La felicità araba, una conversazione con Shady Hamadi

Car­lot­ta Ludo­vi­ca Pas­se­ri­ni, Seba­stian Ben­di­nel­li, Ste­fa­no Colombo

Sha­dy Hama­di è uno scrit­to­re e gior­na­li­sta ita­lia­no dal­la sto­ria fami­lia­re mol­to par­ti­co­la­re: nasce a Mila­no nel 1988, da madre ita­lia­na e da Moham­med, un esu­le siria­no che ha subi­to tor­tu­re nel pro­prio Pae­se per il solo fat­to di appar­te­ne­re a un movi­men­to di oppo­si­zio­ne – il Movi­men­to Nazio­na­li­sta Ara­bo. Pro­prio in quan­to figlio di un esu­le, Hama­di non ha potu­to met­te­re pie­de in Siria fino al 1997 e non può ovvia­men­te far­lo nean­che ora, a cau­sa del conflitto.

Hama­di è un atti­vi­sta per i dirit­ti uma­ni e una figu­ra di rife­ri­men­to per l’opposizione siria­na in Ita­lia, tan­to da esse­re sta­to invi­ta­to a tene­re diver­si inter­ven­ti sia al Par­la­men­to Ita­lia­no sia a quel­lo Euro­peo. A cau­sa del­le sue idee ha subi­to nume­ro­se inti­mi­da­zio­ni, che si sono tra­sfor­ma­te in minac­ce per i suoi fami­lia­ri in Siria. Dal 2011 col­la­bo­ra con il Fat­to Quo­ti­dia­no, per cui cura un blog, e nel 2013 ha pub­bli­ca­to pres­so ADD il libro La feli­ci­tà ara­ba. Sto­ria del­la mia fami­glia e del­la rivo­lu­zio­ne siria­na, in cui al rac­con­to auto­bio­gra­fi­co si uni­sce la rico­stru­zio­ne del dram­ma del­la guer­ra in Siria: un dram­ma, oggi come allo­ra, pur­trop­po anco­ra in cor­so. Nel 2015 si lau­rea in Scien­ze Poli­ti­che a Milano.

Recen­te­men­te è sta­ta pub­bli­ca­ta l’edizione tasca­bi­le del suo libro e Hama­di è sta­to invi­ta­to a Boo­k­Pri­de per par­te­ci­pa­re all’in­con­tro “Esi­lio dal­la Siria: den­tro e fuo­ri il Pae­se per non esse­re indif­fe­ren­ti”. Abbia­mo scam­bia­to quat­tro chiac­chie­re con lui.

Una del­le cose più inte­res­san­ti di cui hai par­la­to oggi riguar­da l’atteggiamento pater­na­li­sta dell’Occidente, che da un lato guar­da al Medio Orien­te con un occhio super­fi­cia­le “orien­ta­li­sta”, qua­si turi­sti­co (vedi il caso di Pal­mi­ra), e dall’altro sospet­ta che die­tro le Pri­ma­ve­re Ara­be ci sia sem­pre sta­ta una “mano ester­na”, come se i popo­li medio­rien­ta­li e nor­da­fri­ca­ni non aves­se­ro la capa­ci­tà di auto­de­ter­mi­nar­si. Tu sostie­ni che la Siria anda­va aiu­ta­ta nel 2011, quan­do anco­ra era­no pre­sen­ti spin­te demo­cra­ti­che e la situa­zio­ne non era dege­ne­ra­ta, ma in che modo si può aiu­ta­re la Siria se lo sguar­do di par­ten­za è anco­ra questo?

