Le groupies al tempo dei social

Si rac­con­ta che Cyn­thia Pla­ster Caster, una del­le più note grou­pies di sem­pre, abbia avu­to l’illuminazione sul come avvi­ci­nar­si ai pro­pri ido­li duran­te una noio­sa lezio­ne d’arte. Avreb­be chie­sto a cia­scu­no di loro — o alme­no ai suoi pre­fe­ri­ti — di par­te­ci­pa­re al suo pro­get­to arti­sti­co: una col­le­zio­ne di cal­chi in ges­so di attri­bu­ti maschi­li. Era­no gli anni Ses­san­ta, il rock sta­va viven­do il suo momen­to di glo­ria, la rivo­lu­zio­ne ses­sua­le era alle por­te, la gen­te (arti­sti e non) sen­ti­va sem­pre più il biso­gno di stu­pi­re e di esse­re stu­pi­ta. Cyn­thia ave­va avu­to l’idea giu­sta al momen­to giu­sto, e furo­no diver­se le rock­star a spo­gliar­si per lei, in stu­dio o in came­ra da letto.

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Ma gli anni Sessanta sono finiti, il punk è morto, pure il rock parrebbe non stare troppo bene, e parlare di groupies risulta oggi estemporaneo — un po’ come ascoltare i 45 giri, solo molto meno hipster.

Eppu­re il “feno­me­no grou­pies” non è affat­to scom­par­so: si è sola­men­te evo­lu­to, adat­tan­do­si ai tem­pi e assu­men­do pro­por­zio­ni e aspet­ti parec­chio inquie­tan­ti. I tem­pi in cui le ragaz­ze che vole­va­no arri­va­re ai pro­pri ido­li dove­va­no inven­tar­si scul­tri­ci d’avanguardia, o acca­par­rar­si il posto in tran­sen­na ad ogni con­cer­to, paio­no ben lon­ta­ni. Oggi non ser­ve una giac­ca di pel­le aper­ta su una scol­la­tu­ra ver­ti­gi­no­sa per atti­ra­re il chi­tar­ri­sta di quel­la band che sta sca­lan­do le clas­si­fi­che, basta uno smart­pho­ne e una con­nes­sio­ne fun­zio­nan­te. Insta­gram al posto del ros­set­to, Sna­p­chat in cam­bio di un paio di cal­ze a rete, Twit­ter inve­ce del­le let­te­re d’amore.

Il feno­me­no del­le “grou­pies 2.0” — ragaz­ze gio­va­nis­si­me, tra i 15 e i 20 anni, che con­tat­ta­no i mem­bri del­le band attra­ver­so i social net­work — è sem­pre più dif­fu­so. I musi­ci­sti inte­res­sa­ti sono soli­ta­men­te gio­va­ni, non trop­po noti ma famo­si quel tan­to da riem­pi­re un loca­le di gran­di dimen­sio­ni. Sono mol­to atti­vi su Twit­ter e Insta­gram – Face­book vie­ne ormai con­si­de­ra­to un social per vec­chi – non solo attra­ver­so le pagi­ne uffi­cia­li del grup­po, ma gesten­do anche in pri­ma per­so­na i rispet­ti­vi pro­fi­li per­so­na­li, postan­do foto e rispon­den­do, di tan­to in tan­to, a qual­che fan.

La pos­si­bi­li­tà di poter par­la­re diret­ta­men­te con colui che si ha come sfon­do del cel­lu­la­re da parec­chi mesi (per di più sen­za l’imbarazzo di dover­lo fare di per­so­na) ha spin­to mol­tis­si­me ragaz­ze a con­tat­ta­re i vari can­tan­ti, bat­te­ri­sti, bas­si­sti, tastie­ri­sti o chi­tar­ri­sti che sia­no (i front­men non sono gli uni­ci ad aver suc­ces­so, e que­sto acca­de­va già negli anni Ses­san­ta), a tag­gar­li in alcu­ne foto e a com­men­ta­re i loro tweet riem­pien­do­li di men­zio­ni, in una ricer­ca costan­te di quel like, o quel cuo­ri­ci­no su Insta­gram, pub­bli­co tro­feo da screen­shot­ta­re e sal­va­re nel­la car­tel­la “OMG”.

