Il giorno del Ruanda, ventidue anni dopo

As the vanquished Hutus fled into Tanzania, they had to leave at the border the weapons with which they had committed the genocide, Rwanda, 1994.

Leti­zia Gianfranceschi

Un cri­mi­ne inter­na­zio­na­le non muo­re mai. Ha un tem­po, un luo­go e pro­ie­zio­ni infi­ni­te, caden­ze annua­li e anni­ver­sa­ri. Ricor­ren­ze che dimo­stra­no che cer­te lezio­ni non si impa­ra­no mai.

C’è mol­to da ricor­da­re e nul­la da festeg­gia­re il 24 apri­le per gli arme­ni, il 27 gen­na­io per gli ebrei e gli altri «inde­si­de­ra­bi­li», il 20 mag­gio in Cam­bo­gia, l’11 luglio a Sre­bre­ni­ca, il 1° feb­bra­io per gli india­ni d’A­me­ri­ca. Il 7 apri­le in Ruan­da non c’è aria di festa, nem­me­no se com­pi 22 anni. Non è il Libe­ra­tion day, quan­do un’at­mo­sfe­ra alle­gra avvol­ge l’A­ma­ho­ro Sta­dium di Kiga­li che ogni anno il 4 luglio ospi­ta festeg­gia­men­ti pie­ni di retorica.

È il day of remembrance, la giornata per ricordare le vittime del genocidio, istituita dall’ONU nel 2004.

Era il 1994. Era un altro Ruan­da? Era­no altri tem­pi quel­li in cui die­ci­mi­la per­so­ne sono sta­te ucci­se ogni gior­no per cen­to lun­ghis­si­mi gior­ni a col­pi di mache­te? Era un altro mon­do quel­lo rima­ne­va a guar­da­re le imma­gi­ni alla TV?

Pri­ma del 1931, quan­do i bel­gi intro­dus­se­ro le car­te di iden­ti­tà etni­ca, nes­su­no sape­va di chia­mar­si hutu, tutsi o twa. Tut­ti sape­va­no però se era­no agri­col­to­ri, alle­va­to­ri o se si occu­pa­va­no di lavo­ra­re l’ar­gil­la. Que­sto era tutto.

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La gen­te del Ruan­da oggi dice che pri­ma dei colo­niz­za­to­ri non cono­sce­va il geno­ci­dio. Ma chi lo cono­sce­va? Lo cono­sce­va­no for­se gli arme­ni, gli ebrei, i cam­bo­gia­ni, i bosnia­ci, gli india­ni d’A­me­ri­ca? La poe­tes­sa Wil­sla­wa Szym­bor­ska si doman­da da dove nasca l’odio:

Non è come gli altri sen­ti­men­ti, / insie­me più vec­chio e più gio­va­ne di loro, / da solo gene­ra le cau­se / che lo fan­no nascere.

Pochi coman­da­no, mol­ti obbe­di­sco­no. Secon­do i teo­ri­ci del­l’e­li­ti­smo, basta que­sto sem­pli­ce prin­ci­pio per spie­ga­re il para­dos­so del­l’ob­be­dien­za civi­le. Ma per quan­to tem­po può una mino­ran­za orga­niz­za­ta impor­si sul­la mol­ti­tu­di­ne disor­ga­niz­za­ta? In Ruan­da i tutsi sono sem­pre sta­ti solo il 14% del­la popo­la­zio­ne. Una mino­ran­za pri­vi­le­gia­ta, ari­sto­cra­ti­ca, dota­ta di uno straor­di­na­rio talen­to poli­ti­co che, nel­la pro­spet­ti­va del­la madre­pa­tria bel­ga, mal si con­ci­lia­va con il colo­re del­la loro pel­le. Eppu­re, nel 1959, la mag­gio­ran­za hutu rie­sce a spo­de­sta­re la monar­chia tutsi e a pro­cla­ma­re la repub­bli­ca. Il «regi­ci­dio» gene­ra un flus­so di pro­fu­ghi tutsi in fuga ver­so i pae­si con­fi­nan­ti. La liber­tà è una spe­ran­za sen­za for­ma in Ruan­da, anche dopo la tan­to sogna­ta indi­pen­den­za dal Bel­gio, final­men­te otte­nu­ta nel 1962. Ad un regi­me auto­ri­ta­rio stra­nie­ro segue quel­lo instau­ra­to nel 1973 dal gene­ra­le hutu J. Haba­ya­ri­ma­na, desti­na­to a mori­re nel miste­rio­so inci­den­te aereo del 6 apri­le 1994.

