Umberto Boccioni, genio e memoria in mostra a Palazzo Reale

Ele­na Cirla

A cen­to anni dal­la mor­te di Umber­to Boc­cio­ni (1882–1916), Palaz­zo Rea­le alle­sti­sce – dal 23/03 al 10/07 – una mostra mono­gra­fi­ca inte­ra­men­te dedi­ca­ta al mag­gio­re espo­nen­te del futu­ri­smo ita­lia­no e il suo indi­scus­so genio.
Con una serie di ope­re pro­ve­nien­ti dai più auto­re­vo­li musei del mon­do, fra cui la Gal­le­ria Nazio­na­le d’Arte Moder­na di Roma, la Peg­gy Gug­ge­n­heim Col­lec­tion di Vene­zia, il Musée Picas­so e il Musée Rodin di Pari­gi, l’Osaka City Museum of Modern Art, il Kun­sthi­sto­ri­sches Museum di Vien­na e mol­ti altri, la mostra si sno­da in una serie di sale comu­ni­can­ti che, seguen­do un anda­men­to qua­si labi­rin­ti­co, sem­bra­no sug­ge­ri­re le diver­se fasi del­la vita dell’artista e del­la sua para­bo­la artistica.
Slack for iOS Upload-13Il pro­gram­ma del­la mostra si pro­po­ne infat­ti di rap­pre­sen­ta­re, median­te le tre fasi più impor­tan­ti del suo iter, il per­cor­so for­ma­ti­vo-arti­sti­co di Boc­cio­ni. Una pri­ma, risa­len­te alla mae­sto­sa ope­ra che è l’Atlante del­la Memo­ria (o Mne­mo­sy­ne), una sor­ta di dia­rio visi­vo in cui Boc­cio­ni rac­co­glie le tavo­le del pri­mo Nove­cen­to, per la pre­ci­sio­ne 216, e che coin­ci­de con la sua espe­rien­za divi­sio­ni­sta; una secon­da, coin­ci­den­te con i Tre Dia­ri (1907–1908), fase dell’apprendistato e del­le pri­me espe­rien­ze inter­na­zio­na­li; e infi­ne una ter­za, quel­la più pro­pria­men­te futu­ri­sta, che si sno­da fra il 1906 e il 1916.
Fon­da­men­ta­le, in ognu­no dei perio­di cita­ti, rima­ne il viag­gio. È nei musei inter­na­zio­na­li, in par­ti­co­la­re in Rus­sia e a Pari­gi, che Boc­cio­ni assor­be la mag­gior par­te del­le nozio­ni e degli spun­ti, che si river­se­ran­no suc­ces­si­va­men­te nel­le sue nume­ro­se espe­rien­ze. Ed è gra­zie al finan­zia­men­to dei geni­to­ri che il gio­va­ne Umber­to rie­sce a tra­sfe­rir­si a Mila­no, cit­tà in cui cono­sce Bal­la, arti­sta già affer­ma­to che diven­te­rà il suo mae­stro e da cui impa­re­rà l’arte del ritrat­to, spe­cia­li­tà del pri­mo Boc­cio­ni, affa­sci­na­to anche dal­le mol­te ope­re apprez­za­te nel­le col­le­zio­ni dei mag­gio­ri ritrat­ti­sti euro­pe­ri (Van Dyck, Dürer, Rembrandt).
Da que­sti stu­di e dal­le ami­ci­zie di tut­ti gior­ni nasco­no tre ritrat­ti – a Gior­gio Gop­che­vic, a Tra­mel­lo e a Broc­chi – in cui ini­zia­no ad emer­ge­re le gran­di carat­te­ri­sti­che del­la pit­tu­ra boc­cio­nia­na: le pen­nel­la­te deci­se e mate­ri­che, con un note­vo­le accu­mu­lo di pro­dot­to, e l’accostamento di colo­ri mol­to sin­go­la­re, vol­to e all’esaltazione dei colo­ri stes­si e all’intento di stu­pi­re lo spettatore.
Ma a Mila­no Boc­cio­ni non col­la­bo­ra solo con Bal­la, ben­sì si avvi­ci­na ad altri due gran­di pit­to­ri, mol­ti pro­li­fi­ci in que­gli anni: Segan­ti­ni e Previati.
Da entram­bi, egli sa car­pi­re gli ele­men­ti chia­ve: dal pri­mo ripren­de la rap­pre­sen­ta­zio­ne in chia­ve sim­bo­li­ca del­la natu­ra, men­tre dal secon­do la moder­ni­tà del­la visio­ne e l’originalità del dise­gno – per altro fon­da­men­ta­le nell’opera di Boc­cio­ni e soprat­tut­to nell’ultima fase del­la sua pro­du­zio­ne, in cui si con­cen­tra sugli stu­di pla­sti­ci del movimento.

