Lo Yemen è ancora nel caos

Leti­zia Gianfranceschi

Geor­ge J. R. Pom­pi­dou, pri­mo mini­stro e pre­si­den­te del­la Repub­bli­ca fran­ce­se tra il 1969 e il 1974, una vol­ta dis­se che la diplo­ma­zia somi­glia ad un incon­tro di pugi­la­to con guan­ti gla­cé nel qua­le il suo­no del gong vie­ne sosti­tui­to dal cin­cin dei bic­chie­ri di champagne.

Chis­sà se que­sta descri­zio­ne pit­to­re­sca si allon­ta­na mol­to da quan­to sta acca­den­do in Kuwait, dove lune­dì 18 apri­le sareb­be­ro dovu­ti comin­cia­re i nego­zia­ti di pace per lo Yemen orga­niz­za­ti dal­le Nazio­ni Uni­te. Inve­ce, quel­la non è sta­ta una buo­na gior­na­ta per lo Yemen. I ribel­li scii­ti hou­thi, infat­ti, non si sono pre­sen­ta­ti all’ap­pun­ta­men­to, appa­ren­te­men­te per pro­te­sta­re con­tro il man­ca­to rispet­to del ces­sa­te il fuo­co, imple­men­ta­to il 10 apri­le, da par­te del­la coa­li­zio­ne inter­na­zio­na­le gui­da­ta dal­l’A­ra­bia Sau­di­ta. E così i nego­zia­ti sono comin­cia­ti con tre gior­ni di ritar­do, non un buon ini­zio se si pen­sa che oltre sei­mi­la yeme­ni­ti han­no già per­so la vita in que­sta guer­ra dimen­ti­ca­ta, e mol­ti altri oggi assi­sto­no con scet­ti­ci­smo all’ennesimo ten­ta­ti­vo di soluzione.

La gra­vis­si­ma cri­si uma­ni­ta­ria, che sta sfi­nen­do gli yeme­ni­ti, rima­ne per il momen­to irri­sol­ta. Lo Yemen, la ter­ra del­la regi­na di Saba, colei che par­tì per ascol­ta­re la sapien­za di Salo­mo­ne, è il pae­se più pove­ro del Medio Orien­te, ma anche uno di quel­li stra­te­gi­ca­men­te più rile­van­ti: si affac­cia, infat­ti, sul­lo stret­to di Bab al-Man­dab che col­le­ga il Mar Ros­so al Gol­fo di Aden, via di pas­sag­gio per mol­ti cari­chi di petrolio.

YEMEN Humanitarian Snapshot (12 April 2016)_0

Lo Yemen di oggi non è più l’Ara­bia felix, nome che gli anti­chi geo­gra­fi del­l’e­tà elle­ni­sti­ca gli attri­bui­ro­no per­ché la radi­ce semi­ti­ca del nome del­la peni­so­la signi­fi­ca sia «Sud» sia, per l’ appun­to, «feli­ce». Gli yeme­ni­ti alla rivo­lu­zio­ne paci­fi­ca ci ave­va­no cre­du­to per dav­ve­ro nel 2011, quan­do le mani­fe­sta­zio­ni di piaz­za ave­va­no por­ta­to alla depo­si­zio­ne del pre­si­den­te Saleh. All’e­po­ca, il cam­bia­men­to appa­ri­va a por­ta­ta di mano, e alla gen­te sem­bra­va incre­di­bi­le che stes­se avve­nen­do paci­fi­ca­men­te, vista l’ec­ces­si­va mili­ta­riz­za­zio­ne del­la socie­tà yeme­ni­ta. Spez­za­re i muri costrui­ti dal­la dit­ta­tu­ra, che ha por­ta­to cor­ru­zio­ne, pover­tà, oppres­sio­ne e vio­len­za, sem­bra­va pos­si­bi­le sen­za che il san­gue di un solo yeme­ni­ta bagnas­se l’an­ti­co regno di Saba.

Da allora, però, un caos senza forma regna nel Paese. Quel che è certo è che le promesse della rivoluzione pacifica sono state ben presto disattese.

Nel 2014 i ribel­li scii­ti hou­thi, vici­ni al vec­chio pre­si­den­te Saleh, han­no occu­pa­to le isti­tu­zio­ni gover­na­ti­ve, ten­tan­do di attua­re un col­po di Sta­to con­tro il gover­no legit­ti­mo del pre­si­den­te A. M. Hadi, con­fi­na­to agli arre­sti domi­ci­lia­ri. Cosa è suc­ces­so alla rivo­lu­zio­ne che ave­va illu­so lo Yemen e la comu­ni­tà inter­na­zio­na­le sul­la riu­sci­ta paci­fi­ca e demo­cra­ti­ca del­le pri­ma­ve­re arabe?

Secon­do l’a­na­li­si di un poli­to­lo­go yeme­ni­ta ripor­ta­ta ad Al Jazee­ra, il fal­li­men­to del­la tran­si­zio­ne alla demo­cra­zia è dovu­to a diver­si fat­to­ri: il pre­si­den­te Hadi ha fal­li­to com­ple­ta­men­te nel suo pro­get­to di ristrut­tu­ra­re l’apparato mili­ta­re del pae­se. La rimo­zio­ne dei figli e dei nipo­ti di Saleh non ha infat­ti evi­ta­to la fram­men­ta­zio­ne del­l’e­ser­ci­to. Inol­tre, è man­ca­ta una chia­ra stra­te­gia per con­tra­sta­re i grup­pi mili­ta­ri e para­mi­li­ta­ri come gli hou­thi, che sono riu­sci­ti per­fi­no a pren­de­re il con­trol­lo del­la capi­ta­le Sana’a.

