mon­tuo­se impo­nen­ti, che si sta­glia spes­so sul­lo sfon­do ma che, nel­la mag­gior par­te dei casi, è il pro­ta­go­ni­sta vero e proprio. 

Nel com­ples­so, dun­que, nono­stan­te vi sia­no del­le discre­pan­ze, l’opera si si pre­sen­ta come un adat­ta­men­to mol­to fede­le all’originale, così come negli anni ’70 era sta­ta quel­la del regi­sta polac­co Roman Polanski.

Que­sta pre­ce­den­te tra­spo­si­zio­ne, data­ta 1971, è entra­ta nel­la Sto­ria per la for­te pre­sen­za di sce­ne maca­bre che, secon­do la leg­gen­da metro­po­li­ta­na, sareb­be­ro dovu­te al bru­ta­le omi­ci­dio del­la moglie, Sha­ron Tate, ad ope­ra dell’assassino seria­le Char­les Man­son; il film era infat­ti il pri­mo gira­to dopo l’uccisione del­la consorte.
La gran­de dif­fe­ren­za con il Mac­beth di Kur­zel risie­de nei luo­ghi del­le ripre­se, che nel caso di Polan­ski sono il Gal­les e la Nor­thum­bria e, for­se anche per que­sto moti­vo, la foto­gra­fia non risul­ta poten­te quan­to la precedente.

Infi­ne, altra gran­de tra­spo­si­zio­ne, e que­sta vol­ta anche pro­fon­da rivi­si­ta­zio­ne, è quel­la di Aki­ra Kuro­sa­wa e del suo “Tro­no di san­gue”. Il regi­sta giap­po­ne­se, basan­do­si sul­lo sche­le­tro dell’opera ingle­se, svi­lup­pa una tra­ma che si sno­da nel Giap­po­ne medie­va­le del XVI seco­lo, perio­do d’oro di imper­to­ri e samurai.

Pro­ta­go­ni­sta qui non è il nobi­le Mac­beth, ma Take­to­ki Washi­zu, un nobi­le a cui, alla stre­gua dell’eroe (o anti­e­roe) scoz­ze­se, vie­ne pre­det­ta l’ascesa al pote­re da tre crea­tu­re magiche.
Per quan­to la pel­li­co­la si avvi­ci­ni agli esem­pi occi­den­ta­li, ha una gran­de par­ti­co­la­ri­tà: il regi­sta uti­liz­za ampia­men­te la tec­ni­ca del tea­tro nō, arte giap­po­ne­se anti­chis­si­ma e mol­to radi­ca­ta nel­la cul­tu­ra nipponica,tant’è che anche le gei­she ne sono maestre.
È for­se per que­sta immen­sa discre­pan­za cul­tu­ra­le che il film non ha riscos­so gran­de suc­ces­so nell’“emisfero occi­den­ta­le” – pur essen­do sta­to pre­sen­ta­to alla Mostra del cine­ma di Vene­zia nel 1957 – rima­nen­do una per­la nasco­sta del cine­ma orientale. 

Nono­stan­te la gran­de distan­za che inter­cor­re fra le tra­spo­si­zio­ni cine­ma­to­gra­fi­che, ele­men­to di comu­nan­za è in tut­ti e tre i casi, così come nel­la tra­ge­dia sha­ke­spea­ria­na, l’avverarsi del­la pro­fe­zia, la cui dura­ta, bre­ve e volu­bi­le, rical­ca per­fet­ta­men­te la vita uma­na: non è infat­ti la sto­ria di un ine­vi­ta­bi­le desti­no, ma di un mero desi­de­rio umano.
La poten­za spri­gio­na­ta dal­la tra­ge­dia dimo­stra anco­ra una vol­ta quan­to, para­dos­sal­men­te, i clas­si­ci sia­no vici­ni al nostro mon­do e quan­to noi sia­mo vici­ni al loro, crean­do un pon­te che per­met­te un dia­lo­go con­ti­nuo fra pas­sa­to e presente. 

All hail, Macbeth.

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