L’intervista al figlio di Riina è stata una marchetta per Cosa Nostra

Gia­co­mo Sartini

Mea cul­pa: ho disat­te­so l’invito impli­ci­to nel tweet del pre­si­den­te del Sena­to Pie­ro Gras­so e ho guar­da­to l’intervista al figlio del capo dei capi, la bel­va, Totò Rii­na. Un po’ per curio­si­tà, un po’ per pentirmene.

Il salotto di Bruno Vespa della seconda serata di mercoledì non convince, anzi sdegna.

Vespa inter­vi­sta il mafio­so 38enne Sal­va­to­re Rii­na, figlio del più noto boss Totò, che ha all’attivo una deten­zio­ne di 8 anni e 10 mesi per mafia. Vespa doman­da e lui non rispon­de; e quan­do lo fa, lo fa anche in modo sgram­ma­ti­ca­to. Un’intervista sta­ti­ca e ste­ri­le, dove il gior­na­li­smo di inchie­sta ha com­piu­to una pro­fon­da bat­tu­ta di arre­sto. Non c’è uti­li­tà nel pro­dot­to che con­fe­zio­na Vespa per­ché doman­de e rispo­ste non seguo­no la stes­sa dire­zio­ne: l’intenzione di Vespa che por­ge doman­de rim­bal­za sul muro gra­ni­ti­co e omer­to­so di Rii­na figlio e tor­na indie­tro al mit­ten­te, pron­to a ripro­var­ci. In un ping pong di inter­ro­ga­ti­vi da una par­te e indi­spo­nen­te omer­tà dall’altra, l’unica infor­ma­zio­ne con­cre­ta che ne esce fuo­ri è il libro pub­bli­ca­to a nome di Sal­va­to­re Rii­na – e pre­su­mi­bil­men­te non scrit­to da lui. Pub­bli­ci­tà, insomma. 

Di nuo­vo, con tan­to di gior­na­li­smo di inchie­sta in ginoc­chio e gra­ve umi­lia­zio­ne per chi la mafia la com­bat­te e chi ne è rima­sto ucci­so. Nes­su­na novi­tà, ver­reb­be da dire, un po’ lo sti­le a cui ci ha abi­tua­to Vespa: l’attenzione al sen­sa­zio­na­li­smo, allo scoop, alla doman­da che vuo­le smuo­ve­re la coscien­za ma sba­glian­do inter­lo­cu­to­re e soprat­tut­to pal­co­sce­ni­co. Que­sta vol­ta il pla­sti­co non c’è, ma di pla­sti­ca è il vol­to incan­ta­to e urti­can­te del figlio del boss. Se per com­bat­te­re la mafia, come dice Bru­no Vespa, è neces­sa­rio cono­scer­la al suo inter­no e quin­di ascol­ta­re que­sto rac­con­to com­pas­sio­ne­vo­le di un figlio che si com­pia­ce del­la bon­tà di un padre “nor­ma­le”, allo­ra il lavo­ro di Tele­ja­to, esem­pio su tut­ti di lot­ta alla mafia, vie­ne vani­fi­ca­to. Per for­tu­na non è così e le paro­le di Vespa suo­na­no sor­de, men­tre quel­le irri­ve­ren­ti di Pino Mania­ci, anche se meno popo­la­ri, sono il sale dell’antimafia.

La mafia cos’è? “Non me lo sono mai chie­sto, non so cosa sia. Oggi la mafia può esse­re tut­to e nul­la”. “Amo mio padre e non lo giu­di­co”. Sono figlio di Totò e non del capo dei capi. Fal­co­ne e Bor­sel­li­no? “Io non giu­di­co Fal­co­ne e Bor­sel­li­no, qual­sia­si cosa io dico sareb­be stru­men­ta­liz­za­ta”. “Amo mio padre e la mia fami­glia, al di fuo­ri di ciò che gli vie­ne con­te­sta­to, giu­di­co ciò che mi han­no tra­smes­so: il bene e il rispet­to, se oggi sono quel­lo che sono — dice Sal­vo da Bru­no Vespa — lo devo ai miei geni­to­ri. Per­ché devo dire che mio padre ha sba­glia­to? Per que­sto c’è lo Sta­to, non toc­ca a me”. “Rispet­ta la con­dan­na con­tro suo padre?” ”No, per­ché è mio padre. A me ha tol­to mio padre”.

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Un esem­pio lam­pan­te di gior­na­li­smo ser­vi­le, che in nome del plu­ra­li­smo libe­ra­le pro­muo­ve una cre­sci­ta nega­ti­va, un’in­vo­lu­zio­ne. Ammes­so che tra il ven­ta­glio dell’offerta cul­tu­ra­le ed eti­ca plu­ra­le ci sia spa­zio per un sog­get­to mafio­so – e ammes­so tout court che si pos­sa par­la­re di gior­na­li­smo. Il gior­na­li­smo è altra cosa: far pre­sen­ta­re un libro che nul­la c’entra con gli obiet­ti­vi dell’informazione è una pale­se vio­la­zio­ne del ser­vi­zio pub­bli­co che la RAI è inca­ri­ca­ta di offri­re. L’inchiesta gior­na­li­sti­ca get­ta la cla­va a cui tan­to era affe­zio­na­to Mon­ta­nel­li e si acco­mo­da sul­le pol­tro­ne del­la ter­za came­ra del­lo sta­to – così è anche chia­ma­to il salot­to di Vespa. E si accon­ten­ta di un’offerta meschi­na. Il mes­sag­gio che pas­sa è che la mafia difron­te alle tele­ca­me­re del­la rete tele­vi­si­va nazio­na­le tace, e in più ottie­ne pub­bli­ci­tà. Era già suc­ces­so, sem­pre da Vespa con la sim­pa­ti­ca e mai seve­ra pun­ta­ta con ospi­ti i paren­ti del capo­sti­pi­te dei Casa­mo­ni­ca, l’indomani dei pom­po­si fune­ra­li del boss a Roma.

La mafia va, si siede, nega e se ne va. Un passaggio ordinario della quotidianità.

Se la tele­vi­sio­ne tra­smet­te un Rii­na che tace, impli­ci­ta­men­te cir­co­la il mes­sag­gio che quel­la dell’omertà è una real­tà che la plu­ra­li­tà del siste­ma Sta­to con­tem­pla, e dun­que ammis­si­bi­le. Ecco per­ché Vespa ha fal­li­to e con lui la RAI, a spe­se dei con­tri­buen­ti. Omet­te­re, glis­sa­re, non dire, non doman­dar­si, non inqui­si­re, non riflet­te­re e non met­te­re in discus­sio­ne – que­sto è quel­lo che pas­sa dal­le non rispo­ste di Sal­va­to­re Rii­na – sono anti­te­si e nega­zio­ne del gior­na­li­smo e lo svi­li­men­to di una bat­ta­glia che la socie­tà civi­le ha il dove­re mora­le di com­bat­te­re con­tro la cri­mi­na­li­tà orga­niz­za­ta. Trop­po spes­so neglet­ta per­ché sco­mo­da e a vol­te rite­nu­ta noiosa.

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