Sul palco con Beppe Sala: provincialismo e libertà

Per mol­ti noi brian­zo­li, Mila­no è una libe­ra­zio­ne. Quan­do ci iscri­via­mo all’università rea­liz­zia­mo che il sen­so di sof­fo­ca­men­to pro­va­to per tut­ta l’adolescenza deri­va diret­ta­men­te dal­la mono­to­nia dei nostri pae­si, prov­vi­sti solo di tre bar e due ora­to­ri. Allo­ra comin­cia­mo a sali­re ogni mat­ti­na su un tre­no sti­pa­to fino a scop­pia­re per Affo­ri, per Cador­na, per la Cen­tra­le, e non ci sem­bra vero. Dev’essere sta­to così anche per Giu­sep­pe Sala, quan­do ini­ziò a fre­quen­ta­re la Boc­co­ni e ven­det­te l’azienda di fami­glia, appe­na ere­di­ta­ta, per sta­bi­lir­si a Mila­no. Sala ha 58 anni: suo padre era pro­prie­ta­rio di uno dei tan­ti mobi­li­fi­ci che si pos­so­no tro­va­re a Vare­do, il pri­mo pae­se del­la pro­vin­cia di Mon­za per chi si allon­ta­na da Mila­no sul­la via Comasina.

Quando gli ho stretto la mano mi sono trovato di fronte esattamente ciò che mi aspettavo, e non ho motivo di pensare che nei prossimi cinque anni mi farà cambiare idea.

Ho cono­sciu­to mol­tis­si­me per­so­ne come lui, così fre­quen­ti da incon­tra­re nel­la bas­sa Brian­za da sem­bra­re repli­ca­te con uno stam­pi­no. In quel pre­ci­so momen­to ho avu­to la net­ta sen­sa­zio­ne di strin­ge­re la mano a un ami­co di mio padre.

Ero sta­to chia­ma­to ad inter­vi­star­lo in un cir­co­lo Arci del­la Zona 8. One­sta­men­te, non pen­sa­vo che quel­la sera si sareb­be pre­sen­ta­to all’appuntamento. Io e il diret­to­re di que­sto gior­na­le era­va­mo sta­ti invi­ta­ti una set­ti­ma­na pri­ma nel­lo stes­so cir­co­lo per inter­vi­sta­re Fran­ce­sca Bal­za­ni, che all’ultimo minu­to ave­va disdet­to l’in­con­tro con una tele­fo­na­ta. Anche se for­se ero così scet­ti­co per­ché in un posto simi­le, un sog­get­to come lui, non riu­sci­vo nem­me­no a imma­gi­nar­me­lo. Inve­ce, anche se con un’ora di ritar­do, è arri­va­to su una pic­co­la Renault nera.

Il pub­bli­co sem­bra­va incre­du­lo quan­to me: poche vol­te ho visto una per­so­na più fuo­ri posto di lui quan­do è entra­to dal­la por­ta del cir­co­lo, pre­su­mi­bil­men­te sen­za tes­se­ra. Si è sedu­to in fret­ta sul pic­co­lo pal­co, alla mia destra, e gli ho rivol­to alla svel­ta la pri­ma doman­da — il tem­po a dispo­si­zio­ne era mol­to poco e il pub­bli­co già scal­pi­ta­va per por­gli le sue. Che sen­so ha ven­de­re quo­te di SEA, la socie­tà che gesti­sce gli aero­por­ti mila­ne­si, per raci­mo­la­re i sol­di con cui ristrut­tu­ra­re le case popo­la­ri? Non pos­so­no esse­re otte­nu­ti da qual­che altra par­te? Sul pal­co Sala si era ambien­ta­to un po’. Sem­bra­va meno a disa­gio che negli istan­ti sur­rea­li del suo ingres­so. Ha ini­zia­to a par­la­re grin­to­sa­men­te, come se reci­tas­se con un mono­lo­go a memo­ria, rivol­gen­do­si mol­to più agli spet­ta­to­ri che a me: secon­do lui il Comu­ne pote­va ben fare a meno di pos­se­de­re SEA, dove­va ven­de­re per raci­mo­la­re sol­di da desti­na­re a sco­pi uti­li – i sol­di non ven­go­no giù dal­la pian­ta. Poi si è fat­to pren­de­re la mano: a cosa ser­ve il palaz­zo di Via Lar­ga? Coi sol­di rica­va­ti si pos­so­no ripa­ra­re le case, per la gen­te è meglio. Per­ché non ven­de­re anche quello?

