Kesha, “l’ingrata.” Lo scontro tra dignità e misoginia

Daria Signo­rot­to

La scor­sa set­ti­ma­na è arri­va­ta una sen­ten­za impor­tan­te da una cor­te supre­ma di Man­hat­tan. Kesha Rose Sebert, in arte Ke$ha, ave­va chie­sto, ormai due anni fa, di poter reci­de­re il con­trat­to che la lega alla Sony per l’u­sci­ta di altri sei album. 

Obiet­ti­vo era inter­rom­pe­re ogni rap­por­to con il suo pro­du­cer, Łukasz Seba­stian Gott­wald, alias Dr. Luke. “So che non pos­so lavo­ra­re con lui. Non rie­sco fisi­ca­men­te. Non mi sen­to in alcun modo sicu­ra,” ha dichia­ra­to la can­tan­te, che per die­ci anni avreb­be subi­to abu­si ses­sua­li, fisi­ci, ver­ba­li ed emo­ti­vi. La sen­ten­za ha del para­dos­sa­le: Kesha non avreb­be ragio­ne di avan­za­re una richie­sta del gene­re alla major, che si è limi­ta­ta a offrir­le di cam­bia­re pro­du­cer per evi­ta­re che i due si veda­no. Ma Gott­wald, in quan­to hit­ma­ker del­la Sony, man­ter­reb­be un for­te pote­re sul­la pro­du­zio­ne arti­sti­ca del­la pop­star. Insom­ma, la dipen­den­za pro­fes­sio­na­le dal­l’uo­mo che la can­tan­te iden­ti­fi­ca come il pro­prio aguz­zi­no non risul­te­reb­be moti­vo suf­fi­cien­te per una modi­fi­ca di con­trat­to. Nes­su­na del­le inti­mi­da­zio­ni e del­le vio­len­ze che Kesha dichia­ra di aver subi­to var­reb­be­ro come giu­sti­fi­ca­zio­ne. In sostan­za si ammet­te che la paro­la di una don­na non vale quan­to quel­la di un uomo ric­co e poten­te, sup­por­ta­to da una ric­ca e poten­te casa discografica. 


 

Fac­cia­mo un pas­so indie­tro. A 18 anni Kesha fir­ma un con­trat­to con l’e­ti­chet­ta disco­gra­fi­ca del pro­du­cer cali­for­nia­no Dr. Luke, la Kemo­sa­be Enter­tain­ment. Di lì a poco, nel 2009, usci­rà l’al­bum Ani­mal – quel­lo del­la hit Tik Tok.

Fino­ra sem­bra una sto­ria à la Katy Per­ry: gio­va­ne arti­sta ambi­zio­sa e self con­fi­dent sce­glie di per­se­gui­re il sogno ame­ri­ca­no e, alla fine, ci rie­sce. Ani­mal è disco di pla­ti­no in Austra­lia, Cana­da e negli Sta­tes. Kesha entra nell’olimpo dell’elettropop e la sua imma­gi­ne da bad­girl decol­la con l’u­sci­ta del video di Tik Tok: ci sono tut­ti gli ele­men­ti del­la ribel­lio­ne post ado­le­scen­zia­le, dal­la lite con i geni­to­ri (che sem­bra­no usci­ti da una pub­bli­ci­tà anni ‘50 del­la Coca Cola) alle sce­ne in da club dove final­men­te si è tut­ti dav­ve­ro liberi. 

Nel 2011, poco pri­ma del­l’u­sci­ta del suo secon­do album, War­rior, va in onda su MTV Ke$ha: my cra­zy beau­ti­ful life: i pri­mi scre­zi pub­bli­ci tra Kesha e Dr. Luke emer­go­no pro­prio in una pun­ta­ta di que­sto docu­rea­li­ty, che era con­ce­pi­to, già dal tito­lo, per mostra­re la vita pri­va­ta anti­con­ven­zio­na­le, ma tut­to som­ma­to ras­si­cu­ran­te, del­la pop­star. Kesha sostie­ne di aver avu­to poco mar­gi­ne d’a­zio­ne nel­la pre­pa­ra­zio­ne del­l’al­bum e nel­la ste­su­ra dei testi, e in un’inter­vi­sta a Rol­ling Sto­ne  del­l’ot­to­bre 2013 riba­di­sce: «vor­rei mostra­re al mon­do altri lati del­la mia per­so­na­li­tà, non voglio diven­ta­re una paro­dia di me stessa». 

L’an­no suc­ces­si­vo Kesha entra in rehab a cau­sa di un distur­bo ali­men­ta­re. La madre del­la can­tan­te, in un’inter­vi­sta a Peo­ple, rive­la che Dr. Luke non è estra­neo alla vicen­da: il pro­dut­to­re la avreb­be para­go­na­ta a un fri­go­ri­fe­ro, per i chi­li di trop­po che mostra­va nel­l’ul­ti­mo video, e avreb­be insi­sti­to per­ché per­des­se peso velocemente.

Poco dopo essere uscita dal centro di riabilitazione Kesha intenta una causa civile a Dr. Luke, per aver abusato di lei per dieci anni. 