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Risal­go­no a que­sto perio­do – ma non oltre­pas­sa­no il 1908 – le ope­re com­mis­sio­na­te nel capo­luo­go lom­bar­do e che si acco­sta­no mag­gior­men­te allo sti­le divi­sio­ni­sta. Tan­gen­zial­men­te, il genio di Boc­cio­ni si avvi­ci­na anche ad un’altra cor­ren­te arti­sti­ca in voga in que­gli anni, il Sim­bo­li­smo, da cui rima­ne mol­to affa­sci­na­to (in par­ti­co­la­re da quel­lo di area tede­sca, che si richia­ma a Von Stuck) e da cui nasco­no ope­re di sin­go­la­re bel­lez­za, come “Il sogno – Pao­lo e Fran­ce­sca” e la lito­gra­fia “Bea­ta soli­tu­do sola beatitudo”.
L’estro arti­sti­co di Boc­cio­ni non si limi­ta alla sola pit­tu­ra, ma spa­zia attra­ver­so nume­ro­se altre for­me rap­pre­sen­ta­ti­ve qua­li la scul­tu­ra e il dise­gno: mol­te sono le inci­sio­ni nor­di­che, che mostra­no un tipo di don­na mol­to caro all’artista, la don­na volut­tuo­sa e ten­ta­tri­ce di poe­ti male­det­ti. Non si deve dimen­ti­ca­re, infat­ti, che l’esperienza arti­sti­ca di Boc­cio­ni non si esau­ri­sce solo in cam­po figu­ra­ti­vo, ma coin­vol­ge anche la sfe­ra del­le Let­te­re, in quan­to, nel­la sua pri­ma gio­vi­nez­za, egli ave­va scrit­to un roman­zo, indi­ce di mas­si­ma poliedricità.

Al 1909 risale il momento della rottura: è la svolta futurista, il momento in cui ogni schema precedente viene rotto in funzione della novità e dell’avanguardia.

Cam­bia radi­cal­men­te anche il modo di con­ce­pi­re l’opera d’arte e i suoi frui­to­ri: “ I pit­to­ri ci han­no sem­pre mostra­to cose e per­so­ne davan­ti a noi. Noi [futu­ri­sti] por­re­mo lo spet­ta­to­re al cen­tro del quadro”.
La novi­tà è scon­vol­gen­te: la fusio­ne dina­mi­ca, ormai, non avvie­ne solo attra­ver­so sog­get­to scel­to, ma anche median­te lo spet­ta­to­re stes­so, che non guar­da sem­pli­ce­men­te, ma rima­ne coin­vol­to nell’inarrestabile ener­gia dell’opera.
L’introduzione di nuo­vi con­te­nu­ti è una rispo­sta alla moder­ni­tà impe­ran­te e pri­vi­le­gia­te saran­no mac­chi­ne, velo­ci­tà ed ener­gia, nono­stan­te, qua­si reli­gio­sa­men­te, Boc­cio­ni con­ti­nui a man­te­ne­re la sua musa, uno dei suoi pri­mi sog­get­ti e il suo ulti­mo: sua madre.
È lei, infat­ti, che tro­neg­gia nel famo­sis­si­mo “Mate­ria”, dai trat­ti cubi­sti — e in effet­ti Picas­so e Cézan­ne saran­no i mag­gio­ri ispi­ra­to­ri del­le ulti­me ope­re, per quan­do Boc­cio­ni si sfor­zi di disco­star­si ideal­men­te dal cubi­smo e dal­le teo­rie di Apol­li­nai­re — e nel suo ulti­mo dipin­to, “Sin­te­si pla­sti­ca di figu­ra sedu­ta”, in cui dimo­stra la sua con­ti­nua ricer­ca di appro­fon­di­men­to del lin­guag­gio futu­ri­sta fino alla mor­te, avve­nu­ta a Chie­vo, duran­te la guer­ra, a cau­sa di una fata­le cadu­ta da cavallo.
Riman­go­no le ope­re e la crea­ti­vi­tà di un genio che mai si è stan­ca­to di stu­dia­re le pos­si­bi­li unio­ni fra arte e fisi­ca e che ha fon­da­to un nuo­vo con­cet­to di crea­re e di con­ce­pi­re l’opera d’arte.

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