È lunga la strada dall’Eritrea all’Europa

Per poter com­pren­de­re a fon­do la con­si­sten­te migra­zio­ne eri­trea ver­so l’Europa è neces­sa­rio rico­strui­re la Sto­ria recen­te del Pae­se, inte­res­sa­to da un vero e pro­prio abban­do­no di massa.
Quan­do nel 1993 l’Eritrea otten­ne l’Indipendenza dall’Etiopia, per mano del Fron­te di Libe­ra­zio­ne del Popo­lo Eri­treo (EPLF), che da anni lot­ta­va per la liber­tà, il suo lea­der Isa­ias Afewer­ki ven­ne elet­to pre­si­den­te prov­vi­so­rio dall’Assemblea Nazio­na­le. Mol­to pre­sto, però, la sua auto­ri­tà sfo­ciò in una for­ma di pote­re asso­lu­to che in poco tem­po tra­sfor­mò la for­ma di gover­no eri­trea in una dit­ta­tu­ra militare.
Quat­tro anni dopo l’affermazione di Afewer­ki, lo Sta­to si dotò for­mal­men­te di una costi­tu­zio­ne che avreb­be dovu­to tute­la­re i dirit­ti uma­ni. La costi­tu­zio­ne non fu mai appli­ca­ta dal gover­no, che anzi per­se­guì chi si bat­te­va per la sua attua­zio­ne: così avven­ne nel 2001, quan­do scom­pa­ri­ro­no (pro­ba­bil­men­te impri­gio­na­ti) quat­tro mini­stri rei di aver­ne pre­te­so la mes­sa in pratica.
Gli anni suc­ces­si­vi vide­ro la dege­ne­ra­zio­ne del­la real­tà eri­trea in un siste­ma mono­par­ti­ti­co, intol­le­ran­te e repres­si­vo nei con­fron­ti del­la stam­pa e di qua­lun­que mani­fe­sta­zio­ne di dis­sen­so politico.
Ma anco­ra più del­la pover­tà e del­la man­can­za di liber­tà, ciò che spin­ge miglia­ia di per­so­ne ad abban­do­na­re il Pae­se in modo ille­ga­le è un per­cor­so di leva mili­ta­re obbli­ga­to­ria sen­za distin­zio­ni di ses­so dai 18 ai 40 anni, che il gover­no giu­sti­fi­ca con lo sta­to di insta­bi­li­tà poli­ti­ca costan­te in cui ver­sa il Paese.
Se un gio­va­ne eri­treo non desi­de­ra pas­sa­re buo­na par­te del­la pro­pria vita pre­stan­do ser­vi­zio mili­ta­re, ha due pos­si­bi­li­tà: rima­ne­re nel pro­prio Pae­se come diser­to­re e quin­di esse­re desti­na­to a impri­gio­na­men­ti e tor­tu­re di ogni tipo, oppu­re ten­ta­re di oltre­pas­sa­re il con­fi­ne sfug­gen­do alle trup­pe di con­trol­lo, in cer­ca di miglio­ri orizzonti.

Una vol­ta oltre­pas­sa­ta la fron­tie­ra, c’è l’Etiopia, che non si distin­gue cer­to per la gene­ro­si­tà del­le sue poli­ti­che di acco­glien­za. Arri­va­ti in Sudan, mol­ti si affi­da­no a traf­fi­can­ti di uomi­ni per supe­ra­re il deser­to, nel­la spe­ran­za di avvi­ci­nar­si al Medi­ter­ra­neo. Tra i tan­ti “veri” traf­fi­can­ti, enor­me è il peri­co­lo di fran­ge cri­mi­na­liz­za­te del grup­po etni­co Rashai­da, che in col­la­bo­ra­zio­ne con ele­men­ti cri­mi­na­li bedui­ni rapi­sco­no i rifu­gia­ti pre­ten­den­do riscat­ti milio­na­ri dal­le fami­glie. Chi non può paga­re, è ucciso.

Alcu­ni arri­va­no in Israe­le, dove le pes­si­me poli­ti­che per i rifu­gia­ti favo­ri­sco­no lo svi­lup­po di cam­pi di deten­zio­ne in cui ven­go­no nega­ti i dirit­ti fon­da­men­ta­li e qual­sia­si pos­si­bi­li­tà di con­dur­re una vita dignitosa.

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Per chi inve­ce rie­sce a supe­ra­re inden­ne il viag­gio in mez­zo al deser­to, la tap­pa seguen­te è la Libia, che attual­men­te si tro­va nel bara­tro di una con­fu­sa guer­ra civi­le. Il caos crea­to­si dopo la depo­si­zio­ne di Ghed­da­fi ha con­tri­bui­to all’incremento di grup­pi cri­mi­na­li che fan­no pro­spe­ra­re i loro affa­ri nel traf­fi­co ille­ga­le di migran­ti. Colo­ro che attra­ver­sa­no la Libia spes­so ven­go­no trat­te­nu­ti in cen­tri di reclu­sio­ne, pri­va­ti di qual­sia­si liber­tà, sfrut­ta­ti e sot­to­po­sti a vio­len­ze e abusi.
Que­sta è l’impresa che si tro­va a dover com­pie­re chi abban­do­na l’Eritrea o più in gene­ra­le chi emi­gra dal cen­tro Afri­ca. Tut­to que­sto pri­ma di imbar­car­si e spes­so ter­mi­na­re tra­gi­ca­men­te il loro viag­gio cer­can­do di rag­giun­ge­re le nostre coste.
L’Eritrea nac­que come colo­nia ita­lia­na nel 1890 e spes­so ana­liz­zan­do que­sti feno­me­ni ci si dimen­ti­ca di come le poli­ti­che impe­ria­li­ste occi­den­ta­li abbia­no influen­za­to la sto­ria e la vita di mol­tis­si­mi popo­li afri­ca­ni, com­pro­met­ten­do­ne radi­cal­men­te la situa­zio­ne attuale.

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Thomas Brambilla
Sono stu­den­te in scien­ze poli­ti­che e filo­so­fi­che alla Sta­ta­le di Mila­no. Mi pia­ce riflet­te­re e poi scri­ve­re, e for­tu­na­ta­men­te anche riflet­te­re dopo aver scrit­to. Di poli­ti­ca prin­ci­pal­men­te, ma sen­za por­si nes­sun limite.

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