Alcu­ne si approc­cia­no alle pro­prie “cele­bri­ty crush” in manie­ra paca­ta, rin­gra­zian­do­le per un con­cer­to o facen­do apprez­za­men­ti su que­sta o quel­la can­zo­ne, altre, inve­ce, si lan­cia­no in com­men­ti che van­no dall’abba­stan­za spin­to al deci­sa­men­te trop­po spin­to toc­can­do vet­te del se que­sto ti denun­cia for­se fa anche bene.

Navi­gan­do un po’ in rete, tra pro­fi­li Twit­ter e pagi­ne Insta­gram del­le ragaz­ze appar­te­nen­ti ai vari fan­dom di gio­va­ni arti­sti o band (spes­so com­po­ste tut­te da uomi­ni, ma restie alla defi­ni­zio­ne di “boy­band”) si nota­no in fret­ta tre gran­di schie­ra­men­ti: quel­le che han­no approc­cia­to i musi­ci­sti rime­dian­do­si un’uscita, o un drink o for­se una not­te in alber­go, quel­le che han­no scrit­to, tag­ga­to, man­da­to snap, rice­ven­do indie­tro solo qual­che like, e le fan “nor­ma­li”, cioè quel­le che seguo­no la band sen­za ten­ta­re di por­tar­si a let­to nessuno.

I rap­por­ti fra i tre grup­pi sono sem­pli­ci quan­to evi­den­ti (soprat­tut­to per­ché tut­to avvie­ne via web, a col­pi di post su Twit­ter e com­men­ti alle foto, acces­si­bi­li a chiun­que sia iscrit­to al social in que­stio­ne): il grup­po A, quel­lo del­le “grou­pies vit­to­rio­se”, è mol­to coe­so e i suoi mem­bri si sosten­go­no a vicen­da, a meno che lo stes­so musi­ci­sta non abbia una sto­ria con due di loro con­tem­po­ra­nea­men­te (a quel pun­to scat­ta la ris­sa a col­pi di men­zio­ni o “indi­ret­ti”, post rivol­ti con­tro un uten­te pub­bli­ca­ti sen­za men­zio­na­re l’utente in questione).

I mem­bri del grup­po B – le “wan­na­be grou­pie” – o adu­la­no le ragaz­ze del grup­po A, che han­no rag­giun­to l’agognato obiet­ti­vo, oppu­re le copro­no di insul­ti, defi­nen­do­le “zoc­co­le”, “tro­ie” e chi più ne ha più ne met­ta. Le fan “nor­ma­li”, inve­ce, si limi­ta­no a osser­va­re sen­za immi­schiar­si. Il loro giu­di­zio nei con­fron­ti dei grup­pi A e B è tutt’altro che lusin­ghie­ro e tal­vol­ta lo scri­vo­no pure, o lo fan­no inten­de­re, ten­tan­do però di tener­si il più lon­ta­no pos­si­bi­le da que­ste diatribe.