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Se già nel 2013 ave­va rive­la­to il carat­te­re oppri­men­te del pro­prio rap­por­to pro­fes­sio­na­le con Dr. Luke, ora le accu­se assu­mo­no tut­t’al­tro teno­re. La dipen­den­za eco­no­mi­ca e pro­fes­sio­na­le di Kesha dal pro­du­cer potreb­be esse­re una del­le ragio­ni per cui la denun­cia è arri­va­ta, come spes­so suc­ce­de in que­sti casi, anni dopo la data in cui sareb­be­ro comin­cia­te le vio­len­ze. Per fare un tri­ste com­pen­dio di quan­to Kesha ha ripor­ta­to, basti dire che la can­tan­te sostie­ne di esse­re sta­ta dro­ga­ta e vio­len­ta­ta da Dr. Luke subi­to dopo la fir­ma del contratto.

Nel giu­gno 2014 Kesha ha deci­so di coin­vol­ge­re nel­la cau­sa la Sony, pro­prie­ta­ria dell’etichetta disco­gra­fi­ca di Dr. Luke. Ad alcu­ni que­sta dispe­ra­ta ricer­ca di una via d’u­sci­ta dal con­trat­to è sem­bra­ta un bie­co ten­ta­ti­vo di rag­gi­ro. Così è par­so anche alla Sony, che ha deci­so di soste­ne­re Dr. Luke. Dopo anni dedi­ca­ti a fare di Kesha un’artista di suc­ces­so, lei si sareb­be rive­la­ta un’ingrata. La Sony si è schie­ra­ta sul­la base di un prin­ci­pio pro­fon­da­men­te miso­gi­no: il suc­ces­so di un’artista non ha nul­la a che fare con i meri­ti del­l’ar­ti­sta stes­sa, ma del­l’uo­mo che l’ha “crea­ta”.

Un atteg­gia­men­to riser­va­to alle don­ne del mon­do del­lo spet­ta­co­lo e non, per­fet­ta­men­te rias­sun­to nel­la fra­se «I made that bitch famous», rivol­ta da Kay­ne West a Tay­lor Swift. 

Come nel caso di Bill Cosby, quan­do a esse­re accu­sa­to di vio­len­za è un uomo pro­fes­sio­nal­men­te affer­ma­to, c’è il rischio che le accu­se ven­ga­no viste come ten­ta­ti­vi, orche­stra­ti da dia­bo­li­che arram­pi­ca­tri­ci socia­li, di otte­ne­re dena­ro e visi­bi­li­tà. Negli USA (e nel resto del mon­do), il 68% del­le vio­len­ze ses­sua­li non vie­ne denun­cia­to e il nume­ro di accu­se fal­se è a dir poco irri­so­rio, que­sto dovreb­be por­ta­re a par­teg­gia­re per la pos­si­bi­le non­ché pro­ba­bi­le vit­ti­ma. I dati spes­so sban­die­ra­ti per dimo­stra­re l’in­con­si­sten­za del­le accu­se di vio­len­za si basa­no su ana­li­si fazio­se, che accol­go­no una defi­ni­zio­ne di mani­ca lar­ga di “accu­sa fal­sa”. In alcu­ni casi la denun­cia vie­ne riti­ra­ta per pau­ra di inti­mi­da­zio­ni o di esse­re sot­to­po­sti a vic­tim-sha­ming. O per­ché la poli­zia non ritie­ne pos­si­bi­le procedere.

For­tu­na­ta­men­te, fan e col­le­ghe (più qual­che col­le­ga) si sono mobi­li­ta­ti per sup­por­ta­re Kesha. In una let­te­ra, Lena Dun­ham ha sot­to­li­nea­to come la sen­ten­za sia nau­sean­te e scon­vol­gen­te non solo per la can­tan­te, ma per tut­te le don­ne che il siste­ma di giu­sti­zia ame­ri­ca­no lascia iner­mi di fron­te a chi com­met­te abu­si. Dopo la sen­ten­za è sta­ta anche lan­cia­ta una cam­pa­gna di cro­wd-foun­ding per­ché Kei­sha pos­sa esse­re eso­ne­ra­ta dagli obbli­ghi con­trat­tua­li con Sony.

La soli­da­rie­tà c’è, ma da sola non può tam­po­na­re le evi­den­ti fal­le di una sen­ten­za che rischia di sco­rag­gia­re tan­te altre don­ne dal denun­cia­re gli abu­si subi­ti sul lavo­ro. Quel­lo del­la stra­gran­de mag­gio­ran­za del­le cau­se in cui si ripor­ta­no vio­len­ze ses­sua­li e/o psi­co­lo­gi­che è un’epilogo ste­ri­le e incon­si­sten­te. La con­si­de­ra­zio­ne pra­ti­ca­men­te nul­la del­la cor­te per le accu­se mos­se da Kei­sha, con­si­de­ra­te impos­si­bi­li  da pro­va­re – e quin­di irri­le­van­ti –  ne è conferma.

Non pare oppor­tu­no par­la­re di Gottwald/Dr. Luke in que­sto arti­co­lo, non più del­lo stret­to neces­sa­rio. Non si può non cita­re però il suo ridi­co­lo tweet di difesa.

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