“Siamo qui ma in realtà non esistiamo.”
Persone dalla giungla di Calais

Solo die­ci minu­ti di auto­mo­bi­le sepa­ra­no la peri­fe­ria del­la cit­tà situa­ta nell’estremo nord fran­ce­se, con­fi­ne sim­bo­lo col Regno Uni­to dal cam­po pro­fu­ghi di Calais, anco­ra igno­ra­to dal­le map­pe ma ben noto a tut­ti gli abi­tan­ti del­la zona. È infat­ti il ter­zo agglo­me­ra­to più popo­lo­so, con qua­si 7000 per­so­ne accam­pa­te sul­la geli­da fan­ghi­glia nei pres­si del por­to. Prin­ci­pal­men­te cur­di, afgha­ni, suda­ne­si, eri­trei, koso­va­ri, pachi­sta­ni e siria­ni con­vi­vo­no nel cam­po da mesi, nel­le stes­se con­di­zio­ni disumane.

L’in­gres­so del cam­po è pian­to­na­to gior­no e not­te dal­la Gen­dar­me­rie, che con­trol­la chi entra, chi esce, e per­ché. All’in­ter­no, una real­tà paral­le­la al mon­do fuo­ri, più umi­da e sporca.

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Ai lati degli stra­do­ni prin­ci­pa­li a sas­si e ter­ra e fan­go che taglia­no il cam­po, diste­se sen­za fine e sen­za ordi­ne di ten­de da cam­peg­gio – alcu­ne dan­neg­gia­te, altre a bran­del­li, altre com­ple­ta­men­te distrut­te sono ora un tut­to con sas­si, ter­ra e fan­go. Al mat­ti­no, dal­le por­te aper­te di alcu­ne barac­che ini­zia­no a dif­fon­der­si fumi di cibi — uova, pane, legu­mi e ver­du­re a vol­te, riso, e thè cal­do. Tut­ti invi­ta­no ad entra­re, a con­di­vi­de­re un piat­to di uova frit­te, a scam­bia­re due paro­le. Sor­ri­do­no sin­ce­ri e curio­si. Negli shop si ven­de di tut­to, ma le siga­ret­te sono bene di lus­so. Più avan­ti anche il bar­bie­re, la chie­sa e i can­ti, chi ripa­ra bici­clet­te per fare un giro in cit­tà. I pas­seg­gi­ni non ser­vo­no più e così ci si tra­spor­ta­no le tani­che d’ac­qua non pota­bi­le dai pun­ti di rac­col­ta ver­so le zone più inter­ne. Un ten­do­ne di pron­to soc­cor­so gesti­to da un’associazione bri­tan­ni­ca è sta­to arran­gia­to accan­to alla chie­sa, offre thè e caf­fè cal­di a chi atten­de. C’è chi è impe­gna­to in un gio­co di car­te, qual­cu­no inve­ce gio­ca a cal­cio, altri sie­do­no e guar­da­no la gen­te pas­sa­re. Fantasmi. 

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“Siamo qui ma in realtà non esistiamo. Per nessuno. A volte finisce che ci credi davvero… perché questa non è vita” — racconta un ragazzo sudanese.

Il viso cot­to dal sole con­fon­de l’età. Ha 23 anni, ne dimo­stra 40, non par­la volen­tie­ri di ciò che ha vis­su­to in Dar­fur, del­l’or­ro­re fug­gi­to, del viag­gio dispe­ra­to pro­iet­ta­to sul sogno del­la vita miglio­re che non c’è. Ma non è necessario.

In alcu­ne aree sono sor­te i pri­mi shel­ters, rifu­gi in assi di legno rico­per­te e rin­for­za­te con telo­ni di pla­sti­ca cera­ta. Di volon­ta­ri è pie­no, soprat­tut­to nei wee­kend: ven­go­no prin­ci­pal­men­te da Regno Uni­to, Bel­gio, Ger­ma­nia e Olan­da. Anche alcu­ni No Bor­ders ita­lia­ni – dopo l’estate a Ven­ti­mi­glia, l’autunno pari­gi­no e gli sgom­be­ri – si sono spo­sta­ti lì. In gene­re por­ta­no cibo, vestia­rio, medi­ci­na­li, gio­chi per i bam­bi­ni che vivo­no nel­la zona dei pre­fab­bri­ca­ti, sepa­ra­ta dal resto del cam­po, con le loro madri. Alcu­ni ven­go­no per costrui­re le barac­che, con gli attrez­zi da lavo­ro. Jake ha 25 anni, vie­ne da Car­diff, dove ha stu­dia­to arte e desi­gn. Nel cam­po non cono­sce nes­su­no: “Sono arri­va­to, ho pre­so il mar­tel­lo e ho ini­zia­to a pian­ta­re chio­di. Poi ho cono­sciu­to altri ragaz­zi volon­ta­ri che ave­va­no avu­to la mia stes­sa idea. Que­sta gen­te ha biso­gno di un rifu­gio per la not­te, per dor­mi­re al cal­do. Spe­ro di fini­re pri­ma che fac­cia buio – non me ne andrò fin­ché non avrò fini­to, fan­cu­lo il buio”. 

