Del: 8 Aprile 2016 Di: Redazione Commenti: 0

Giacomo Sartini

Mea culpa: ho disatteso l’invito implicito nel tweet del presidente del Senato Piero Grasso e ho guardato l’intervista al figlio del capo dei capi, la belva, Totò Riina. Un po’ per curiosità, un po’ per pentirmene.

Il salotto di Bruno Vespa della seconda serata di mercoledì non convince, anzi sdegna.

Vespa intervista il mafioso 38enne Salvatore Riina, figlio del più noto boss Totò, che ha all’attivo una detenzione di 8 anni e 10 mesi per mafia. Vespa domanda e lui non risponde; e quando lo fa, lo fa anche in modo sgrammaticato. Un’intervista statica e sterile, dove il giornalismo di inchiesta ha compiuto una profonda battuta di arresto. Non c’è utilità nel prodotto che confeziona Vespa perché domande e risposte non seguono la stessa direzione: l’intenzione di Vespa che porge domande rimbalza sul muro granitico e omertoso di Riina figlio e torna indietro al mittente, pronto a riprovarci. In un ping pong di interrogativi da una parte e indisponente omertà dall’altra, l’unica informazione concreta che ne esce fuori è il libro pubblicato a nome di Salvatore Riina – e presumibilmente non scritto da lui. Pubblicità, insomma.

Di nuovo, con tanto di giornalismo di inchiesta in ginocchio e grave umiliazione per chi la mafia la combatte e chi ne è rimasto ucciso. Nessuna novità, verrebbe da dire, un po’ lo stile a cui ci ha abituato Vespa: l’attenzione al sensazionalismo, allo scoop, alla domanda che vuole smuovere la coscienza ma sbagliando interlocutore e soprattutto palcoscenico. Questa volta il plastico non c’è, ma di plastica è il volto incantato e urticante del figlio del boss. Se per combattere la mafia, come dice Bruno Vespa, è necessario conoscerla al suo interno e quindi ascoltare questo racconto compassionevole di un figlio che si compiace della bontà di un padre “normale”, allora il lavoro di Telejato, esempio su tutti di lotta alla mafia, viene vanificato. Per fortuna non è così e le parole di Vespa suonano sorde, mentre quelle irriverenti di Pino Maniaci, anche se meno popolari, sono il sale dell’antimafia.

La mafia cos’è? “Non me lo sono mai chiesto, non so cosa sia. Oggi la mafia può essere tutto e nulla”. “Amo mio padre e non lo giudico”. Sono figlio di Totò e non del capo dei capi. Falcone e Borsellino? “Io non giudico Falcone e Borsellino, qualsiasi cosa io dico sarebbe strumentalizzata”. “Amo mio padre e la mia famiglia, al di fuori di ciò che gli viene contestato, giudico ciò che mi hanno trasmesso: il bene e il rispetto, se oggi sono quello che sono – dice Salvo da Bruno Vespa – lo devo ai miei genitori. Perché devo dire che mio padre ha sbagliato? Per questo c’è lo Stato, non tocca a me”. “Rispetta la condanna contro suo padre?” ”No, perché è mio padre. A me ha tolto mio padre”.

Salvo-Riina-Totò-Riina-Porta-a-Porta-770x402

Un esempio lampante di giornalismo servile, che in nome del pluralismo liberale promuove una crescita negativa, un’involuzione. Ammesso che tra il ventaglio dell’offerta culturale ed etica plurale ci sia spazio per un soggetto mafioso – e ammesso tout court che si possa parlare di giornalismo. Il giornalismo è altra cosa: far presentare un libro che nulla c’entra con gli obiettivi dell’informazione è una palese violazione del servizio pubblico che la RAI è incaricata di offrire. L’inchiesta giornalistica getta la clava a cui tanto era affezionato Montanelli e si accomoda sulle poltrone della terza camera dello stato – così è anche chiamato il salotto di Vespa. E si accontenta di un’offerta meschina. Il messaggio che passa è che la mafia difronte alle telecamere della rete televisiva nazionale tace, e in più ottiene pubblicità. Era già successo, sempre da Vespa con la simpatica e mai severa puntata con ospiti i parenti del capostipite dei Casamonica, l’indomani dei pomposi funerali del boss a Roma.

La mafia va, si siede, nega e se ne va. Un passaggio ordinario della quotidianità.

Se la televisione trasmette un Riina che tace, implicitamente circola il messaggio che quella dell’omertà è una realtà che la pluralità del sistema Stato contempla, e dunque ammissibile. Ecco perché Vespa ha fallito e con lui la RAI, a spese dei contribuenti. Omettere, glissare, non dire, non domandarsi, non inquisire, non riflettere e non mettere in discussione – questo è quello che passa dalle non risposte di Salvatore Riina – sono antitesi e negazione del giornalismo e lo svilimento di una battaglia che la società civile ha il dovere morale di combattere contro la criminalità organizzata. Troppo spesso negletta perché scomoda e a volte ritenuta noiosa.

Redazione on FacebookRedazione on InstagramRedazione on TwitterRedazione on Youtube

Commenta