L’Algoritmo nel sangue

In un lun­go arti­co­lo pub­bli­ca­to a feb­bra­io su Noi­sey, Dan Ozzi si doman­da se non sia tem­po di dire final­men­te addio alle recen­sio­ni dei dischi. Nell’era del­lo strea­ming illi­mi­ta­to e para-gra­tui­to, l’ascoltatore non ha più biso­gno del fil­tro qua­li­ta­ti­vo del cri­ti­co: può ascol­ta­re tut­ta la musi­ca che vuo­le, a por­ta­ta di click, e deci­de­re auto­no­ma­men­te cosa vale la pena ascol­ta­re una secon­da volta.

Nien­te di nuo­vo: Inter­net sta por­tan­do disin­ter­me­dia­zio­ne più o meno in tut­ti i cam­pi del con­su­ma­bi­le, o “demo­cra­tiz­za­zio­ne”, come la con­si­de­ra in que­sto caso Antho­ny Fan­ta­no, alias The Need­le Drop, uno you­tu­ber che fa cen­ti­na­ia di miglia­ia di visua­liz­za­zio­ni pro­prio recen­sen­do dischi — auto-smen­ten­do l’idea che le recen­sio­ni tout court sia­no morte.

Il discor­so è mol­to più com­pli­ca­to di così. Se le recen­sio­ni gior­na­li­sti­che vec­chio-sti­le non han­no più un pub­bli­co di rife­ri­men­to, non vuol dire che non entri­no in gio­co altri fat­to­ri a orien­ta­re e influen­za­re i gusti di chi ascol­ta musi­ca. Anzi, più si espan­de il baci­no musi­ca­le a dispo­si­zio­ne — fino ad esse­re, com’è ora, vir­tual­men­te illi­mi­ta­to — più diven­ta cru­cia­le la media­zio­ne fra il con­te­nu­to e i suoi frui­to­ri. Tren­t’an­ni fa una recen­sio­ne su un gior­na­le — così come l’a­scol­to in radio, i con­si­gli degli ami­ci, e così via — pote­va esse­re deter­mi­nan­te nel­la scel­ta di acqui­sta­re il disco X inve­ce che il disco Y (su un tota­le fini­to di dischi acqui­sta­ti al mese). Oggi, la nuo­va valu­ta è rap­pre­sen­ta­ta uni­ca­men­te dal tem­po che gli uten­ti dedi­ca­no all’a­scol­to; a orien­ta­re e deter­mi­na­re la sua spe­sa — su cer­ti artisti/album/brani piut­to­sto che su altri — sono soprat­tut­to le gran­di piat­ta­for­me di streaming.

Tra que­ste, è in cor­so una vera e pro­pria “cura­tion war”: una guer­ra a col­pi di algo­rit­mi, play­li­st, radio per­so­na­liz­za­te e rac­co­man­da­zio­ni musi­ca­li, per gua­da­gna­re e man­te­ne­re il favo­re degli uten­ti (e maga­ri anche l’abbonamento), ora che le dif­fe­ren­ze tra i cata­lo­ghi sono sem­pre meno rile­van­ti. Un mec­ca­ni­smo non diver­so da quel­lo che inte­res­sa qua­si tut­ti i social net­work, che devo­no adat­ta­re i pro­pri feed alle aspet­ta­ti­ve e ai desi­de­ri degli uten­ti, in base alle loro inte­ra­zio­ni. Anche sul­le piat­ta­for­me di strea­ming si pra­ti­ca infat­ti un equi­va­len­te del­lo scrol­ling su Face­book o su Twit­ter: non ci si va sol­tan­to per ascol­ta­re un pre­ci­so arti­sta, ma (sem­pre di più) anche per sco­pri­re musi­ca nuo­va, seguen­do i per­cor­si trac­cia­ti dal­la piat­ta­for­ma stessa.

Il prin­ci­pio base è sem­pre quel­lo del col­la­bo­ra­ti­ve fil­te­ring: gli ascol­ti di tut­ti gli uten­ti ser­vo­no a “pre­ve­de­re” i gusti dei sin­go­li, che appros­si­ma­ti­va­men­te si com­por­te­ran­no in modo simi­le tra loro — è così che si otten­go­no le rac­co­man­da­zio­ni del tipo “Se hai ascol­ta­to i Dark­th­ro­ne, potreb­be­ro pia­cer­ti i May­hem” (dato che una buo­na par­te degli ascol­ta­to­ri dei May­hem avrà ascol­ta­to anche i Dark­th­ro­ne). Ma il siste­ma può esse­re ulte­rior­men­te raf­fi­na­to, gra­zie all’a­na­li­si e all’in­cro­cio di una mole di big data sem­pre in crescita.