Ser­ve una resi­sten­za cul­tu­ra­le, scar­di­na­re que­sta visio­ne dell’Oriente e dell’Occidente per la qua­le esi­sto­no solo l’uno in con­trap­po­si­zio­ne all’altro. È una cri­ti­ca che dob­bia­mo eser­ci­ta­re su noi stes­si, come socie­tà civi­le. Fac­cia­mo un esem­pio, quel­lo dei bom­bar­da­men­ti ame­ri­ca­ni. È una que­stio­ne che vie­ne sem­pre riti­ra­ta fuo­ri con tono nega­ti­vo, men­tre inve­ce nes­su­no par­la mai dei bom­bar­da­men­ti rus­si. Se sono ame­ri­ca­ni pro­te­stia­mo, se sono rus­si inve­ce non scen­dia­mo a mani­fe­sta­re: dob­bia­mo ini­zia­re a com­pren­de­re che tut­ti i bom­bar­da­men­ti di qual­sia­si Pae­se sono sba­glia­ti. Pos­sia­mo aiu­ta­re la Siria innan­zi­tut­to con una cor­ret­ta infor­ma­zio­ne, che con­te­stua­liz­zi tut­te le noti­zie che ci arrivano.

A pro­po­si­to del­la resi­sten­za cul­tu­ra­le: dopo cin­que anni di guer­ra la socie­tà civi­le siria­na si è com­ple­ta­men­te disgre­ga­ta. Esi­ste anco­ra una clas­se intel­let­tua­le — maga­ri gio­va­ne — siria­na, che pos­sa far­si cari­co di que­sta battaglia?

Disgre­ga­ta, la socie­tà civi­le, non la direi del tut­to: mol­ti sono scap­pa­ti, però c’è chi resi­ste. Cono­sco ad Alep­po gen­te che ha crea­to un cen­tro cul­tu­ra­le in un vec­chio edi­fi­cio del tem­po degli Otto­ma­ni. Sono sot­to le bom­be, però van­no lì a leg­ge­re libri, e que­sto dovreb­be esse­re un moni­to anche per noi in Ita­lia, dove il mer­ca­to edi­to­ria­le è così mal­ri­dot­to. Intel­let­tua­li siria­ni ce ne sono mol­tis­si­mi -– mi vie­ne in men­te Yas­sin al-Haj Saleh, o Rosa Yas­sin Has­san  —  ed esi­sto­no poi intel­let­tua­li popo­la­ri, di stra­da, che aiu­ta­no a eser­ci­ta­re una cri­ti­ca del­la socie­tà, che è quel­lo che serve.

Par­lan­do del­le gio­va­ni gene­ra­zio­ni che si radi­ca­liz­za­no, abbrac­cian­do un Islam mol­to più rigi­do e oltran­zi­sta di quel­lo dei pro­pri geni­to­ri: una vol­ta che que­sta guer­ra avrà pre­sto o tar­di una solu­zio­ne, l’eredità di que­sto irri­gi­di­men­to sarà mol­to dif­fi­ci­le da smal­ti­re. Come si potrà uscirne?

Dob­bia­mo dera­di­ca­liz­za­re chi è diven­ta­to un fon­da­men­ta­li­sta, crean­do dei cen­tri dove met­te­re a con­fron­to le per­so­ne e aiu­tar­le ad affron­ta­re un per­cor­so. Gli spie­ghia­mo che la scel­ta che han­no fat­to è sba­glia­ta. Ma per fare ciò dob­bia­mo par­ti­re pri­ma di tut­to dal­la demi­li­ta­riz­za­zio­ne dei siria­ni. Alcu­ni rap­por­ti dico­no che il 20% del­la for­za lavo­ro siria­na oggi ha imbrac­cia­to le armi: van­no tol­te loro dal­le mani. Ma un ruo­lo impor­tan­te ce l’avrà anche l’Europa, i gio­va­ni soprat­tut­to: ben ven­ga­no cor­pi non vio­len­ti in Siria per fare que­sto lavo­ro, un doma­ni, fian­co a fian­co con i siriani.

coverlibro

Illu­stra­zio­ne di coper­ti­na, La feli­ci­tà ara­ba. Sto­ria del­la mia fami­glia e del­la rivo­lu­zio­ne siriana,

In Euro­pa appun­to sono sta­ti mes­si in atto pro­gram­mi di “dera­di­ca­liz­za­zio­ne”, per esem­pio in Regno Uni­to e in Dani­mar­ca: ma funzionano?