Men­tre par­la­va rivol­to ver­so il pub­bli­co, ogni tan­to si gira­va ver­so di me, sor­ri­den­do con una fac­cia sciu­pa­ta dal­la lun­ga gior­na­ta di cam­pa­gna elet­to­ra­le, e mi dava una pac­ca pater­na sul­la spal­la. Pro­ba­bil­men­te pen­sa­va che fos­si un gio­va­ne iscrit­to al cir­co­lo e dun­que di dover­si con­qui­sta­re anche il mio voto. Que­sta con­fi­den­za mi met­te­va un po’ a disa­gio, eppu­re sen­ti­vo che ave­va­mo dei pun­ti in comu­ne. Una vici­nan­za di cui mi ero reso con­to subi­to, anco­ra pri­ma di scam­bia­re con lui le pri­me bat­tu­te: dal momen­to stes­so in cui gli ave­vo stret­to la mano. In effet­ti, io e Sala era­va­mo qual­co­sa in comu­ne che ci distin­gue­va dal­le altre per­so­ne in quel cir­co­lo, dove tut­ti veni­va­no dal­la peri­fe­ria di Mila­no o appe­na oltre il con­fi­ne comu­na­le, da Baran­za­te: era­va­mo gli uni­ci pre­sen­ti a veni­re dal­la pro­vin­cia. Vare­do, il pae­se di Sala, non ha diret­ta­men­te a che fare con la cit­tà, così come il mio. Spes­so noi del­la nostra zona lavo­ria­mo a Mila­no rag­giun­gen­do­la ogni gior­no in tre­no, ma i nostri pae­si non sono sin­cro­niz­za­ti con lei, e nem­me­no i loro abi­tan­ti. Sala ha vis­su­to per decen­ni a Mila­no, ha accu­mu­la­to pote­re e rispet­to, ma quel­la sera mi sem­bra­va di sta­re sul pal­co con con un mio com­pae­sa­no fat­to e fini­to, non con una per­so­na pros­si­ma a diven­ta­re sin­da­co di una gran­de città.

sala

Non saprei nem­me­no spie­ga­re il per­ché di que­sta vici­nan­za nei suoi par­ti­co­la­ri. Un cer­to modo di por­si, l’ac­cen­to. Avrei visto meglio Sala sedu­to a una cena del cir­co­lo del ten­nis di Vare­do, più che a una riu­nio­ne del PD mila­ne­se. Una di quel­le cene al risto­ran­te buo­no in cui tut­ti si cono­sco­no da quan­do fre­quen­ta­va­no l’oratorio ma si chia­ma­no bona­ria­men­te per cogno­me — Cari­ma­ti, Vaghi, Maria­ni — e por­ta­no con loro i figli che han­no appe­na ini­zia­to a pren­de­re in mano una rac­chet­ta. Per­so­ne bene­stan­ti ma nem­me­no trop­po, con una pic­co­la impre­sa e ven­ti dipen­den­ti sul­le spal­le che man­da­no avan­ti da trent’anni allo stes­so modo, blan­da­men­te ber­lu­sco­nia­ni fino al 2011 e inde­ci­si se iscri­ve­re la pro­le alle scuo­le pub­bli­che o dal­le suo­re. Sono sta­to un bam­bi­no ten­ni­sta anche io, sedu­to a cena più vol­te con mol­ti di loro. E ho osser­va­to che sono bra­ve per­so­ne, estre­ma­men­te sicu­re di sé e dei pro­pri mez­zi, con una cer­tez­za: la fede nel­la loro ver­sio­ne di libe­ri­smo eco­no­mi­co, che garan­ti­sce il loro benes­se­re e la loro sicurezza.

