Non solo trivelle: Il contesto geo-politico, sociale e ambientale in cui si colloca il “referendum sulle trivelle”

Sono ormai in mol­ti ad atten­de­re con tre­pi­da­zio­ne la sen­ten­za che il 9 mar­zo giun­ge­rà dal­la Cor­te di Cas­sa­zio­ne e deci­de­rà l’e­ven­tua­le annes­sio­ne di uno o due ulte­rio­ri que­si­ti al cosid­det­to “refe­ren­dum sul­le tri­vel­le”, ini­zial­men­te pre­vi­sto per dome­ni­ca 17  apri­le 2016.

Vul­ca­no Sta­ta­le ha deci­so di segui­re la vicen­da pub­bli­can­do, tra lune­dì e mer­co­le­dì, tre arti­co­li per illu­stra­re i diver­si aspet­ti del referendum:

  1. Il con­te­sto geo-poli­ti­co, socia­le e ambien­ta­le in cui si col­lo­ca il referendum
  2. L’i­ter buro­cra­ti­co del referendum
  3. Un vade­me­cum per com­pren­de­re i quesiti.

Per ora il refe­ren­dum è costi­tui­to di un solo que­si­to, che è il seguente:

“Vole­te voi che sia abro­ga­to l’art. 6, com­ma 17, ter­zo perio­do, del decre­to legi­sla­ti­vo 3 apri­le 2006, n. 152, “Nor­me in mate­ria ambien­ta­le”, come sosti­tui­to dal com­ma 239 dell’art. 1 del­la leg­ge 28 dicem­bre 2015, n. 208 “Dispo­si­zio­ni per la for­ma­zio­ne del bilan­cio annua­le e plu­rien­na­le del­lo Sta­to (leg­ge di sta­bi­li­tà 2016)”, limi­ta­ta­men­te alle seguen­ti paro­le: “per la dura­ta di vita uti­le del gia­ci­men­to, nel rispet­to degli stan­dard di sicu­rez­za e di sal­va­guar­dia ambientale”?

Le con­se­guen­ze lega­li saranno:

  • Nel caso in cui vin­ces­se il Sì:

Allo sca­de­re dei con­trat­ti cor­ren­te­men­te in vigo­re, ver­ran­no sospe­se tut­te le con­ces­sio­ni (royal­ties) per le estra­zio­ni di petro­lio e meta­no dal­le piat­ta­for­me situa­te entro le 12 miglia nau­ti­che (cir­ca 22 chi­lo­me­tri) dal­la costa italiana.

  • Nel caso in cui vin­ces­se il No o non si rag­giun­ges­se il quo­rum:

Le sud­det­te con­ces­sio­ni rimar­ran­no vali­de fino a quan­do i gia­ci­men­ti inte­res­sa­ti non saran­no esauriti.

Inol­tre, il testo fa rife­ri­men­to solo alle tri­vel­la­zio­ni in mare (off­sho­re) e non a quel­le sul­la ter­ra­fer­ma (onsho­re).

Il contesto geo-politico, sociale e ambientale in cui si colloca il “referendum sulle trivelle”

Nel Gol­fo di Taran­to, lun­go la costa meri­dio­na­le del­la Sici­lia, al lar­go del Vene­to, dell’Emilia-Romagna e del­le iso­le Tre­mi­ti sono in gio­co i pro­fit­ti del­le com­pa­gnie petro­li­fe­re ita­lia­ne ed euro­pee, tra le qua­li spic­ca il nome di Shell, una del­le quat­tro super­po­ten­ze mon­dia­li del fos­si­le assie­me a Exxon­Mo­bil, Total e BP.

immagine1Fon­ti: Il Sole 24 Ore, gen­na­io 2016.

 

Dun­que, l’esito del­la vota­zio­ne potreb­be ave­re del­le riper­cus­sio­ni non tra­scu­ra­bi­li sul mer­ca­to dei com­bu­sti­bi­li fos­si­li che sta già attra­ver­san­do un perio­do di cam­bia­men­to e, se voglia­mo, di cri­si, sen­za pre­ce­den­ti storici.

A logo­ra­re il set­to­re degli idro­car­bu­ri sono infat­ti com­par­si diver­si fat­to­ri socia­li, poli­ti­ci e cul­tu­ra­li, capeg­gia­ti in pri­mis dal com­ples­so pro­ble­ma del cam­bia­men­to cli­ma­ti­co.

