National Geographic. La storia, la fotografia, le esplorazioni. Un viaggio da non perdere.

Fishermen, Weligama, South coast, Sri Lanka, 1995"Fishermen along the southern coast of Sri Lanka cast their lines in the traditional way atop poles so they can work in shallow water without disturbing the fish." - George Eastman Housefinal print_poster

Bea­tri­ce Lucre­zia Mosca

 

La mostra, alle­sti­ta pres­so il Museo di Sto­ria Natu­ra­le di Mila­no, aper­ta dal 30 otto­bre 2015 chiu­de­rà i bat­ten­ti fra pochi gior­ni, il 14 feb­bra­io, dopo aver regi­stra­to un’ottima affluen­za e aven­do lascia­to die­tro di sé una ancor più posi­ti­va impressione.

Alle pare­ti del­le sale sono appe­se deci­ne e deci­ne di foto­gra­fie scat­ta­te in più di un seco­lo dai foto­gra­fi, pro­fes­sio­ni­sti e ama­to­ri, che han­no con­tri­bui­to a ren­de­re famo­sa una del­le più impor­tan­ti rivi­ste di divul­ga­zio­ne scien­ti­fi­ca del mon­do. Dal­le imma­gi­ni in bian­co e nero alle foto­gra­fie dipin­te, dagli scat­ti più clas­si­ci alle rap­pre­sen­ta­zio­ni digitali.

Nel pri­mo ambien­te poche righe rias­su­mo­no la sto­ria del­la Natio­nal Geo­gra­phic: la socie­tà vie­ne fon­da­ta il 13 gen­na­io 1888 da 33 espo­nen­ti dell’élite scien­ti­fi­ca di Washing­ton DC, tra i qua­li Ale­xan­der G. Bell (l’inventore ame­ri­ca­no del tele­fo­no). Ben pre­sto l’associazione si con­so­li­da e l’interesse per le sue ricer­che si allar­ga. Nel giro di qual­che anno la socie­tà ini­zia a finan­zia­re spe­di­zio­ni esplo­ra­ti­ve nei più remo­ti luo­ghi del­la Terra.

Nell’ottobre 1888 esce il pri­mo nume­ro del­la famo­sa rivi­sta, che tut­ta­via solo nel 1896 comin­cia ad esse­re ven­du­ta. Da subi­to il men­si­le, che oggi è tra­dot­to in 31 lin­gue e distri­bui­to in tut­to il mon­do, dimo­stra di esse­re un gior­na­le all’avanguardia: pro­po­ne descri­zio­ni accu­ra­te e com­pren­si­bi­li, dei viag­gi e del­le sco­per­te geo­gra­fi­che più recen­ti, accom­pa­gnan­do­le con una car­ti­na, cosa mai acca­du­ta pri­ma, e gran­de atten­zio­ne vie­ne posta all’aspetto foto­gra­fi­co, che diven­te­rà poi una carat­te­ri­sti­ca fon­da­men­ta­le del periodico.

Dopo la pri­ma par­te dedi­ca­ta appun­to alla sto­ria del­la Socie­ty, le sale suc­ces­si­ve ven­go­no som­ma­ria­men­te divi­se per gran­di temi: le esplo­ra­zio­ni via aria, via ter­ra e via mare, la natu­ra, la ter­ra vio­len­ta, la scien­za e il viaggio.

Lar­go spa­zio è occu­pa­to dal­le imma­gi­ni rela­ti­ve ad esplo­ra­to­ri e sco­per­te geo­gra­fi­che, pri­mor­dia­le inte­res­se del­la rivi­sta. In que­sta sezio­ne vie­ne dato par­ti­co­la­re rilie­vo allo sco­po prin­ci­pe del­la Socie­ty, ovve­ro quel­lo di “miglio­ra­re e dif­fon­de­re le cono­scen­ze geo­gra­fi­che”, rivol­gen­do un’attenzione par­ti­co­la­re alle popo­la­zio­ni straniere. 

Il Machu Pic­chu si sta­glia bel­lis­si­mo e miste­rio­so sul­lo sfon­do in bian­co e nero del­la foto scat­ta­ta dal­lo sto­ri­co Hiram Bin­gham, che risco­prì la miti­ca cit­tà inca nel 1911. L’immagine atte­sta la favo­lo­sa sco­per­ta, ma al con­tem­po mostra chia­ra­men­te come l’uomo occi­den­ta­le pur di rag­giun­ge­re il suo sco­po non si sia pre­oc­cu­pa­to degli etta­ri di fore­sta ver­gi­ne che giac­cio­no disbo­sca­ti ai pie­di del sito.

Perù 1912, Hiram Bingham

 

 

Perù 1912, Hiram Bingham

Sug­ge­sti­vo, tra le mol­te foto­gra­fie dedi­ca­te alle esplo­ra­zio­ni fra i ghiac­ci, spic­ca il ritrat­to di Robert E. Pea­ry che insie­me al suo assi­sten­te ten­tò di rag­giun­ge­re il Polo Nord nel 1909. Un erro­re nel­la stru­men­ta­zio­ne di orien­ta­men­to lo indus­se a cre­de­re di esser­ci riu­sci­to, men­tre gli stu­di suc­ces­si­vi del­la Natio­nal Geo­gra­phic Socie­ty ne iden­ti­fi­ca­no l’arrivo a diver­se miglia di distanza.