Tawak­kol Kar­man, atti­vi­sta yeme­ni­ta, fon­da­tri­ce di Gior­na­li­ste sen­za fron­tie­re e pre­mio Nobel per la pace nel 2011, scri­ve per Huf­fing­ton Post che il fal­li­men­to del­la rivo­lu­zio­ne paci­fi­ca è dovu­to soprat­tut­to al fat­to che l’ex pre­si­den­te Saleh ha ten­ta­to in tut­ti i modi di osta­co­la­re il pro­ces­so di tran­si­zio­ne. Cor­ru­zio­ne e pover­tà dif­fu­sa han­no aggra­va­to la situa­zio­ne. La disoc­cu­pa­zio­ne gio­va­ni­le è ai mas­si­mi livel­li sto­ri­ci e il Pae­se ha biso­gno urgen­te­men­te di assi­sten­za eco­no­mi­ca internazionale.

Nel frat­tem­po nel­lo Yemen si stan­no com­bat­ten­do, tre­gua a par­te, tan­te guer­re tut­te insie­me: c’è un con­flit­to prin­ci­pa­le che vede con­trap­po­ste le for­ze filo­go­ver­na­ti­ve, sup­por­ta­te dal­la coa­li­zio­ne pana­ra­ba gui­da­ta dal­l’A­ra­bia Sau­di­ta, alle mili­zie dei ribel­li hou­thi che, in base alle accu­se dei sau­di­ti sareb­be­ro finan­zia­ti e soste­nu­ti mili­tar­men­te dal­l’I­ran sciita.

C’è poi l’A­QAP, il brac­cio di Al-Qae­da a cui si oppon­go­no entram­bi gli schieramenti.

Ci sono gli atten­ta­ti dell’ISIS.

C’è la guer­ra dei dro­ni occi­den­ta­li. Secon­do il por­ta­vo­ce dell’esercito yeme­ni­ta, Sha­raf Luq­man, oltre ai cac­cia sau­di­ti, anche aerei da guer­ra di Sta­ti Uni­ti, Israe­le e Gran Bre­ta­gna bom­bar­da­no lo Yemen.

E, come spes­so acca­de in que­sti casi, nes­sun vin­ci­to­re, se non Al-Qae­da e l’I­SIS che, for­ti dei vuo­ti di pote­re e del­l’in­dif­fe­ren­za media­ti­ca, ne appro­fit­ta­no per espan­der­si a sud del Pae­se. A que­sto sce­na­rio si aggiun­ge il fal­li­men­to diplo­ma­ti­co dei nego­zia­ti di pace orga­niz­za­ti a giu­gno e a dicem­bre, che si sono risol­ti in un nul­la di fatto.

Il pre­si­den­te Hadi, in un edi­to­ria­le pub­bli­ca­to sul New York Times il 29 mar­zo, difen­de l’in­ter­ven­to del­la coa­li­zio­ne pana­ra­ba: «Con il pae­se nel caos – spie­ga – non ave­va­mo altra scel­ta se non quel­la di chie­de­re l’as­si­sten­za dei nostri fra­tel­li sau­di­ti e degli altri pae­si ara­bi. Sen­za l’in­ter­ven­to, lo Yemen sareb­be diven­ta­to un pae­se feu­da­le e sen­za rego­le». E ricor­da «la pace è anco­ra pos­si­bi­le. Non dob­bia­mo rinun­cia­re alla speranza.»

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Il popo­lo yeme­ni­ta, stre­ma­to, resi­ste. Mani­fe­sta­zio­ni di piaz­za si sus­se­guo­no da mesi. Miglia­ia di per­so­ne pro­te­sta­no con­tro l’in­ter­ven­to del­la coa­li­zio­ne inter­na­zio­na­le e con­tro «l’op­pres­sio­ne eco­no­mi­ca e poli­ti­ca del­l’A­ra­bia Sau­di­ta». Mol­ti yeme­ni­ti pen­sa­no che «le mani dei sau­di­ti e del­la comu­ni­tà inter­na­zio­na­le sia­no mac­chia­te del san­gue del popo­lo yeme­ni­ta». La tre­gua è sta­ta vio­la­ta per­si­sten­te­men­te da più par­ti e l’at­ten­zio­ne media­ti­ca inter­na­zio­na­le è scarsa.

Dif­fi­ci­le dire cosa aspet­tar­si dai nego­zia­ti del Kuwait. La dele­ga­zio­ne del gover­no chie­de che gli hou­thi si riti­ri­no dal­le cit­tà che per il momen­to con­trol­la­no e con­se­gni­no tut­te le armi. Gli hou­thi, al con­tra­rio, pri­ma di pro­ce­de­re al disar­mo chie­do­no che sia crea­to un nuo­vo gover­no rap­pre­sen­ta­ti­vo di tut­te le par­ti. Il rag­giun­gi­men­to di una pace dura­tu­ra è pos­si­bi­le solo attra­ver­so una tran­si­zio­ne poli­ti­ca che coin­vol­ga tut­te le par­ti e sia accom­pa­gna­ta da un pro­gram­ma inter­na­zio­na­le di rico­stru­zio­ne eco­no­mi­ca. Altri­men­ti lo Yemen per­de­rà per sem­pre l’occasione di esse­re dav­ve­ro l’Ara­bia felix degli antichi.

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