La cono­scen­za scien­ti­fi­ca al riguar­do è sem­pre più abbon­dan­te e accu­ra­ta. Gra­zie ai nuo­vi mez­zi di infor­ma­zio­ne si dif­fon­de velo­ce­men­te, rag­giun­ge anche i luo­ghi più remo­ti del glo­bo e non lascia spa­zio ai dub­bi.

Il 97% dei cli­ma­to­lo­gi con­fer­ma l’esistenza del cli­ma­te chan­ge e del­la sua ori­gi­ne antro­po­ge­ni­ca, tesi con­di­vi­sa, per la pri­ma vol­ta nel­la sto­ria, anche dal­la mag­gio­ran­za del­la popo­la­zio­ne del pia­ne­ta (cir­ca il 60%), soprat­tut­to per­ché buo­na par­te ne sta già spe­ri­men­tan­do gli effet­ti sul­la pro­pria pelle.

Inver­ni miti, esta­ti più cal­de, pre­ci­pi­ta­zio­ni di enti­tà ano­ma­la e sic­ci­tà pro­lun­ga­te si tra­du­co­no in rac­col­ti più scar­si, caren­ze idri­che, inon­da­zio­ni, dan­ni agli edi­fi­ci e alle per­so­ne, che a lun­go anda­re si sono accor­te del fenomeno.

Sostie­ne l’IPCC (Inter­go­vern­ment Panel on Cli­ma­te Chan­ge) che per evi­ta­re con­se­guen­ze dram­ma­ti­che all’intero eco­si­ste­ma ter­re­stre e alla nostra civil­tà sia neces­sa­rio limi­ta­re il rial­zo del­la tem­pe­ra­tu­ra media glo­ba­le al di sot­to del­la soglia cri­ti­ca di 2 °C  (se non addi­rit­tu­ra 1.5 °C) entro il 2100.

Un simi­le tra­guar­do è rag­giun­gi­bi­le solo ridu­cen­do pro­gres­si­va­men­te il rila­scio di gas cli­mal­te­ran­ti in atmo­sfe­ra, fino ad arri­va­re, entro il 2100, alla quo­ta zero emis­sio­ni in tut­to il mon­do (l’Europa deve già dimi­nui­re le pro­prie emis­sio­ni del 50% entro il 2050).

Inol­tre, secon­do i dati rac­col­ti nel­la piat­ta­for­ma mul­ti­me­dia­le di Car­bon­Trac­ker, i gia­ci­men­ti di petro­lio, car­bo­ne e meta­no attual­men­te acces­si­bi­li sono ben mag­gio­ri del fos­sil bud­get, cioè del­la quan­ti­tà di com­bu­sti­bi­le che se bru­cia­to innal­ze­reb­be la tem­pe­ra­tu­ra esat­ta­men­te di 2 °C.

Per non supe­ra­re que­sto limi­te, oltre il 70% cir­ca del­le riser­ve deve rima­ne­re sot­to­ter­ra o comun­que non deve esse­re uti­liz­za­to (pro­ble­ma del car­bon bub­ble).

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Info­gra­fi­ca trat­ta da “Unbur­na­ble Car­bon”, carbontracker.org, 2014.  In gial­lo è rap­pre­sen­ta­to l’am­mon­ta­re del­le risor­se fos­si­li sul­la Ter­ra (quan­ti­tà sco­no­sciu­ta); in ros­so le attua­li riser­ve, cioè quel­le cui si può attin­ge­re facil­men­te; in blu la quan­ti­tà che se bru­cia­ta por­te­reb­be a +3°C nel 2100; in ver­de quel­la che ci por­te­reb­be a +2°C.

 

Tale sen­ten­za è un duro col­po per l’industria petro­li­fe­ra, che al momen­to ha tra le mani una gran­de quan­ti­tà di idro­car­bu­ri “facil­men­te estrai­bi­li”: un teso­ro che rischia di per­de­re il suo valo­re a cau­sa del gra­dua­le calo del­la doman­da, desti­na­ta a spo­star­si sem­pre di più sul­le ener­gie rin­no­va­bi­li e sul­le tec­no­lo­gie non inqui­nan­ti, come sta avve­nen­do ad esem­pio per le auto elettriche.

A ciò si aggiun­ge il fat­to che una par­te del­la finan­za ha già fiu­ta­to il busi­ness del­lo svi­lup­po eco­so­ste­ni­bi­le e sta immet­ten­do sul mer­ca­to dei pac­chet­ti di inve­sti­men­to fos­sil-free sem­pre più com­pe­ti­ti­vi, al fine di strap­pa­re alla mor­sa dei petro­lie­ri gli impren­di­to­ri più coscienziosi.

