Intervista a Carmelo Rifici, regista per il Piccolo Teatro di Milano e direttore artistico di LuganoInScena

Sara Tam­bor­ri­no

Il regi­sta tea­tra­le Car­me­lo Rifi­ci è una figu­ra che, anche in vir­tù degli ulti­mi ruo­li che ha otte­nu­to, sta assu­men­do sem­pre più rilie­vo nel pano­ra­ma cul­tu­ra­le con­tem­po­ra­neo. L’8 Mag­gio 2014 è sta­to nomi­na­to diret­to­re arti­sti­co di Luga­noIn­Sce­na, che si occu­pa di orga­niz­za­re la sta­gio­ne tea­tra­le del­la cit­tà, e nel­la pri­ma­ve­ra del 2015 è suc­ce­du­to a Luca Ron­co­ni alla dire­zio­ne del­la Scuo­la del Pic­co­lo Tea­tro di Mila­no, inti­to­la­ta al suo predecessore.

La copro­du­zio­ne del Gab­bia­no di Čechov, rap­pre­sen­ta­zio­ne che ha debut­ta­to a Luga­no il 5 Novem­bre 2015 e suc­ces­si­va­men­te anda­ta in sce­na al Pic­co­lo Tea­tro Stu­dio Mela­to dal 12 al 24 Gen­na­io 2016, è lo spet­ta­co­lo con il qua­le Rifi­ci ha san­ci­to l’inizio del­la pro­met­ten­te col­la­bo­ra­zio­ne tra le due real­tà tea­tra­li di cui egli è responsabile.

rificifghj

 

 

Qual è sta­to il tuo per­cor­so artistico?

Ho fre­quen­ta­to la Scuo­la del Tea­tro Sta­bi­le di Tori­no fon­da­ta da Luca Ron­co­ni e mi sono lau­rea­to in Let­te­re Moder­ne alla Sta­ta­le di Mila­no. Già duran­te gli anni di acca­de­mia ave­vo intui­to che la mia vera voca­zio­ne non era fare l’attore. Mi inte­res­sa­va tut­to quel­lo che c’era die­tro la costru­zio­ne di uno spet­ta­co­lo piut­to­sto che anda­re in sce­na. For­tu­na­ta­men­te un lavo­ro su Vic­tor Hugo che sta­vo pro­van­do con alcu­ni com­pa­gni di acca­de­mia fu scel­to dal­l’al­lo­ra diret­to­re arti­sti­co Mas­si­mo Castri per un aiu­to alla pro­du­zio­ne. Subi­to dopo il diplo­ma debut­tai come regi­sta. L’an­no suc­ces­si­vo vin­si il ban­do di resi­den­za al Tea­tro Lit­ta di Mila­no, dove feci tre regie che ebbe­ro una gran­de visi­bi­li­tà. Ron­co­ni mi scel­se per un cor­so di per­fe­zio­na­men­to al Cen­tro San­ta Cri­sti­na e con lui ini­ziai il mio vero apprendistato.

Cosa ti ha spin­to ad intra­pren­de­re una car­rie­ra dif­fi­ci­le come quel­la teatrale?

Un inna­to amo­re ver­so il tea­tro, ver­so la dram­ma­tur­gia e la pos­si­bi­li­tà di uti­liz­zar­li per capi­re qual­co­sa in più su di me, sugli altri, sul mon­do. Una neces­si­tà di sta­re in teatro.

Come sei arri­va­to ad occu­pa­re i ruo­li che rico­pri da nem­me­no un anno?

A Luga­no ho sem­pli­ce­men­te par­te­ci­pa­to al ban­do di diret­to­re. L’ho vin­to pre­sen­tan­do un pro­get­to di dire­zio­ne che ha con­vin­to la cit­tà. Per la Scuo­la del Pic­co­lo cre­do che Ser­gio Esco­bar (Diret­to­re del Pic­co­lo Tea­tro di Mila­no ndr) abbia pen­sa­to che io potes­si esse­re uti­le alla con­ti­nua­zio­ne di un lavo­ro sugli atto­ri e per gli atto­ri, un lavo­ro di ana­li­si del testo che ha sem­pre con­trad­di­stin­to il Pic­co­lo Tea­tro, una con­ti­nua­zio­ne del­la gran­de lezio­ne del tea­tro di regia, ma per­so­na­le, diver­sa da quel­la di Ron­co­ni, sep­pu­re rispet­to­sa e grata.

Qual è sta­to il tuo impat­to con le nuo­ve responsabilità?

Sono sta­to sem­pre mol­to respon­sa­bi­le, qua­si mai ho lascia­to un cat­ti­vo ricor­do di me dovun­que io abbia lavo­ra­to. Que­sto l’ho impa­ra­to pre­sto: lascia­re di sé un bel ricor­do. Cer­co di lavo­ra­re bene, in manie­ra respon­sa­bi­le e auto­no­ma, cer­co di por­ta­re avan­ti e con corag­gio cer­te scel­te ed ipo­te­si, ma sto atten­to ai com­mit­ten­ti, al pub­bli­co al qua­le mi rife­ri­sco, al rap­por­to con i gio­va­ni, le scuo­le. Non ho un meto­do, ma se doves­si pro­va­re a defi­ni­re il mio modo di lavo­ra­re, direi che si trat­ta di un lavo­ro di rela­zio­ni, in un con­ti­nuo dia­lo­go con gli altri. Ma in fin dei con­ti la veri­tà è che mi pia­ce mol­to il mestie­re che faccio.

