Oscar 2016 — la politica dei festival del cinema

Walls and bar­riers never wor­ked in our life, espe­cial­ly now when, I’m afraid, most of them are men­tal bar­riers. So I hope to chan­ge this, becau­se it’s not accep­ta­ble that peo­ple die cros­sing the sea.

Que­ste le paro­le scel­te da Gian­fran­co Rosi per riti­ra­re l’Orso d’oro alla Ber­li­na­le, il set­ti­mo vin­to da un regi­sta ita­lia­no al festi­val del cine­ma tede­sco. Il rico­no­sci­men­to assu­me un dupli­ce valo­re: cine­ma­to­gra­fi­co, che pre­mia lo sguar­do sen­si­bi­le di Rosi, e poli­ti­co, che rico­no­sce la dram­ma­ti­ci­tà degli even­ti lega­ti alle migra­zio­ni attra­ver­so il Mar Mediterraneo.

È un passo importante, per l’Italia, ma ancor di più per l’Europa, che proprio dal suo cuore (Berlino) fa partire un grido d’aiuto nella speranza di smuovere gli sguardi, prima, e gli animi, poi, di coloro che nella sala buia sono costretti a confrontarsi con una verità scomoda ma necessaria. 

La pre­mia­zio­ne del film di Rosi si col­lo­ca in quel­la dimen­sio­ne che potrem­mo defi­ni­re la poli­ti­ca dei festi­val, tut­te quel­le scel­te cioè che ten­do­no a pre­mia­re una pel­li­co­la dai for­ti con­no­ta­ti poli­ti­ci (oltre che cine­ma­to­gra­fi­ci), con l’obiettivo di avvi­ci­na­re le coscien­ze degli spet­ta­to­ri a tema­ti­che ormai masti­ca­te e rima­sti­ca­te dai media d’assalto. In quest’ottica le real­tà di rife­ri­men­to sono pro­prio i festi­val del cine­ma euro­peo, dal­la croi­set­te di Can­nes al lido vene­zia­no, luo­ghi socia­li in cui le giu­rie han­no sem­pre cer­ca­to di dare rilie­vo ai dupli­ci valo­ri di cui sopra.

Così era sta­to l’anno scor­so, sem­pre a Ber­li­no, per Taxi Tehe­ran, con lo stes­so diret­to­re del­la Ber­li­na­le che a ini­zio ceri­mo­nia ricor­da­va che «il nostro è un festi­val poli­ti­co, nel sen­so che sia­mo con­sa­pe­vo­li di quel che suc­ce­de nel mon­do». E anco­ra la Pal­ma d’oro a La vita di Ade­le nel 2013 o il Leo­ne d’oro a Leba­non nel 2009, sfrut­tan­do dun­que quel­la bre­ve fine­stra tem­po­ra­le con­ces­sa dai media di tut­to il mon­do per ricor­da­re l’importanza che l’arte cine­ma­to­gra­fi­ca può assu­me­re: un’ar­te nata per rac­con­ta­re la vita, nel­le sue gio­ie, ma soprat­tut­to nel­le sue disgrazie.

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Spo­stan­do­ci oltreo­cea­no assi­stia­mo inve­ce ad un’inversione di carat­te­re nei con­fron­ti del pen­sie­ro poli­ti­co che spes­so con­trad­di­stin­gue i festi­val euro­pei. Se in Euro­pa le pre­mia­zio­ni han­no lo sco­po di riav­vi­ci­na­re il pub­bli­co a tema­ti­che altri­men­ti lon­ta­ne, in Ame­ri­ca si ha la ten­den­za a nascon­de­re i pro­pri difet­ti socio-cul­tu­ra­li, lascian­do spa­zio qua­si esclu­si­va­men­te alla per­fe­zio­ne pati­na­ta tar­ga­ta Hol­ly­wood. E quin­di un mix di red­car­pet, vesti­ti, gos­sip, sho­w­biz, divi­smo: un cock­tail ine­brian­te, ma dal sapo­re amaro.

Quest’anno però i mem­bri dell’Academy han­no dovu­to fron­teg­gia­re l’opinione pub­bli­ca, mes­si davan­ti all’evidenza degli #Oscar­So­Whi­te, ovve­ro la qua­si tota­le assen­za di afroa­me­ri­ca­ni tra i nomi­na­ti (sen­za con­ta­re le altre mino­ran­ze come lati­noa­me­ri­ca­ni o asia­ti­ci). I due esem­pi più cita­ti sono CreedStraight Out­ta Comp­ton, due pel­li­co­le for­te­men­te lega­te alla comu­ni­tà afroa­me­ri­ca­na, che però han­no rispet­ti­va­men­te come can­di­da­ti i sowhi­te Syl­ve­ster Stal­lo­ne come atto­re non pro­ta­go­ni­sta e Jona­than Her­mann per la sce­neg­gia­tu­ra; ren­den­do dun­que qua­si irri­le­van­te la loro pre­sen­za alla not­te del­le sta­tuet­te. Le pro­te­ste, sca­te­na­ta­si sia sul web che tra i pia­ni alti del­le case di pro­du­zio­ne, han­no fat­to sì che si pren­des­se in con­si­de­ra­zio­ne l’idea di modi­fi­ca­re le rego­le di vota­zio­ne per i mem­bri dell’Academy.

Rego­le a par­te, il pro­ble­ma di fon­do rima­ne la ceci­tà dell’establishment ver­so la pos­si­bi­li­tà di con­fe­ri­re un valo­re poli­ti­co, o per­lo­me­no socio­cul­tu­ra­le, ai film pre­mia­ti. Come scri­ve Richard Bro­dy sul New Yorker: 

It isn’t with well-mea­ning films that Hol­ly­wood can help; it’s with wide-ran­ging atten­tion to good, bold­ly ori­gi­nal, and chal­len­ging films—including ones that con­front the unque­stio­ned and enfee­bled assump­tions of arti­stic merit on which Hol­ly­wood itself cur­ren­tly runs.

Dun­que accet­ta­re la sfi­da nel rico­no­sce­re un cine­ma corag­gio­so, che pos­sa abbat­te­re quel­le bar­rie­re men­ta­li cita­te da Gian­fran­co Rosi e (ri)partire dall’arte e dal­la sua indu­stria – e quin­di dal­la sua poli­ti­ca – per supe­ra­re gli osta­co­li socia­li che impri­gio­na­no l’America.

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Jacopo Musicco
“Cono­sco la vita, sono sta­to al cinema.”

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