Harper Regan – Due giorni nella vita di una donna

Sara Tam­bor­ri­no

12803147_435493413326761_6983668069063259661_nFino al 6 Mar­zo il Tea­tro Elfo Puc­ci­ni met­te in sce­na uno spet­ta­co­lo che vede il suo debut­to nazio­na­le. Un’opera del con­tem­po­ra­neo ingle­se Simon Ste­phens (Stoc­k­port, 1971) inti­to­la­ta Har­per Regan, rap­pre­sen­ta­ta per la pri­ma vol­ta al Natio­nal Thea­tre di Lon­dra nel 2008. Elio De Capi­ta­ni, il regi­sta, ha deci­so di far esor­di­re anche su un pal­co­sce­ni­co ita­lia­no un testo di que­sto dram­ma­tur­go già apprez­za­to in mol­ti pae­si d’Europa e d’America, e la sua scel­ta è sta­ta pre­mia­ta dal­la rea­zio­ne più che posi­ti­va del pubblico.

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Il tito­lo del­la piè­ce è il nome del per­so­nag­gio prin­ci­pa­le, la qua­ran­tu­nen­ne Har­per Regan, che si tro­va ad affron­ta­re un momen­to di cri­si esi­sten­zia­le inne­sca­to del­la noti­zia che il padre si tro­va moren­te in ospe­da­le. In segui­to alla richie­sta – nega­ta­le dal signor Bar­nes, il suo dato­re di lavo­ro, con la minac­cia di licen­zia­men­to – di poter­si assen­ta­re dall’ufficio per far visi­ta al geni­to­re rico­ve­ra­to in un’altra cit­tà, la don­na deci­de di rom­pe­re le pro­prie cate­ne e par­te sen­za avvi­sa­re nes­su­no, nem­me­no il mari­to Seth, che non tro­va un lavo­ro a cau­sa di pas­sa­te accu­se di pedo­fi­lia, e la figlia dicias­set­ten­ne Sarah in pie­na cri­si ado­le­scen­zia­le. Il padre muo­re da solo, pri­ma che Har­per rag­giun­ga l’ospedale. Ha così ini­zio per la don­na una pere­gri­na­zio­ne che la por­ta a una serie di incon­tri con per­so­nag­gi altret­tan­to dispe­ra­ti ed insod­di­sfat­ti, nei qua­li cer­ca di tro­va­re uno sfo­go: un gior­na­li­sta tren­ten­ne cocai­no­ma­ne e anti­se­mi­ta, Mic­key, che la abbor­da vio­len­te­men­te in un bar e che lei respin­ge rom­pen­do­gli un bic­chie­re in testa per poi defi­lar­si con indos­so il suo giub­bot­to di pel­le, il cin­quan­ten­ne fedi­fra­go James con il qua­le ha un appun­ta­men­to al buio in un alber­go, la madre anaf­fet­ti­va con cui ha chiu­so i rap­por­ti, un ado­le­scen­te afroa­me­ri­ca­no, Tobias, che lei ten­ta di sedur­re. Infi­ne tor­na a casa, ma ormai i veli di men­zo­gna su cui si reg­ge­va il suo matri­mo­nio sono cadu­ti. Eppu­re le dif­fi­ci­li veri­tà che i due gior­ni di viag­gio le han­no mes­so din­nan­zi sono pro­prio ciò che le con­sen­te di ricon­ci­liar­si con la sua real­tà familiare.
Il topos del viag­gio ini­zia­ti­co è tra i più anti­chi e sfrut­ta­ti di sem­pre, ma nono­stan­te lo sche­ma ben noto, que­sta vicen­da è in gra­do di avvin­ce­re lo spet­ta­to­re con inso­li­ta poten­za: lad­do­ve non è pos­si­bi­le inven­ta­re nuo­ve sto­rie da rac­con­ta­re, ciò che fa la dif­fe­ren­za è il modo di nar­rar­le. Il per­cor­so che Har­per com­pie è, sì fisi­co, ma soprat­tut­to emo­ti­vo, a comin­cia­re dal fat­to che la ripor­ta nei luo­ghi del­la sua infan­zia, ai qua­li sono lega­ti i pri­mi nodi dei suoi con­flit­ti irri­sol­ti, espli­ci­ta­ti nel­la figu­ra del­la madre, una don­na che vive di alcol, ricor­di e fin­zio­ni, e che non ha mai sapu­to rap­por­tar­si alla figlia così come Har­per non è in gra­do di fare con la pro­pria, in un con­flit­to gene­ra­zio­na­le sen­za fine.