La mia fac­cia men­tre Sala pro­va­va a rab­bo­ni­re il pub­bli­co era cor­te­se ma scet­ti­ca. No: secon­do me non è una buo­na idea ven­de­re quo­te di SEA, dato che è uno degli asset pub­bli­ci più impor­tan­ti in mano al comu­ne e che oltre­tut­to è in atti­vo, fa entra­re sol­di nel­le cas­se muni­ci­pa­li. Sala non era d’ac­cor­do: per­ché la mag­gior par­te del­le altre cit­tà non ha una par­te­ci­pa­zio­ne così impor­tan­te nel­la gestio­ne degli aero­por­ti? Abbia­mo ini­zia­to a discu­te­re, fino a un momen­to che non dimen­ti­che­rò mai.

Giu­sep­pe Sala fa una pau­sa, come se si fos­se reso con­to all’improvviso di qual­co­sa. Poi mi appog­gia — anco­ra — una mano sul­la spal­la, mi guar­da sin­ce­ra­men­te incu­rio­si­to negli occhi e mi domanda:

“Tu sei liberista, o no?”

“No.”

Mi da un’ul­ti­ma pac­ca sul­la spal­la, poi toglie la mano, con un po’ di dispia­ce­re nel­la sua espressione.

Io cre­do che in quel momen­to fos­se sin­ce­ra­men­te dispia­ciu­to. Pen­sa­va che fos­si un pove­ro inge­nuo, l’en­ne­si­mo ragaz­zi­no che ha fre­quen­ta­to trop­pi ami­ci trop­po di sini­stra sen­za sape­re come va dav­ve­ro il mon­do, con­vin­to che per fare il sin­da­co non ser­va tan­to una pre­pa­ra­zio­ne azien­da­le quan­to una poli­ti­ca. Il pub­bli­co ave­va riso, ma la ten­sio­ne tra la mag­gior par­te dei pre­sen­ti e Sala era pal­pa­bi­le. In quel­la sede non si gio­ca­va il dibat­ti­to tra due cor­ren­ti di un par­ti­to, ma tra una visio­ne tec­ni­ca e pro­vin­cia­le dell’amministrazione — sul pie­no del­la cre­sta dell’onda — con­tro una visio­ne del­la socie­tà e del­la poli­ti­ca gene­ro­sa ma sfi­lac­cia­ta e stan­ca. Cre­do che Sala sia in buo­na fede: è con­vin­to, come mol­ti del­la sua clas­se socia­le, di ave­re le rispo­ste giu­ste alle doman­de che la situa­zio­ne eco­no­mi­ca e poli­ti­ca pone a un sin­da­co, e le com­pe­ten­ze per met­ter­le in pra­ti­ca. Cre­de che il libe­ri­smo eco­no­mi­co sia dav­ve­ro un modo per ren­de­re più effi­cien­te la socie­tà — mi spin­go a dire, è sin­ce­ro per­fi­no quan­do dice di esse­re di sini­stra: i bene­fi­ci echi del­la poli­ti­ca libe­ri­sta, secon­do lui, gio­ve­reb­be­ro anche alle clas­si socia­li più svan­tag­gia­te. E tan­to gli basta.