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Tra otto­bre e novem­bre era­no scop­pia­ti i pri­mi incen­di dolo­si che si era­no man­gia­ti inte­re aree del cam­po. Pri­ma quel­la eri­trea, poi quel­la suda­ne­se – due vol­te. “Cer­ca­no di riscal­dar­si, accen­do­no can­de­le, accen­do­no fuo­chi vici­no alle ten­de, e il ven­to fa il resto. È ter­ri­bi­le. San­no che è peri­co­lo­so, ma la sof­fe­ren­za e la dispe­ra­zio­ne per il gelo li spin­ge a far­lo comun­que. E se gli va bene pas­sa­no la not­te” – con­clu­de Jake, in bili­co su una del­le assi.

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L’inverno geli­do e le sem­pre più scar­se con­di­zio­ni igie­ni­che han­no peg­gio­ra­to mol­te del­le pato­lo­gie già dif­fu­se nel cam­po nei mesi pre­ce­den­ti, oltre ad aggiun­ger­ne di nuo­ve: gra­vi mico­si, soprat­tut­to agli arti infe­rio­ri, malat­tie pol­mo­na­ri e infe­zio­ni geni­ta­li, scab­bia. Le scar­pe non sono adat­te al fan­go, i vesti­ti e l’alimentazione alle con­di­zio­ni e alle bas­se temperature.

Nel cam­po, Medi­ci Sen­za Fron­tie­re ha impie­ga­to 3 medi­ci e 5 infer­mie­ri che ogni gior­no visi­ta­no tra le 100 e le 200 per­so­ne cir­ca. “Temia­mo che con il ritor­no dell’estate – date la situa­zio­ne e la man­can­za di un siste­ma fogna­rio, igie­ni­co e sani­ta­rio ade­gua­to – arri­vi la tuber­co­lo­si”. Pro­ba­bil­men­te ci sono casi di HIV, ma man­ca­no i fon­di per acqui­sta­re i test da effet­tua­re sul luo­go. “Se abbia­mo sospet­ti, li man­dia­mo in ospe­da­le a Calais. Ma spes­so rifiu­ta­no per paura”.

Nel cam­po, le sto­rie di mol­ti sono simi­li, ma il sogno è uno e comu­ne: rag­giun­ge­re il Regno Uni­to, rag­giun­ge­re Lon­dra. “Lì c’è lavo­ro, l’inglese lo capi­sco, pos­so rifar­mi una vita, rifar­me­la bel­la, nuo­va, dimen­ti­ca­re” rac­con­ta un ragaz­zo afgha­no di Kunduz.

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Anche Shi­kib è afgha­no, ma di Kabul. Il padre face­va par­te di un com­man­do di tale­ba­ni, pri­ma di mori­re in com­bat­ti­men­to e lascia­re la sua par­te di guer­ra in ere­di­tà ai figli. Nel ’99, quan­do il fra­tel­lo mag­gio­re vie­ne ucci­so, Shi­kib ha soli 12 anni. La madre deci­de di fug­gi­re con i figli che le resta­no – sa che alcu­ni ami­ci vivo­no a Lon­dra. Shi­kib fre­quen­ta così tut­te le scuo­le nel Regno Uni­to: “Fino ai 18 anni si ha dirit­to all’assistenza sta­ta­le, dopo biso­gna far richie­sta per una VISA”. Ottie­ne altri cin­que anni, ma a 23 vie­ne espul­so. “Ero all’ultimo anno di col­le­ge, lavo­ra­vo in un bel nego­zio a Oxford Cir­cus, la mia ragaz­za è ingle­se, la mia lin­gua è l’inglese, i miei ami­ci sono ingle­si. La mia casa non è più Kabul, è Lon­dra. Da quat­tro mesi vivo nel fan­go qui a Calais, una vita che non è vita, ma un’attesa di qual­co­sa che non arri­va mai. I don’t belong here”.

Come mol­ti altri, Shi­kib ten­ta ogni not­te di pas­sa­re la Mani­ca: tre­ni e camion ven­go­no assal­ta­ti col pri­mo buio, tra scon­tri con la poli­zia, pestag­gi e vio­len­ze, e gas lacri­mo­ge­ni che spes­so rag­giun­go­no anche l’area in cui si tro­va­no don­ne e i bam­bi­ni. Il mat­ti­no seguen­te, qua­si sem­pre qual­cu­no man­ca all’appello degli amici.

“La chia­ma­no Jun­gle. Giun­gla. Ma que­sta non è vita nem­me­no per un ani­ma­le. Noi valia­mo meno del vostro gat­to, del vostro cane cui com­pra­te ogni gior­no da man­gia­re. Noi non con­tia­mo nul­la. Noi non sia­mo nes­su­no. Non esi­stia­mo, e non dovrem­mo esi­ste­re. E anche vive­re con que­sta con­sa­pe­vo­lez­za non è vita”.

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Marta Clinco
Cer­co, ascol­to, scri­vo sto­rie. Tra Medio Orien­te e Nord Africa.
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