Al momen­to, men­tre Apple Music fa del­la cura­te­la uma­na un caval­lo di bat­ta­glia — tut­te le sue play­li­st sono con­fe­zio­na­te da esper­ti in car­ne ed ossa — all’a­van­guar­dia nel­l’u­ti­liz­zo degli algo­rit­mi di “let­tu­ra” e orien­ta­men­to musi­ca­le è cer­ta­men­te Spo­ti­fy. Il ser­vi­zio — che con­ta 100 milio­ni di uten­ti atti­vi al mese e 30 milio­ni di abbo­na­ti — già da luglio del­l’an­no scor­so offre a tut­ti i suoi iscrit­ti una play­li­st set­ti­ma­na­le per­so­na­liz­za­ta, Disco­ver Wee­kly, basa­ta soprat­tut­to — oltre che sul­l’ac­cu­ra­ta pro­fi­la­zio­ne dei gene­ri ascol­ta­ti dal sin­go­lo uten­te — sul­le play­li­st “uma­ne” (se ne con­ta­no più di due miliar­di in tota­le) che inclu­do­no le stes­se can­zo­ni che abbia­mo ascol­ta­to duran­te la set­ti­ma­na: se abbia­mo ascol­ta­to War di Bur­zum, e nel­le play­li­st che con­ten­go­no War si tro­va spes­so anche Skyg­ged­dans dei Saty­ri­con, e noi non abbia­mo mai ascol­ta­to Skyg­ged­dans, ecco: pro­ba­bil­men­te tro­ve­re­mo Skyg­ged­dans nel nostro Disco­ver Wee­kly del lunedì.

Spo­ti­fy ha enfa­tiz­za­to mol­to la cono­scen­za inti­ma che l’al­go­rit­mo di Disco­ver Wee­kly dovreb­be ave­re dei nostri gusti musi­ca­li, para­go­nan­do la play­li­st a un mix­ta­pe fat­to da un ami­co. I nume­ri sem­bra­no dar­le ragio­ne: nel­le pri­me die­ci set­ti­ma­ne era­no già sta­ti ascol­ta­ti più di un miliar­do di bra­ni, con un 60% di uten­ti che si sono spin­ti ad ascol­ta­re più di cin­que can­zo­ni (la play­li­st dura cir­ca due ore). Anche le recen­sio­ni del ser­vi­zio sono ten­den­zial­men­te entu­sia­sti­che (c’è pure chi par­la del­l’al­go­rit­mo come se si trat­tas­se di un deus abscon­di­tus imper­scru­ta­bi­le e onnisciente). 

Ma Disco­ver Wee­kly ha mol­ti difet­ti, pri­mo fra tut­ti la man­can­za di cura nel­la con­se­quen­zia­li­tà dei bra­ni: le sin­go­le scel­te pos­so­no anche suo­na­re azzec­ca­te, ma il risul­ta­to fina­le dif­fi­cil­men­te sarà pia­ce­vo­le da ascol­ta­re dal­l’i­ni­zio alla fine, spe­cie per chi soli­ta­men­te fa ascol­ti varie­ga­ti: non è la play­li­st che potre­ste met­te­re su a una sera­ta in casa di ami­ci. È un’o­pe­ra da con­sul­ta­zio­ne, dicia­mo. (Sen­za con­ta­re, poi, che quel­lo che ascol­tia­mo su Spo­ti­fy non è neces­sa­ria­men­te quel­lo che ci pia­ce: maga­ri è qual­co­sa su cui sia­mo capi­ta­ti per caso e non vor­rem­mo più sen­ti­re in futuro). 

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Disco­ver Wee­kly (e Spo­ti­fy in gene­ra­le) è anche mol­to debo­le su alcu­ni gene­ri musi­ca­li, come il jazz. Nel mio DW di set­ti­ma­na scor­sa al pri­mo posto c’era A Night In Tuni­sia, un clas­si­co­ne iper-cono­sciu­to del 1942, peral­tro nel­la ver­sio­ne trat­ta da un disco che ave­vo ascol­ta­to solo pochi gior­ni pri­ma. Stes­so discor­so per Djan­go del Modern Jazz Quar­tet, che se Spo­ti­fy pen­sa che non la cono­sces­si mi riten­go pro­fon­da­men­te insul­ta­to. Non cono­sce­vo, inve­ce, quel­le due ver­sio­ni di Natu­re Boy e ‘Round Mid­night (altri due clas­si­ci mol­to tri­ti) — ma sono brutte.