Qua­le rap­por­to di con­ti­nui­tà, con­fron­to o ispi­ra­zio­ne sen­ti nei riguar­di del tuo pre­de­ces­so­re, Luca Ron­co­ni? Qua­li dif­fe­ren­ze con il suo modus ope­ran­di?

Non saprei dire se c’è un rap­por­to di con­ti­nui­tà con Ron­co­ni, lui avreb­be dete­sta­to la sola paro­la. Inol­tre lui era uni­co, lascia un buco incol­ma­bi­le per ora. C’è un’i­dea di tea­tro eti­co, respon­sa­bi­le. C’è la for­te pro­pen­sio­ne a pen­sa­re il tea­tro come un occhio sul mon­do, ad usa­re il tea­tro come spa­zio del­la memo­ria e del­la cono­scen­za. Per il resto è un lavo­ro in dive­ni­re, che non pen­sa né alla con­ti­nui­tà né alla dif­fe­ren­za. Il lavo­ro del regi­sta e del peda­go­go si muo­ve per ipo­te­si e intui­zio­ni, non per modelli.

Come si sta svi­lup­pan­do la col­la­bo­ra­zio­ne tra Luga­noIn­Sce­na e il Pic­co­lo Tea­tro di Milano?

Tra Luga­no e Mila­no si è crea­to una spe­cie di pro­to­col­lo di inte­se, di inte­res­si comu­ni. C’è l’at­ti­vi­tà di copro­du­zio­ne e di aiu­to alle ospi­ta­li­tà inter­na­zio­na­li. C’è una sti­ma reci­pro­ca che ci por­ta a pen­sa­re a dei pro­get­ti comuni.

Qua­li obiet­ti­vi ti poni dal­la tua nuo­va posizione?

Non mi pon­go obiet­ti­vi. Dete­sto gli obiettivi.

Qua­li sono i tuoi futu­ri progetti?

Da una par­te con­ti­nue­rò il mio lavo­ro sui clas­si­ci, dal­l’al­tra la mia col­la­bo­ra­zio­ne con auto­ri ita­lia­ni viven­ti. Amo mol­to lavo­ra­re e dia­lo­ga­re con i dram­ma­tur­ghi ita­lia­ni che tro­vo intel­li­gen­ti, capa­ci e com­pe­ten­ti, al di sopra del­la media euro­pea. Il tea­tro ita­lia­no è anco­ra un tea­tro di pro­fon­di­tà e di sca­vo, nes­su­no se ne accor­ge, vie­ne sem­pre bistrat­ta­to da un’Europa main­stream, ma in real­tà restia­mo i più pre­pa­ra­ti. Il siste­ma cul­tu­ra­le ita­lia­no non per­met­te di mostra­re que­sta pre­pa­ra­zio­ne, è un siste­ma assur­do e castran­te – pec­ca­to -. In Fran­cia e in Ger­ma­nia auto­ri di poco con­to diven­ta­no improv­vi­sa­men­te del­le star, da noi non con­ti nien­te anche se sei bravo.

Cosa con­si­gli a chi vor­reb­be oggi intra­pren­de­re un per­cor­so lavo­ra­ti­vo simi­le al tuo?

Segui­re sem­pre l’i­stin­to e lavo­ra­re con impe­gno. Met­te­re da par­te imme­dia­ta­men­te vani­tà e car­rie­ri­smi a favo­re di un lavo­ro serio, pro­fon­do. Biso­gna sce­glie­re la stra­da meno como­da, più impe­gna­ti­va, fre­quen­ta­re scuo­le rico­no­sciu­te, cer­ca­re di lavo­ra­re con chi è diver­so sen­za pre­giu­di­zi o stu­pi­de ideo­lo­gie. Biso­gna esse­re aper­ti al mon­do, stu­dia­re, impa­ra­re l’u­mil­tà e ave­re una dose di diplo­ma­zia non indif­fe­ren­te. È un lavo­ro che si costrui­sce sul­la pazien­za e sul­la gene­ro­si­tà. Saper col­ti­va­re le pro­prie inquie­tu­di­ni sen­za che que­ste vani­fi­chi­no lo sguar­do ogget­ti­vo sugli altri. La cosa essen­zia­le resta però la pre­pa­ra­zio­ne. Io con­si­glio ai regi­sti di fare pri­ma gli atto­ri, di entra­re in acca­de­mia come tali, per­ché solo così potran­no real­men­te capi­re qua­li sono gli osta­co­li ad una buo­na inter­pre­ta­zio­ne. In Ita­lia i miglio­ri regi­sti sono ex attori.

Ritie­ni che il mon­do del tea­tro sia attual­men­te in crisi?

Il tea­tro è sem­pre in cri­si. Il tea­tro è lega­to indis­so­lu­bil­men­te alla cri­si. Si potreb­be qua­si iro­ni­ca­men­te dire che il tea­tro e la cri­si sia­no sinonimi.

Redazione on FacebookRedazione on InstagramRedazione on TwitterRedazione on Youtube
Redazione

1 Trackback & Pingback

  1. Un anno senza Luca Ronconi | Vulcano Statale

Lascia un commento

L'indirizzo email non sarà pubblicato.