Per que­sto moti­vo, la divul­ga­zio­ne del cam­bia­men­to cli­ma­ti­co è sem­pre sta­ta osteg­gia­ta dal­le lob­by del fos­si­le che gene­ral­men­te finan­zia­no scien­zia­ti nega­zio­ni­sti (i cosid­det­ti cli­ma­te deniers o cli­ma­te skep­tics) e strut­tu­re media­ti­che devia­te al fine di met­te­re in dub­bio la cre­di­bi­li­tà del feno­me­no, sal­va­guar­dan­do così le com­pra­ven­di­te di oro nero.

Nel­l’au­tun­no del 2015 un’in­chie­sta di Insi­de­cli­ma­te news e del Los Ange­les Times ha dimo­stra­to che una mac­chi­na­zio­ne del gene­re è già sta­ta ordi­ta da Exxon­Mo­bil, la qua­le ha insab­bia­to le pro­ve del sur­ri­scal­da­men­to glo­ba­le per oltre quarant’anni, men­tre a fine feb­bra­io 2016 il Par­la­men­to sta­tu­ni­ten­se ha dispo­sto un’indagine su Shell, pre­sun­ta col­pe­vo­le del mede­si­mo reato.

Solo la recen­te sen­si­bi­liz­za­zio­ne dell’opinione pub­bli­ca ha spin­to i colos­si degli idro­car­bu­ri a muta­re la pro­pria stra­te­gia, pas­san­do dal nega­zio­ni­smo più acca­ni­to (“il cli­ma­te chan­ge non esi­ste”, “non è cau­sa­to dall’uomo”) a del­le for­me più sot­ti­li e vela­te (“la green eco­no­my dan­neg­gia i mer­ca­ti”, “non crea abba­stan­za posti di lavo­ro”, “sen­za il petro­lio non si rie­sce a sod­di­sfa­re l’in­te­ro fab­bi­so­gno di ener­gia”, ecc.).

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The­so­lu­tion­pro­ject è un ente che pro­po­ne un diver­so mix di ener­gie rin­no­va­bi­li per cia­scu­no sta­to al fine di con­dur­lo all’au­to­no­mia ener­ge­ti­ca. La solu­zio­ne vie­ne pro­get­ta­ta ad hoc per ogni nazio­ne tenen­do con­to del­le sue pos­si­bi­li­tà eco­no­mi­che e del­le carat­te­ri­sti­che del ter­ri­to­rio. Tra le sti­me com­pa­re anche l’a­rea neces­sa­ria ai nuo­vi impian­ti, il nume­ro dei posti di lavo­ro crea­ti e la ridu­zio­ne del­la mor­ta­li­tà deri­van­te dal­l’in­qui­na­men­to del­le fon­ti fos­si­li. In figu­ra: un estrat­to del­le pro­ie­zio­ni per l’I­ta­lia.

Per quan­to gli ana­li­sti abbia­no sfa­ta­to i miti mes­si in cir­co­la­zio­ne dagli scet­ti­ci e mostra­to i bene­fi­ci di un’e­co­no­mia indi­riz­za­ta alla miti­ga­zio­ne del cli­ma­te chan­ge, diver­si Pae­si non han­no la for­za poli­ti­ca e finan­zia­ria per svin­co­lar­si sen­za rischi dall’egemonia dei com­bu­sti­bi­li fossili.

La pau­ra gene­ra­le è che un cam­bia­men­to nel siste­ma ener­ge­ti­co-indu­stria­le pos­sa pro­dur­re degli impre­vi­sti sul mer­ca­to, gua­sta­re i rap­por­ti tra gli inve­sti­to­ri e ori­gi­na­re pesan­ti riper­cus­sio­ni eco­no­mi­che. Per que­sto mol­ti gover­ni con­ti­nua­no ad ali­men­ta­re taci­ta­men­te i flus­si idro­car­bu­ri­ci, incen­ti­van­do­ne la com­pra­ven­di­ta tra­mi­te sus­si­di monetari.

Fra que­sti sta­ti c’è anche l’I­ta­lia e il refe­ren­dum del 17 apri­le casca tra capo e col­lo di un gover­no che, da un lato si pre­sen­ta in abi­to ver­de alla COP21 di Pari­gi, e dall’altro apre i suoi mari ai signo­ri del car­bo­nio, con i qua­li spe­ra di strin­ge­re van­tag­gio­si accor­di commerciali.

