Does This Change Anything?

“This Chan­ges Eve­ry­thing: Capi­ta­li­sm vs. the Cli­ma­te” è il tito­lo del quar­to libro di Nao­mi Klein, gior­na­li­sta, regi­sta e atti­vi­sta cana­de­se famo­sa per la sua posi­zio­ne net­ta­men­te osti­le alla glo­ba­liz­za­zio­ne e all’economia capitalista.
Dopo aver con­qui­sta­to il 5° posto nel­la clas­si­fi­ca dei best-sel­ler per otto­bre 2014 dal New York Times, l’opera vie­ne adat­ta­ta da Avi Lewis su pel­li­co­la, sbar­can­do ma non sban­can­do nel­le sale sta­tu­ni­ten­si il 2 set­tem­bre 2015 (solo $16,692 incas­sa­ti finora).
Costrui­to qua­si come una pro­va tan­gi­bi­le e illu­stra­ti­va del­le con­vin­zio­ni dell’autrice, il film-docu­men­ta­rio por­ta lo spet­ta­to­re a pren­de­re coscien­za del­le ingiu­sti­zie socia­li e dai disa­stri eco­lo­gi­ci cau­sa­ti dal­lo sfrut­ta­men­to non soste­ni­bi­le del­le risor­se naturali.

Il cam­bia­men­to cli­ma­ti­co però, che stan­do al tito­lo dovreb­be rive­sti­re il ruo­lo di pro­ta­go­ni­sta, vie­ne schiac­cia­to fin da subi­to ai bor­di del­lo scher­mo, dove vie­ne rimo­del­la­to come una cor­ni­ce, uti­liz­za­ta dal regi­sta per inqua­dra­re vere e pro­prie tra­ge­die uma­ni­ta­rie, di fron­te alle qua­li la tema­ti­ca del sur­ri­scal­da­men­to glo­ba­le impal­li­di­sce, fino a pas­sa­re in background.
La Klein pas­sa in ras­se­gna il glo­bo, por­tan­do alla luce eco-cri­mi­ni ano­ni­mi o noti, ma sem­pre di enti­tà impres­sio­nan­te, dal­la defo­re­sta­zio­ne per estrar­re le sab­bie bitu­mi­no­se dell’Alberta (Cana­da) fino ai livel­li di inqui­na­men­to record del par­ti­co­la­to in Cina.
Ne emer­ge una real­tà dram­ma­ti­ca e alie­nan­te (pur­trop­po dre­na­ta di ogni emo­ti­vi­tà dal­lo sca­den­te dop­piag­gio del­la ver­sio­ne ita­lia­na) in cui gli abi­tan­ti di pae­sag­gi ver­gi­ni e incon­ta­mi­na­ti ven­go­no inve­sti­ti sen­za pre­av­vi­so del­le masto­don­ti­che ope­re di land-use chan­ge e dal corol­la­rio buro­cra­ti­co-ammi­ni­stra­ti­vo che le ren­de inarrestabili.
La trou­pe inter­vi­sta e rac­co­glie le sto­rie del­le vit­ti­me che si bat­to­no tra pro­te­ste, occu­pa­zio­ni ed azio­ni lega­li per difen­de­re i pro­pri dirit­ti dal­le spe­cu­la­zio­ni mone­ta­rie di ter­ze par­ti sen­za scru­po­li, che riman­go­no sen­za nome, invi­si­bi­li, nasco­sti dal mec­ca­ni­smo dell’industria, dell’economia e del­la buro­cra­zia, in cui i col­pe­vo­li sia­mo tut­ti e nessuno.
Per fer­ma­re que­ste atro­ci­tà, la Klein pre­sen­ta la sua solu­zio­ne, sem­pli­ce e ine­vi­ta­bi­le: una rivo­lu­zio­ne globale.

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Una sce­na trat­ta dal film. Gli atti­vi­sti gre­ci di Hal­ki­di­ki esul­ta­no per la sen­ten­za appe­na emes­sa dal tri­bu­na­le, che ha decre­ta­to la sospen­sio­ne del­le tri­vel­la­zio­ni per l’apertura di una minie­ra d’oro.