È un fat­to che la meschi­ni­tà degli uomi­ni sia una mic­cia in cer­ca di fuo­co, ma sba­glia chi pen­sa che nel­la sto­ria abbia qual­che ruo­lo il caso for­tui­to, che il casus bel­li sia più che un pre­te­sto, insom­ma che il rapi­men­to di Ele­na basti a spie­ga­re tutto.

Il 7 apri­le in Ruan­da nien­te è avve­nu­to per caso. Non è per caso che la Radio des Mil­les Col­li­nes dif­fon­de l’or­di­ne di ucci­de­re «gli sca­ra­fag­gi tutsi». Nel­la Sto­ria spes­so l’o­dio è pilo­ta­to, inca­na­la­to e usa­to per sco­pi poli­ti­ci. Così in cin­que mesi la ter­ra del­le mil­le col­li­ne diven­ta quel­la del­le mon­ta­gne di cada­ve­ri. Dove fos­se la comu­ni­tà inter­na­zio­na­le, quel­la stes­sa comu­ni­tà che nel 1948 si era riu­ni­ta intor­no a un tavo­lo per con­clu­de­re la Con­ven­zio­ne ONU per la pre­ven­zio­ne e la repres­sio­ne del delit­to di geno­ci­dio, pochi l’han­no capi­to. S’e­ra per­sa, ma è tor­na­ta giu­sto in tem­po per isti­tui­re un tri­bu­na­le pena­le inter­na­zio­na­le ad hoc (TPIR) che recen­te­men­te ha ter­mi­na­to il suo man­da­to dopo 61 con­dan­ne e 14 asso­lu­zio­ni. Val­lo a spie­ga­re alle vit­ti­me che la giu­sti­zia è sim­bo­li­ca, che la sto­ria ci pen­sa da sola a dire chi sia­no i cattivi.

Cosa resta oggi di quel Ruanda?

I soprav­vis­su­ti, le fami­glie dei con­dan­na­ti, i testi­mo­ni del­le stra­gi, i dete­nu­ti scar­ce­ra­ti, i figli del genocidio.

Ven­ti­mi­la bam­bi­ni nati dagli stu­pri, per­ché, come dis­se nel 2012 Mar­got Wall­ström, allo­ra Rap­pre­sen­tan­te Spe­cia­le del­le Nazio­ni Uni­te per i cri­mi­ni ses­sua­li in situa­zio­ni di con­flit­to, «È diven­ta­to più peri­co­lo­so esse­re una don­na che va ad attin­ge­re l’acqua o che va a rac­co­glie­re la legna da arde­re che esse­re un com­bat­ten­te al fron­te». Dei figli del geno­ci­dio si occu­pa Foun­da­tion Rwan­da, un’or­ga­niz­za­zio­ne non gover­na­ti­va che dal 2007 offre soste­gno medi­co e psi­co­lo­gi­co alle madri, mol­te del­le qua­li han­no con­trat­to l’HIV in segui­to alle vio­len­ze, e orga­niz­za pro­gram­mi edu­ca­ti­vi per i bambini.

Quel­li che, secon­do stu­di del­l’U­ni­cef, han­no subi­to trau­mi irre­ver­si­bi­li: su un cam­pio­ne di bam­bi­ni e bam­bi­ne che all’e­po­ca del geno­ci­dio ave­va­no tra i 9 e i 15 anni, 55% han­no assi­sti­to all’uc­ci­sio­ne di pro­pri fami­lia­ri, 85% han­no sen­ti­to l’o­do­re dei cor­pi in putre­fa­zio­ne, e 56% han­no visto altri bam­bi­ni par­te­ci­pa­re alle uccisioni.

File photo of a Rwandan boy covering his face from the stench of dead bodies

Quel­li che oggi sono ven­ten­ni, come Clau­de, che abi­ta nel­le pro­vin­cia orien­ta­le di que­sta ter­ra infe­sta­ta dai fan­ta­smi di colo­ro che han­no visto i fiu­mi ros­si di san­gue, i cor­pi ammuc­chia­ti come legna da arde­re e i mor­ti nel­le chie­se pro­fa­na­te, e al Guar­dian dice: «La sto­ria è pas­sa­ta. Dob­bia­mo ricor­da­re, ma dob­bia­mo anche costrui­re il nostro futuro».

Al futu­ro e alla paci­fi­ca­zio­ne nazio­na­le anco­ra non del tut­to com­piu­ta, il Ruan­da ci pen­se­rà doma­ni: oggi per tut­ti è il gior­no del ricordo.

 

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