Ma con scar­so suc­ces­so, per­ché le royal­ties che le azien­de petro­li­fe­re paga­no all’Italia sono tra le più bas­se al mon­do: cir­ca il 7% dei pro­fit­ti, secon­do Green­pea­ce, che denun­cia l’unilaterale arric­chi­men­to dei petro­lie­ri e sot­to­li­nea l’elevato impat­to che le atti­vi­tà di ulte­rio­ri piat­ta­for­me avreb­be­ro sul­lo stock itti­co Medi­ter­ra­neo, già ridot­to in con­di­zio­ni cri­ti­che dal­lo sre­go­la­to regi­me di pesca (over­fi­shing).

Del resto, l’at­tua­le situa­zio­ne geo­po­li­ti­ca non favo­ri­sce la tran­si­zio­ne verde.

A ini­zio 2016, il ten­ta­ti­vo del­l’A­ra­bia Sau­di­ta di inde­bo­li­re l’I­ran ha fat­to crol­la­re il prez­zo del greg­gio a una tren­ti­na di dol­la­ri al bari­le, e lo ha reso di nuo­vo appe­ti­bi­le agli occhi dei con­su­ma­to­ri, dan­neg­gian­do gli inve­sti­men­ti fos­sil-free e le eco­no­mie di inte­ri Paesi.

Lo stes­so oro nero gio­ca anche un ruo­lo chia­ve nel pre­oc­cu­pan­te con­flit­to medio­rien­ta­le, cau­sa del­l’o­dier­na cri­si tra il bloc­co occi­den­ta­le e la Russia. 

Il petro­lio è infat­ti la prin­ci­pa­le fon­te di gua­da­gno di Daesh (cir­ca il 50% degli incas­si), che lo con­trab­ban­da tra­mi­te una vasta rete di arte­rie, le qua­li attra­ver­sa­no clan­de­sti­na­men­te i ter­ri­to­ri scon­vol­ti dal­la guer­ra per poi sfo­cia­re all’in­ter­no di oleo­dot­ti insospettabili. 

A tale pro­po­si­to si pen­si al caso scop­pia­to nel novem­bre del 2015, quan­do Vla­di­mir Putin ha pub­bli­ca­men­te accu­sa­to il pre­si­den­te tur­co Recep Tayy­ip Erdoğan di aver acqui­sta­to ingen­ti quan­ti­tà di car­bu­ran­te pro­prio dal­l’I­SIS, un’af­fer­ma­zio­ne che ha subi­to aumen­ta­to la ten­sio­ne tra la Rus­sia e i mem­bri del­la NATO.

Un altro esem­pio giun­ge da un arti­co­lo del Finan­cial Times, secon­do cui, ulti­ma­men­te, nel mar Medi­ter­ra­neo alcu­ni mer­can­ti­li spa­ri­sco­no dai radar per bre­vi las­si di tem­po, per poi ricom­pa­ri­re di nuo­vo sul­la pro­pria rotta.

Un gap tem­po­ra­le che — secon­do gli inqui­ren­ti — sareb­be  giu­sto quel­lo neces­sa­rio affin­ché armi, com­bu­sti­bi­li fos­si­li, rifiu­ti e varie mate­rie pri­me pre­sen­ti a bor­do ven­ga­no scam­bia­te con altre imbar­ca­zio­ni o con pun­ti di attrac­co poco appariscenti.

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Un arti­co­lo del Cor­rie­re del­la Sera ripren­de e illu­stra i fat­ti pre­sen­ta­ti dal Finan­cial Times.

In accor­do con quan­to già sosten­go­no alcu­ne ana­li­si, una mino­re doman­da di com­bu­sti­bi­le fos­si­le con­tri­bui­reb­be ad assot­ti­glia­re gli introi­ti nel­le tasche dei ter­ro­ri­sti e di chi segre­ta­men­te li finanzia.

Sen­za con­ta­re poi che un Pae­se meno biso­gno­so di tale risor­sa risul­ta più indi­pen­den­te dal­le scel­te poli­ti­che ed eco­no­mi­che del­le altre nazio­ni, scon­giu­ran­do così il rischio di rima­ne­re invi­schia­to in situa­zio­ni ambi­gue o scomode.

For­se igna­ro di tut­to ciò, il nostro gover­no mostra il deter­mi­na­to inten­to di favo­reg­gia­re ulte­rio­ri tri­vel­la­zio­ni nei ter­ri­to­ri del­lo stivale.

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Tommaso Sansone
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