Ma que­sto libe­ri­smo pro­vin­cia­le potrà fun­zio­na­re e risul­ta­re vin­cen­te nel­la gestio­ne di pic­co­li comu­ni e anche di gran­di azien­de, visti i risul­ta­ti pro­fes­sio­na­li di Sala, ma rischia di esse­re peri­co­lo­so e fal­li­men­ta­re se appli­ca­to a una cit­tà come Mila­no, i cui con­ti da far tor­na­re non sono solo quel­li in fon­do al libro mastro. Il caso del­la SEA è un buon esem­pio di come un’am­mi­ni­stra­zio­ne Sala pec­che­reb­be di super­fi­cia­li­tà. Pro­por­re di ven­de­re asset tra i più impor­tan­ti e soli­di del comu­ne per un bene­fi­cio imme­dia­to – per quan­to lo sco­po, alme­no quel­lo dichia­ra­to, sia nobi­le – dimo­stra scar­sa lun­gi­mi­ran­za e una linea poli­ti­ca piut­to­sto raf­faz­zo­na­ta, un libe­ri­smo da fab­bri­chet­ta. Quan­do tra cin­que anni ci saran­no da restau­ra­re altri tre­mi­la allog­gi, cosa pro­por­rà Sala nel­la pros­si­ma cam­pa­gna elet­to­ra­le? Di ven­de­re il Castel­lo Sfor­ze­sco? Ci sono sce­na­ri in cit­tà che Sala non cono­sce e che dun­que affron­ta in modo som­ma­rio, come le peri­fe­rie. Quan­do pen­sa alla paro­la peri­fe­ria, la men­te di Sala vola alla paro­la sicu­rez­za. Gli ho chie­sto per­ché aves­se mes­so la paro­la “sicu­rez­za addi­rit­tu­ra al pri­mo posto sui mani­fe­sti­ni che mi era­no capi­ta­ti sot­to­ma­no e lui mi ha rispo­sto, que­sta vol­ta con la mas­si­ma cal­ma, che per lui è una mate­ria fon­da­men­ta­le: sicu­rez­za sono “tele­ca­me­re, uomi­ni in stra­da, mez­zi”. Que­sta è una visio­ne di destra ma anche pro­vin­cia­le, di una per­so­na che non ha idea di cosa sia la vita per la mag­gior par­te dei cit­ta­di­ni resi­den­ti fuo­ri dal­la Zona 1. L’am­mi­ni­stra­zio­ne Sala sareb­be quel­la che pro­po­ne di apri­re i navi­gli per rilan­cia­re Mila­no come cit­tà d’a­van­guar­dia, men­tre poi bloc­ca la costru­zio­ne di nuo­ve metro: la scor­sa giun­ta ave­va appro­va­to un pia­no gui­da per rea­liz­za­re una sesta linea da met­te­re in can­tie­re nei pros­si­mi die­ci anni. Sala, duran­te il nostro incon­tro, ha det­to che non è inte­res­sa­to a que­sto impe­gno. È que­sto che inten­do per libe­ri­smo pro­vin­cia­le: un misto di mio­pia poli­ti­ca e egoi­smo eco­no­mi­co coa­gu­la­ti in una reto­ri­ca del­l’ef­fi­cien­za irri­tan­te e con­trad­dit­to­ria – la stes­sa che por­ta­va a elo­gia­re le code assur­de ai padi­glio­ni dell’Expo.

o-GIUSEPPE-SALA-facebook

L’in­con­tro è dura­to più del pre­vi­sto. Nono­stan­te il suo assi­sten­te si sbrac­cias­se da un lato del pal­co per far spo­sta­re il can­di­da­to all’ap­pun­ta­men­to elet­to­ra­le suc­ces­si­vo, Sala sem­bra­va goder­si un mon­do il bat­ti­bec­co con me e il pub­bli­co del Cir­co­lo Arci — alme­no fin­ché un vec­chio mili­tan­te dal­la bar­ba appun­ti­ta gli ha tira­to una frec­cia­ta sul suo pas­sa­to di tec­ni­co sot­to la giun­ta Morat­ti, che l’ha fat­to arrab­bia­re cosi tan­to da far­lo met­te­re a gri­da­re con­tro que­ste pro­vo­ca­zio­ni: basta! Alla fine, come era arri­va­to, mi ha stret­to la mano e se n’è anda­to, attra­ver­san­do la sala avvol­to nel­la stes­sa impro­ba­bi­li­tà con cui era entrato.

A me l’i­dea dei navi­gli aper­ti non dispia­ce. Non sono libe­ri­sta, ma temo che rimar­rò pro­vin­cia­le anco­ra per un po’.

Con­di­vi­di:
Stefano Colombo
Stu­den­te, non gior­na­li­sta, mila­ne­se arioso.

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