Miglio­ri risul­ta­ti sta rag­giun­gen­do una play­li­st auto­ma­ti­ca lan­cia­ta poco tem­po dopo, Fresh Finds, che — per dir­la con le paro­le di Brian Whit­man, prin­ci­pal scien­ti­st a Spo­ti­fy — si pro­po­ne di sele­zio­na­re la musi­ca nuo­va “che nes­su­no ha anco­ra ascol­ta­to ma che pre­sto ver­rà alla ribal­ta” (esat­ta­men­te come il nostro Anti­lu­ne­dì, che esce ogni set­ti­ma­na ed è cura­to da un esse­re uma­no ed è mol­to meglio, fidatevi).

https://play.spotify.com/user/spotify/playlist/3rgsDhGHZxZ9sB9DQWQfuf

Brian Whit­man è il fon­da­to­re di Echo Nest, una star­tup acqui­si­ta dal­l’a­zien­da sve­de­se per 100 milio­ni di dol­la­ri, sul­la cui tec­no­lo­gia si basa la sele­zio­ne musi­ca­le di Fresh Finds: un soft­ware setac­cia Inter­net, “leg­gen­do” cen­ti­na­ia di blog e web­zi­ne musi­ca­li per indi­vi­dua­re i nuo­vi arti­sti attor­no a cui sta comin­cian­do a crear­si sen­sa­zio­ne; i dati, poi, ven­go­no incro­cia­ti con gli ascol­ti degli uten­ti più atti­vi su Spo­ti­fy, cioè quel­li che più di fre­quen­te rie­sco­no ad anti­ci­pa­re il suc­ces­so dei bra­ni che ascol­ta­no. Il risul­ta­to è otte­nu­to, quin­di, gra­zie a una com­bi­na­zio­ne ine­di­ta di col­la­bo­ra­ti­ve fil­te­ring e inter­pre­ta­zio­ne auto­ma­ti­ca del lin­guag­gio naturale.

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Se Fresh Finds rie­sce ad allar­ga­re la sua base d’a­scol­to — attual­men­te i fol­lo­wer del­la play­li­st sono poco meno di 180 mila — ha buo­ne pos­si­bi­li­tà di impor­si come pun­to di rife­ri­men­to glo­ba­le per le novi­tà disco­gra­fi­che (più del­la sezio­ne Best New Music di Pit­ch­fork, insom­ma), non sol­tan­to “pre­ve­den­do” le hit futu­re, ma con­tri­buen­do atti­va­men­te a far­le diven­ta­re tali. Così, l’algoritmo non è più sol­tan­to un aggre­ga­to­re, ma un auten­ti­co taste­ma­ker, al pari dei recen­so­ri o dei DJ radio­fo­ni­ci dei decen­ni scor­si. Nel pic­co­lo del pano­ra­ma musi­ca­le indi­pen­den­te ita­lia­no, si può fare l’esempio di Old Fashio­ned Lover Boy, il cui sin­go­lo Oh My Love è fini­to in Fresh Finds un paio di set­ti­ma­ne fa, gua­da­gnan­do più di 24mila ascol­ti in un solo giorno:


Ha poco sen­so impo­sta­re una con­trap­po­si­zio­ne net­ta esse­ri uma­ni vs. mac­chi­ne nel cam­po del­la sele­zio­ne musi­ca­le. La musi­ca è scien­za, anche nei suoi aspet­ti “emo­ti­vi”: ciò che ci pia­ce in un bra­no può esse­re scien­ti­fi­ca­men­te misu­ra­to, e non c’è nien­te di stra­no, quin­di, se un algo­rit­mo è in gra­do di con­si­gliar­ci qual­co­sa di buo­no da ascol­ta­re. Sem­mai, si può osser­va­re che que­sta for­ma di bin­ge-liste­ning, basa­ta sem­pre più pesan­te­men­te sul­le play­li­st (o sul­le sta­zio­ni radio­fo­ni­che per­so­na­liz­za­te), inve­ce che sul for­ma­to album, favo­ri­sce un ascol­to velo­ce e distrat­to, sem­pre meno atten­to alle spe­ci­fi­ci­tà del lavo­ro dei sin­go­li arti­sti. Ma que­sto è un effet­to col­la­te­ra­le ine­vi­ta­bi­le, quan­do si ha un cata­lo­go musi­ca­le illi­mi­ta­to sem­pre a dispo­si­zio­ne. Sta al sin­go­lo ascol­ta­to­re evi­ta­re di cader­ci: basta­no pochi clic e qual­che ora di atten­zio­ne in più.

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Sebastian Bendinelli
In mis­sio­ne per fer­ma­re la Rivo­lu­zio­ne industriale.

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