Famo­sa è anche la foto scat­ta­ta da Hugo Van Lawick alla pri­ma­to­lo­ga Jane Goo­dall e allo scim­pan­zé Flint in Tan­za­nia nel 1964, testi­mo­nian­za del­le nume­ro­se spe­di­zio­ni orga­niz­za­te allo sco­po di cono­sce­re meglio le crea­tu­re che abi­ta­no il nostro pianeta.

 

Tanzania1964, Hugo Van Lawick
Tan­za­nia 1964, Hugo Van Lawick 

Continuando il percorso, la mostra offre al visitatore immagini incredibili che attestano, oltre alla bellezza dei luoghi e dei soggetti rappresentati, la bravura, l’impegno e il coraggio dei fotografi. 

Se con­si­de­ria­mo ad esem­pio la sezio­ne rivol­ta alla natu­ra, non si può fare a meno di ammi­ra­re la costan­za di Geor­ge Schal­ler che riu­scì dopo ore di appo­sta­men­to ad immor­ta­la­re nel 1970 sul­le mon­ta­gne del Pakin­stan un leo­par­do del­le nevi, il miste­rio­so “feli­no fan­ta­sma”. Il corag­gio di Matias Klum davan­ti ad un cobra rea­le e la straor­di­na­ria atten­zio­ne di Chri­stian Zie­gler nel foto­gra­fa­re un colibrì.
A male magnificent hummingbird pollinating an orchid.

 

Pana­ma 2008, Chri­stian Ziegler

Que­ste e mol­te altre sono le foto­gra­fie di ani­ma­li con le qua­li for­se mag­gior­men­te iden­ti­fi­chia­mo il Natio­nal. Alcu­ne imma­gi­ni ebbe­ro un tale suc­ces­so che in mol­tis­si­mi scris­se­ro alla reda­zio­ne per far­si reca­pi­ta­re una copia del­la foto a casa, come accad­de per quel­la di Mitsua­ki Iwa­go che ritrae una leo­nes­sa col pro­prio cuc­cio­lo al fian­co e che fu ogget­to di una atten­zio­ne fuo­ri dal­la nor­ma da par­te di milio­ni di mam­me in tut­to il mondo.

Par­ti­co­la­re inte­res­se è rivol­to anche alle nuo­ve sco­per­te tec­no­lo­gi­che che in diver­si cam­pi pos­so­no miglio­ra­re non solo le tec­ni­che di esplo­ra­zio­ne, come per esem­pio la cap­su­la a immer­sio­ne di Jac­ques-Yves Cou­steau o quel­la più moder­na che per­mi­se al regi­sta James Came­ron di scen­de­re nel­la Fos­sa del­le Marian­ne nel 2012, ma anche la qua­li­tà di vita dell’uomo, come il brac­cio robo­ti­co foto­gra­fa­to nei labo­ra­to­ri di Fre­de­rick­sburg da Mark Thiessen.

L’ultima par­te del­la mostra è dedi­ca­ta agli scat­ti epi­ci, quel­li che han­no segna­to la sto­ria del Natio­nal Geo­gra­phic, impri­men­do­si nel­la memo­ria comu­ne a testi­mo­nian­za del­la bel­lez­za del nostro pia­ne­ta e dell’impegno svol­to dal­la rivi­sta nel ren­der­le note al gran­de pubblico.

 

Afghanistan 1984, Steve McCurry

Accan­to alla più nota coper­ti­na del perio­di­co, il viso del­la ragaz­za afgha­na di Ste­ve McCur­ry, si tro­va­no altri scat­ti sto­ri­ci tra i qua­li la fol­la pre­sen­te al lan­cio dell’Apollo 11 di Otis Imbo­den, i bam­bi­ni che gio­ca­no con l’aeroplano nell’Alaska del 1942 di Amos Burg, la foto dei pesca­to­ri del­lo Sri Lan­ka del mede­si­mo McCur­ry e il can­to accom­pa­gna­to da per­cus­sio­ni del vil­lag­gio di Luku­lu in Zam­bia di Chris Johns (pri­mo foto­gra­fo a diven­ta­re diret­to­re del magazine).
La mostra, ben orga­niz­za­ta e pia­ce­vo­le da visi­ta­re, si dimo­stra all’altezza del­le aspet­ta­ti­ve degli appas­sio­na­ti let­to­ri del­la rivi­sta che, tra imma­gi­ni sto­ri­che e foto­gra­fie più recen­ti, pos­so­no apprez­za­re l’evoluzione del perio­di­co. Tut­ta­via, anche colo­ro che del­la rivi­sta cono­sco­no sola­men­te le coper­ti­ne più famo­se pos­so­no gra­di­re la visi­ta gra­zie alla bel­lez­za intrin­se­ca degli scat­ti espo­sti e alla loro par­ti­co­la­re suggestione .

 

 

 

 

 

 

 

Afgha­ni­stan 1984, Ste­ve McCurry

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