Miracolo sul ghiaccio. Una memorabile partita del 1980

Fran­ce­sco Porta

Nel mon­do del­lo sport sono fin trop­pe le occa­sio­ni nel­le qua­li si può urla­re al mira­co­lo: gli scet­ti­ci pos­so­no dire che i risul­ta­ti ‘mira­co­lo­si’ sono frut­to del duro lavo­ro e del­la disci­pli­na dell’atleta, maga­ri con l’aiuto del caso, ma que­ste tre com­po­nen­ti non sareb­be­ro mai basta­te da sole alla squa­dra di ice-hoc­key ame­ri­ca­na per con­qui­sta­re la meda­glia d’oro con­tro l’imbattibile squa­dra rus­sa alle Olim­pia­di inver­na­li del 1980.

I tre­di­ce­si­mi gio­chi olim­pi­ci inver­na­li si sono tenu­ti dal 14 al 23 Feb­bra­io 1980 a Lake Pla­cid nel­lo sta­to di New York qual­che mese pri­ma dei gio­chi Olim­pi­ci che si sareb­be­ro tenu­ti a Mosca. In quell’anno la squa­dra di hoc­key sta­tu­ni­ten­se era com­po­sta da soli gio­ca­to­ri non pro­fes­sio­ni­sti e fu valu­ta­ta set­ti­ma tra le dodi­ci squa­dre che riu­sci­ro­no a qua­li­fi­car­si ai gio­chi. La squa­dra Rus­sa d’altra par­te era già data per vin­cen­te: in quel­la squa­dra mili­ta­va­no alcu­ni tra i più gran­di gio­ca­to­ri entra­ti nel­la leg­gen­da del­lo sport, come il capi­ta­no Boris Mikhai­lov, Vla­di­slav Tre­tiak, con­si­de­ra­to da mol­ti il miglior por­tie­re del mon­do e il difen­so­re Via­che­slav Feti­sov. La Rus­sia inol­tre ave­va domi­na­to le ulti­me com­pe­ti­zio­ni, riu­scen­do a con­fer­mar­si cam­pio­ne di hoc­key su ghiac­cio nel­le pre­ce­den­ti cin­que edi­zio­ni dei gio­chi olim­pi­ci. In quell’anno in un’amichevole tra Rus­sia e USA gio­ca­ta­si il 9 Feb­bra­io (nep­pu­re un mese pri­ma dall’inizio dei gio­chi) gli sta­tu­ni­ten­si furo­no scon­fit­ti per die­ci a tre.

Nono­stan­te i pro­no­sti­ci sfa­vo­re­vo­li la squa­dra ame­ri­ca­na riu­scì a supe­ra­re il giro­ne eli­mi­na­to­rio, bat­ten­do anche la for­tis­si­ma squa­dra del­la Ceco­slo­vac­chia. Una vit­to­ria che stu­pì non solo i tec­ni­ci del­lo sport, ma infiam­mò tut­to il Pae­se: il team sta­tu­ni­ten­se gode­va dell’attenzione di tut­to il mon­do e il pub­bli­co di casa era inna­mo­ra­to di quei gio­va­ni e talen­tuo­si atle­ti. Pas­sa­ta la fase dei giro­ni eli­mi­na­to­ri ini­ziò quel­la del giro­ne del­le meda­glie: tut­te le squa­dre che aves­se­ro supe­ra­to la pri­ma fase del tor­neo si sareb­be­ro affron­ta­te tra loro, quin­di l’oro olim­pi­co sareb­be anda­to alla squa­dra con il miglior record di vittorie.

A meno che il ghiac­cio non si sciol­ga, o a meno che la squa­dra ame­ri­ca­na non com­pia un mira­co­lo, come fece quel­la del 1960, ci si atten­de che i rus­si vin­ca­no la meda­glia d’o­ro per la sesta vol­ta negli ulti­mi set­te tornei.

Così si leg­ge­va sul New York Times alla vigi­lia del­la par­ti­ta, e Sta­ti Uni­ti con­tro Rus­sia non si pote­va con­si­de­ra­re solo un match. Quel­la non pote­va esse­re una sfi­da come un’altra: il cli­ma del­la guer­ra fred­da era anco­ra incan­de­scen­te e nel­lo stes­so anno il pre­si­den­te ame­ri­ca­no Jim­my Car­ter con­si­de­ra­va di boi­cot­ta­re le Olim­pia­di che si sareb­be­ro tenu­te a Mosca lo stes­so anno, a cau­sa dell’occupazione sovie­ti­ca dell’Afghanistan.

La par­ti­ta deci­si­va per la vit­to­ria ven­ne segui­ta da tut­to il mon­do, il palaz­zet­to era gre­mi­to di 8.500 spet­ta­to­ri che can­ta­va­no “God Bless Ame­ri­ca” e “U‑S-A! U‑S-A!” .

Il risul­ta­to al ter­mi­ne del pri­mo perio­do era già un avve­ni­men­to incre­di­bi­le: due pari, dopo che i Rus­si si era­no por­ta­ti avan­ti nel con­fron­to due vol­te e gli ame­ri­ca­ni ave­va­no sem­pre rimon­ta­to. Il secon­do tem­po è sta­to inve­ce tut­to a favo­re dei sovie­ti­ci che segna­ro­no il goal del tre a due. Tut­to si deci­se nell’ultimo perio­do, nel qua­le gli ame­ri­ca­ni ave­va­no ven­ti minu­ti per recu­pe­ra­re lo svan­tag­gio.  Dopo due segna­tu­re, e la dife­sa del van­tag­gio, il risul­ta­to fina­le fu USA 4 USSR 3.

Quell’impresa, in effet­ti, non con­se­gnò la meda­glia agli sta­tu­ni­ten­si, ma gra­zie a quel risul­ta­to l’oro tor­nò a esse­re con­te­so da tut­te e quat­tro le squa­dre che aeva­no supe­ra­to le eli­mi­na­to­rie: in gio­co c’erano anche Sve­zia e Fin­lan­dia. Fu pro­prio la par­ti­ta con­tro la Fin­lan­dia, vin­ta quat­tro a due a decre­ta­re cam­pio­ni olim­pi­ci gli ame­ri­ca­ni, che ricor­da­no quel match come “the gol­den game”.

usaNono­stan­te la scon­fit­ta, l’hoc­key su ghiac­cio sovie­ti­co ven­ne anco­ra apprez­za­to per il gio­co e il talen­to e i gio­ca­to­ri rus­si ini­zia­ro­no a com­pa­ri­re nell’NHL (la Natio­nal Hoc­key Lea­gue) con più fre­quen­za – anche se mol­ti ini­zial­men­te dovet­te­ro abban­do­na­re la loro cit­ta­di­nan­za. Da quell’anno, qua­si tut­ti i com­po­nen­ti del team USA comin­cia­ro­no la car­rie­ra da pro­fes­sio­ni­sti nel­la NHL.

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