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I diver­si luo­ghi in cui si svol­go­no gli undi­ci qua­dri dell’opera sono evo­ca­ti da sem­pli­ci det­ta­gli. Lo spa­zio è bian­co, qua­si cli­ni­co, vuo­to, ad ecce­zio­ne di que­gli ele­men­ti sce­ni­ci che varia­no al varia­re degli ambien­ti. Vi sono tre por­te sul­lo sfon­do che si apro­no su altre aree, stan­ze che è appe­na pos­si­bi­le intra­ve­de­re, o se non altro imma­gi­na­re. La scel­ta di una sce­no­gra­fia così mini­ma­li­sta può indi­ca­re la dimen­sio­ne più inte­rio­re che fisi­ca del viag­gio del­la don­na, che nel­lo spo­star­si com­pie un viag­gio den­tro se stes­sa e il pro­prio incon­scio, facen­do veni­re alla luce con­te­nu­ti rimos­si e bugie in una dispe­ra­ta ricer­ca di senso.
Har­per è una per­so­na qua­lun­que, una don­na in cri­si di mez­za età sul­la qua­le gra­va la respon­sa­bi­li­tà eco­no­mi­ca dell’intera fami­glia. A ciò si uni­sco­no le fru­stra­zio­ni di una vita che non la sod­di­sfa: ha delu­so i geni­to­ri non por­tan­do a ter­mi­ne gli stu­di, non rie­sce ad instau­ra­re un dia­lo­go con la figlia ado­le­scen­te, ha un rap­por­to di con­ti­nue ten­sio­ni con il mari­to, si tro­va a dover svol­ge­re un lavo­ro che non le pia­ce affat­to. Nel momen­to in cui, a fron­te di tan­ti rim­pian­ti, la sua fru­stra­zio­ne esplo­de, la don­na va in cer­ca d’amore e del­la pas­sa­ta gio­vi­nez­za, libe­ran­do­si del­le pro­prie repres­sio­ni, dan­do così libe­ro sfo­go ad istin­ti e pul­sio­ni che ave­va fino ad allo­ra nega­to. Si con­ce­de il lus­so egoi­sti­co di com­met­te­re atti che sa esse­re moral­men­te con­dan­na­bi­li, come quan­do feri­sce Mic­key con il bic­chie­re di vetro o sce­glie di tra­di­re Seth. La real­tà dei fat­ti vie­ne mes­sa in sce­na sen­za omis­sio­ni o reti­cen­ze, cru­da e lon­ta­na da qua­lun­que atmo­sfe­ra di poe­ti­ci­tà o idil­lio, ma nono­stan­te tut­to sen­za una volon­tà di giu­di­zio etico.

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Al filo nar­ra­ti­vo prin­ci­pa­le si van­no ad incro­cia­re via via i dram­mi esi­sten­zia­li di un cam­pio­na­rio di per­so­nag­gi che sono in ulti­ma ana­li­si l’umanità con­tem­po­ra­nea, vera pro­ta­go­ni­sta dell’opera. Gli indi­vi­dui rac­col­ti in que­sto testo sono insi­cu­ri, disil­lu­si, ama­reg­gia­ti da una vita di soli­tu­di­ne ed inco­mu­ni­ca­bi­li­tà. L’intento dell’autore rispet­to a tale scar­na real­tà non è di con­dan­na, ma di una pie­tà che non vuo­le giu­sti­fi­ca­re ben­sì capi­re. Un simi­le atteg­gia­men­to vuo­le sol­le­va­re inter­ro­ga­ti­vi sen­za esi­bi­re sen­ten­ze o sag­gez­za spic­cio­la e Ste­phens vi rie­sce attra­ver­so una scrit­tu­ra capa­ce di toc­ca­re cor­de par­ti­co­lar­men­te sen­si­bi­li, ma allo stes­so tem­po di iro­niz­za­re gra­zie ad uno humor tipi­ca­men­te britannico.
L’esperienza con­sa­pe­vo­le dell’errore, la ricon­qui­sta di una spon­ta­nei­tà che dà scan­da­lo a chi è abi­tua­to a vive­re nel­la fin­zio­ne, è ciò che per­met­te a Har­per di com­pren­de­re e accet­ta­re chi – ad esem­pio il mari­to – come lei ha sba­glia­to, e le con­sen­te di ritor­na­re alla sua vita con uno sguar­do pro­fon­da­men­te diverso.
Alla fine non vie­ne pro­nun­cia­ta alcu­na asso­lu­zio­ne, ma for­se è pos­si­bi­le il per­do­no. Il cer­chio si chiu­de e i mem­bri del­la fami­glia sem­bra­no aver tro­va­to una pro­pria col­lo­ca­zio­ne, un equi­li­brio che con­sen­te di spe­ra­re ancora.

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