“Que­sto cam­bia tut­to” è il tito­lo del libro e del lun­go­me­trag­gio, difat­ti il mes­sag­gio che il pub­bli­co per­ce­pi­sce al ter­mi­ne del­la pro­ie­zio­ne è cir­ca il seguente:
“Que­sto (Il cam­bia­men­to cli­ma­ti­co) cam­bia tut­to” per­ché è il rove­scio del­la meda­glia per eccel­len­za del siste­ma indu­stria­le, e per­ché è la pri­ma ritor­sio­ne ambien­ta­le che coin­vol­ge l’intero pia­ne­ta, abbat­ten­do­si indi­stin­ta­men­te sia i padro­ni sia le vit­ti­me dell’economia capitalista.
Gli uomi­ni si tro­ve­ran­no riu­ni­ti sul­la stes­sa bar­ca a fron­teg­gia­re una tem­pe­sta cui nes­su­no può sfug­gi­re, e solo allo­ra i giu­sti si uni­ran­no agli oppres­si e insie­me faran­no cade­re il siste­ma che minac­cia il futu­ro del pianeta.
E que­sto film sarà la mol­la che spin­ge­rà anche voi spet­ta­to­ri a pren­de­re par­te alla lot­ta, dan­do ini­zio alla rivo­lu­zio­ne, per­ché “que­sto (film) cam­bia tutto”.
Come se non bastas­se, nel­le sce­ne fina­li la voce nar­ran­te sen­ten­zia con fer­mez­za l’unica alter­na­ti­va plau­si­bi­le, l’unica spe­ran­za che può sven­ta­re la catastrofe:
I tan­ti pic­co­li movi­men­ti di pro­te­sta nati nei ter­ri­to­ri col­pi­ti dagli eco-disa­stri cre­sce­ran­no, si met­te­ran­no in con­tat­to con altre comu­ni­tà con­sa­pe­vo­li e si ricon­giun­ge­ran­no a livel­lo mon­dia­le, crean­do così una gigan­te­sca rete di pro­te­sta dota­ta final­men­te del­la for­za deci­sio­na­le neces­sa­ria a boi­cot­ta­re e distrug­ge­re il capi­ta­li­smo e i suoi cri­mi­ni con­tro la natura.
È dav­ve­ro possibile?
E soprat­tut­to, è que­sta l’unica solu­zio­ne al problema?
A ini­zio dicem­bre 2015, i rap­pre­sen­tan­ti di qua­si tut­ti i Pae­si del mon­do era­no riu­ni­ti alla Con­fe­ren­ce of the Par­ties di Pari­gi (COP21) per discu­te­re le stra­te­gie di miti­ga­zio­ne e adat­ta­men­to da finan­zia­re per ridur­re le emis­sio­ni di gas serra.
Qua­si in rispo­sta agli atti di ter­ro­ri­smo del 13 novem­bre, al cen­tro con­gres­si di Le Bour­get si respi­ra­va un cli­ma di pro­po­si­ti­vi­tà e di entu­sia­smo dovu­to ai recen­ti avve­ni­men­ti socia­li, cul­tu­ra­li, poli­ti­ci e tec­no­lo­gi­ci in tema ambien­ta­le, che mostra­no come la nostra civil­tà sia già in pos­ses­so degli stru­men­ti neces­sa­ri a man­te­ne­re il rial­zo del­le tem­pe­ra­tu­re al di sot­to del­la soglia cri­ti­ca: il cosid­det­to tar­get dei 2 °C.

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La teo­ria dei “cunei di sta­bi­liz­za­zio­ne” è uno dei tan­ti stru­men­ti ana­li­ti­ci svi­lup­pa­ti per la ridu­zio­ne del­le emis­sio­ni. La figu­ra mostra le varia­zio­ni dell’utilizzo/sviluppo di varie tecnologie/settori che gli esper­ti sug­ge­ri­sco­no di attua­re nel futu­ro per assot­ti­glia­re i flus­si antro­po­ge­ni­ci di gas ser­ra. Si noti la vasta gam­ma di moda­li­tà di inter­ven­to. Il gra­fi­co è rife­ri­to alla cit­tà di Toron­to (Cana­da). Fon­te: “Cli­ma­te solu­tions”, WWF, 2015.