groupGli aspet­ti inquie­tan­ti del feno­me­no sono parec­chi: in pri­mis il fat­to che sia tut­to pub­bli­co – meri­to, ovvia­men­te, del­la cul­tu­ra del social net­work, che spin­ge a dar mostra di sé, a espor­re la pro­pria vita (o par­te di essa) in base a ciò che una qual­che opi­nio­ne comu­ne ritie­ne cool, figo, giu­sto. Se una ragaz­za del grup­po A esce con un musi­ci­sta più o meno cono­sciu­to, tem­po un paio d’ore e avrà posta­to una man­cia­ta di foto sui vari social, man­da­to un paio di video con Sna­p­chat, scrit­to un paio di tweet allu­si­vi, pub­bli­ca­to qual­che screen­shot di qual­che con­ver­sa­zio­ne di Wha­tsapp o Mes­sen­ger (badan­do, però, a oscu­ra­re solo in par­te la foto pro­fi­lo del­la per­so­na con cui sta mes­sag­gian­do, per fin­ge­re di voler man­te­ne­re una cer­ta pri­va­cy). Nel giro di poche ore tut­to il fan­dom sa cosa han­no fat­to, o quan­to meno dove si tro­va­va­no e con chi. Alcu­ne di que­ste, dopo una not­te pas­sa­ta con il pro­prio “ido­lo”, han­no anche aper­to dei pro­fi­li Ask – un social attra­ver­so cui si pos­so­no rivol­ge­re all’utente del­le doman­de in ano­ni­mo. In poche paro­le la ver­sio­ne digi­ta­liz­za­ta del­le let­te­ri­ne sen­za mit­ten­te che ci si scam­bia­va alle ele­men­ta­ri, ma mol­to meno inno­cen­ti – per lamen­tar­si poi di alcu­ne doman­de, rite­nu­te “trop­po per­so­na­li” e gri­da­re alla pic­co­lez­za del gene­re umano.

Sem­bra che que­ste ragaz­ze non sia­no attrat­te tan­to dall’idea di usci­re con “un tipo famo­so”, quan­to da quel­la di mostra­re a tut­ti di aver­ce­la fat­ta, di esse­re la pre­scel­ta di quel­la sera­ta. I fol­lo­wer aumen­ta­no, i like su Insta­gram pure, i com­men­ti di altre ragaz­ze che dico­no di voler esse­re così bel­le e così alla moda come chi ce l’ha fat­ta pro­li­fe­ra­no, i pro­fi­li Ask ven­go­no aper­ti e chiu­si sen­za sosta. Si entra nel grup­po A, di quel­le fighe per dav­ve­ro, ed è una gran­de gio­ia per­ché, insom­ma, far­si tut­te quel­le foto pro­vo­can­ti con cui infar­ci­re il pro­prio pro­fi­lo è sta­ta una fati­ca, ma ne è val­sa la pena.

Poi arriva la botta, lo schiaffo in piena faccia, perché si scopre di non essere le uniche, di non essere le predilette, di essere solo una delle tante, e non è mai facile da accettare, men che meno a diciassette anni.

La noto­rie­tà sui social sce­ma, le men­zio­ni diven­ta­no sem­pre meno, gli haters diven­ta­no indif­fe­ren­ti e allo­ra si cer­ca un’al­tra per­so­na piut­to­sto cele­bre a cui scri­ve­re, qual­cun altro con cui fare un sel­fie, qual­cu­no che pos­sa rin­vi­go­ri­re la curio­si­tà del fan­dom. A Cin­thya Pla­ster Caster i Kiss han­no dedi­ca­to una can­zo­ne (“Pla­ster Caster”, pre­sen­te nell’album “Love Gun” del 1977), le grou­pies moder­ne sem­bra­no accon­ten­tar­si di qual­che ret­weet e di sco­pri­re che altre fan stan­no par­lan­do di loro.

C’è chi, osser­van­do que­sto feno­me­no, fa spal­luc­ce, liqui­dan­do il tut­to con un bana­le “sono solo ragaz­zi­ne”. Le nuo­ve grou­pies sono indub­bia­men­te mol­to gio­va­ni, e si può spe­ra­re che la matu­ri­tà por­ti loro giu­di­zio. Tut­ta­via, per chi è cre­sciu­to con l’idea di vale­re solo attra­ver­so gli altri, solo in  base a chi ci si por­ta a let­to, o al nume­ro di likes su un social (meta­fo­ra moder­na dei fischi d’apprezzamento agli ango­li del­le stra­de), potreb­be esse­re mol­to dif­fi­ci­le cam­bia­re prospettiva.

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Francesca Motta
Stu­dio Let­te­re, scri­vo (meglio se di inu­ti­li­tà), non ho idea di cosa sia il dono del­la sin­te­si, a vol­te foto­gra­fo, spes­so inciam­po, ascol­to mol­to volentieri.

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