Secon­do me sì, fun­zio­na­no, però sono fat­ti per indi­vi­dui sog­get­ti a una radi­ca­liz­za­zio­ne avve­nu­ta per moti­vi diver­si da quel­la dei siria­ni. In Siria sia­mo sta­ti por­ta­ti al radi­ca­li­smo per­ché c’è una cit­ta­di­nan­za che è anda­ta disgre­gan­do­si – se tu eri sun­ni­ta, eri sen­za un cer­to tipo di dirit­ti. Dob­bia­mo costrui­re una cit­ta­di­nan­za siria­na per tut­ti e non ci sarà più il pro­ble­ma del­la radicalizzazione.

Citan­do l’esautorazione poli­ti­ca dei sun­ni­ti in Siria, fai cen­no giu­sta­men­te allo sci­sma fon­da­men­ta­le inter­no alla reli­gio­ne musul­ma­na, che in que­sti anni di guer­ra non può che aggra­var­si. Potrà resi­sten­za cul­tu­ra­le ricon­ci­lia­re le varie ani­me dell’Islam, tan­to più in assen­za di un’autorità reli­gio­sa cen­tra­le riconosciuta?

Biso­gna pre­ser­va­re l’Islam loca­le, che ha gli anti­cor­pi con­tro que­sto Islam di trin­cea, pri­va­to di signi­fi­ca­to. A dif­fe­ren­za del­la Chie­sa Cat­to­li­ca, che ha una for­te auto­ri­tà cen­tra­le, nell’Islam non essen­do­ci un per­no vero e pro­prio pos­sia­mo dire che c’è demo­cra­zia: da un lato in real­tà cre­do che sia un van­tag­gio, anche se lascia spa­zio a dif­fe­ren­ti inter­pre­ta­zio­ni del­la reli­gio­ne. In Medio Orien­te tut­ta­via le dif­fe­ren­ze con­fes­sio­na­li sono sfrut­ta­te per sco­pi poli­ti­ci. Il fon­da­men­ta­li­sta com­bat­te in nome del­la reli­gio­ne, ma chi lo man­da lo fa in nome dell’interesse.

Quan­to è cam­pa­ta in aria l’idea che cicli­ca­men­te ritor­na a gal­la, ulti­ma­men­te pro­po­sta da Mas­si­mo D’Alema, di crea­re un Islam euro­peo organizzato?

Non è una cat­ti­va pro­po­sta: c’è un inter­lo­cu­to­re, e si pos­so­no crea­re luo­ghi “lega­li” come le moschee. Però non si risol­ve il pro­ble­ma se non si inda­ga­no le moti­va­zio­ni che por­ta­no al radi­ca­li­smo que­sti gio­va­ni, che sono spes­so socia­li e anche media­ti­che. Que­sto asse­dio che c’è oggi -– si sen­te par­la­re di islam vio­len­to, Islam e ses­so, ma l’Islam non è questo.

Una doman­da più per­so­na­le, per fini­re: com’è nata l’esigenza di scri­ve­re un libro come questo?

Quan­do l’ho scrit­to ave­vo 22 anni — l’esempio fami­lia­re aiu­ta a com­pren­de­re mol­to di più, piut­to­sto che rac­con­ta­re una sto­ria aset­ti­ca. Mi sono chie­sto cosa pote­vo fare: indi­gnar­mi, apri­re Face­book e scri­ve­re un post? Non ser­ve a nien­te, Face­book è un bar, come Twit­ter, infat­ti ho ini­zia­to a usar­li mol­to meno. Biso­gna­va fare qual­co­sa di con­cre­to. Ho pro­va­to a rac­con­ta­re la Sto­ria del­la Siria rac­con­tan­do la sto­ria del­la mia famiglia. 

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Sebastian Bendinelli
In mis­sio­ne per fer­ma­re la Rivo­lu­zio­ne industriale.
Stefano Colombo
Stu­den­te, non gior­na­li­sta, mila­ne­se arioso.

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