Chia­ra­men­te, una tale tran­si­zio­ne ver­so un siste­ma ener­ge­ti­co-indu­stria­le puli­to non può che incor­re­re nei ten­ta­ti­vi di sabo­tag­gio da par­te del­le lob­by del car­bo­ne e degli idro­car­bu­ri, che cer­ca­no di ral­len­ta­re o com­pro­met­te­re i nego­zia­ti sul cli­ma cor­rom­pen­do i poli­ti­ci e gli scien­zia­ti, e di instil­la­re nell’opinione pub­bli­ca un atteg­gia­men­to scet­ti­co o addi­rit­tu­ra osti­le alle teo­rie del sur­ri­scal­da­men­to globale.
La sfi­da del­la COP21 era quel­la di pro­dur­re un docu­men­to lega­le e vin­co­lan­te che obbli­gas­se le nazio­ni (soprat­tut­to le più svi­lup­pa­te) a dimi­nui­re le pro­prie emis­sio­ni: una par­te di buro­cra­ti e di sta­ke­hol­der coscien­zio­si si è bat­tu­ta con fer­vo­re per far sì che al tavo­lo del­le trat­ta­ti­ve fos­se­ro appro­va­te le misu­re di miti­ga­zio­ne fati­co­sa­men­te par­to­ri­te dagli scien­zia­ti di mez­zo mondo.
This chan­ges eve­ry­thing è sta­to distri­bui­to in Euro­pa pro­prio nei gior­ni dei nego­zia­ti fran­ce­si, e così, men­tre a Pari­gi anda­va in onda il futu­ro dell’ecologia, nei cine­ma veni­va pro­iet­ta­ta una solu­zio­ne vec­chia e uto­pi­ca, oltre che cie­ca e inef­fi­ca­ce; inca­pa­ce di rea­liz­za­re che l’imminente bat­ta­glia con­tro il cli­ma­te chan­ge non si com­bat­te­rà con dei raid di sabo­tag­gio e disob­be­dien­za civi­le, ma tra­mi­te del­le con­qui­ste pro­gres­si­ve e irre­ver­si­bi­li in cam­po poli­ti­co e legislativo.
Con tut­te le moda­li­tà di inter­ven­to indi­ca­te dal­la scien­za e con tut­te le varia­bi­li e le incer­tez­ze che ren­do­no il cam­bia­men­to cli­ma­ti­co il più gran­de, com­ples­so e deli­ca­to pro­ble­ma ambien­ta­le, la Klein ne ha ridot­to la solu­zio­ne a una mera que­stio­ne di for­za (la rivo­lu­zio­ne socia­le), pas­san­do così sot­to silen­zio il fat­to che la tran­si­zio­ne ver­de è osta­co­la­ta non solo dai poten­ti del fos­si­le, ma anche da una serie di pro­ble­mi di varia natura.
Ad esem­pio, le ener­gie rin­no­va­bi­li, che nel docu­men­ta­rio ven­go­no osan­na­te come un dono divi­no, sono ben lun­gi dal sod­di­sfa­re da sole il fab­bi­so­gno del­la popo­la­zio­ne mon­dia­le, che secon­do le pro­ie­zio­ni è desti­na­ta a rag­giun­ge­re l’esorbitante quo­ta di 9,7 miliar­di di per­so­ne entro il 2050.
Per rag­giun­ge­re tale obiet­ti­vo è neces­sa­ria l’applicazione rapi­da e su vasta sca­la di una serie di inter­ven­ti ausi­lia­ri come l’aumento dell’efficienza dei moto­ri indu­stria­li e dei mez­zi di tra­spor­to, l’installazione del­le tec­no­lo­gie per la cat­tu­ra e lo stoc­cag­gio del car­bo­nio (CCS), la dif­fu­sio­ne del­le poli­ti­che di fos­sil fuel divest­ment e di ridu­zio­ne dei con­su­mi, in cui for­se un gior­no com­pa­ri­ran­no anche i con­cet­ti di decre­sci­ta e di limi­te demografico.

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La teo­ria dei cunei di sta­bi­liz­za­zio­ne sug­ge­ri­sce di adot­ta­re lo sce­na­rio “Blue Map”, che pre­ve­de la dimi­nu­zio­ne del 50% del­le emis­sio­ni glo­ba­li nel 2050 rispet­to ai livel­li del 2010. Si noti come una par­te deter­mi­nan­te del­la ridu­zio­ne sti­ma­ta pro­ven­ga dal­le tec­no­lo­gie CCS, dal­le cen­tra­li nuclea­ri e dall’aumento dell’efficienza ener­ge­ti­ca. Fon­te: Inter­na­tio­nal Ener­gy Agen­cy (2011).

D’altro can­to, stu­pi­sce e delu­de che nell’adattamento cine­ma­to­gra­fi­co (usci­to nel 2015), non sia sta­to inse­ri­to alcun rife­ri­men­to al fat­to che disin­ve­sti­re dal mer­ca­to degli idro­car­bu­ri sareb­be l’offensiva per­fet­ta per stron­ca­re le atti­vi­tà del­le orga­niz­za­zio­ni ter­ro­ri­ste, finan­zia­te in lar­ga par­te dal con­trab­ban­do di com­bu­sti­bi­li fossili.
L’opera tra­smet­te anche un con­cet­to poco atten­di­bi­le, cioè che la miti­ga­zio­ne del cli­ma­te chan­ge impli­chi neces­sa­ria­men­te la fine del­le ingiu­sti­zie sociali.
Intan­to, que­ste andreb­be­ro debel­la­te a pre­scin­de­re dal­lo sta­to dell’ecosistema, e comun­que potreb­be­ro con­ti­nua­re ad esi­ste­re anche in una civil­tà a zero emissioni.
Anzi, non è da esclu­de­re la pro­ba­bi­li­tà che in futu­ro le stes­se ves­sa­zio­ni pos­sa­no esse­re attua­te per il mono­po­lio del­le aree più pro­fi­cue per la pro­du­zio­ne di poten­za da fon­ti pulite.
Infi­ne, è assur­do pen­sa­re che un docu­men­ta­rio – per quan­to bene sia costrui­to – pos­sa spin­ge­re lo spet­ta­to­re gene­ri­co ad abban­do­na­re di col­po la pro­pria quo­ti­dia­ni­tà per unir­si ad un movi­men­to di atti­vi­smo ambien­ta­le estre­mo, fat­to di pro­te­ste ecla­tan­ti e siste­ma­ti­che, che spes­so fini­sco­no in scon­tri a sen­so uni­co con le for­ze dell’ordine.

Davvero “Questo (film) cambia tutto”? No.

La pel­li­co­la di Avi Lewis non cam­bia un bel nien­te, se non la con­sa­pe­vo­lez­za del­lo spet­ta­to­re sugli eco-cri­mi­ni tutt’ora in cor­so, la cui scon­vol­gen­te gra­vo­si­tà vie­ne fis­sa­ta nel­la men­te del pub­bli­co attra­ver­so le stra­zian­ti sce­ne del­le comu­ni­tà sfrat­ta­te dal­le pro­prie ter­re, divel­te e avvelenate.
Per que­sto moti­vo “This chan­ges eve­ry­thing” è un lun­go­me­trag­gio di denun­cia déjà-vu e non all’altezza di affron­ta­re la dif­fi­ci­le mate­ria del sur­ri­scal­da­men­to globale.
È un repor­ta­ge cru­do, oppri­men­te e roman­ti­co, che smuo­ve il sen­so eti­co del­la pla­tea susci­tan­do emo­zio­ni for­ti, ma che non si con­fron­ta in modo umi­le e razio­na­le con la real­tà dei fat­ti, non appro­da ad una solu­zio­ne vero­si­mi­le, e infi­ne lascia il tem­po, o meglio il cli­ma, che tro­va: quel­lo peri­co­lo­sa­men­te diret­to oltre la soglia dei 2° C.
In com­pen­so, il film ha il pre­gio di por­ta­re sot­to i riflet­to­ri i mec­ca­ni­smi di disin­for­ma­zio­ne che ven­go­no mes­si in atto dai poli­ti­ci e dal­le lob­by petro­li­fe­re al fine di mani­po­la­re il libe­ro arbi­trio del­la popo­la­zio­ne sul tema ambientale.
La Klein rive­la il dop­pio­gio­chi­smo e il gree­n­wa­shing dei lea­der che pro­met­to­no con­tem­po­ra­nea­men­te la chiu­su­ra e la cre­sci­ta dei busi­ness inqui­nan­ti, e sma­sche­ra l’ipocrisia degli pseu­do-scien­zia­ti dispen­sa­to­ri di solu­zio­ni faci­li per raf­fred­da­re il pia­ne­ta (come lo spar­gi­men­to in atmo­sfe­ra di gas arti­fi­cia­li a base di zol­fo – una tec­ni­ca asso­lu­ta­men­te impro­po­ni­bi­le in quan­to dina­mi­ca­men­te impre­ve­di­bi­le, non­ché leta­le per l’ecosistema).

Il docu­men­ta­rio sbu­giar­da cla­mo­ro­sa­men­te l’atteggiamento di pro­gres­si­vi­smo ambien­ta­le mani­fe­sta­to da Barack Oba­ma agli ini­zi del suo man­da­to. Vie­ne mostra­ta la clip di un discor­so tenu­to nel Cushing (Okla­ho­ma) il 22 mar­zo 2012, quan­do il pre­si­den­te dichia­ra fie­ra­men­te che la sua ammi­ni­stra­zio­ne sta facen­do tut­to il pos­si­bi­le per aumen­ta­re le estra­zio­ni di idrocarburi.

In dife­sa del­la pro­du­zio­ne va anche det­to che le cri­ti­che mos­se fin qui sono par­zial­men­te ingiu­sti­fi­ca­te se si con­si­de­ra l’enunciato che segue il tito­lo – “Capi­ta­li­sm vs. the Cli­ma­te” – che ridi­men­sio­na a prio­ri le aspet­ta­ti­ve del pub­bli­co scien­ti­fi­co più esigente.
Quest’ultimo è anco­ra in atte­sa di una pel­li­co­la (sia pure fic­tion) intri­gan­te e comu­ni­ca­ti­va, che rea­liz­zi una luci­da sin­te­si tra il rigi­do sape­re scien­ti­fi­co fino­ra accu­mu­la­to sul cam­bia­men­to cli­ma­ti­co e le estre­ma­men­te più incer­te e cao­ti­che riper­cus­sio­ni di que­sto feno­me­no sul siste­ma umano.

Tommaso Sansone
Mi pia­ce fare e impa­ra­re cose nuo­ve. Di me non so qua­si niente.
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