Muybridge e l’invenzione del movimento in mostra a Milano

Sara Tam­bor­ri­no

Le sequen­ze foto­gra­fi­che che han­no reso cele­bre l’inglese Ead­weard Muy­brid­ge (1830 – 1904) tro­va­no per la pri­ma vol­ta spa­zio in Ita­lia gra­zie ad una retro­spet­ti­va alle­sti­ta alla Gal­le­ria Grup­po Cre­di­to Val­tel­li­na fino al 1 Otto­bre 2016. L’idea di dedi­ca­re una mostra all’opera dell’uomo che ha segna­to lo svi­lup­po del­lo stu­dio del movi­men­to, sia per quan­to riguar­da l’ambito del­le scien­ze che quel­lo del­le arti visi­ve, è pecu­lia­re, poi­ché i suoi lavo­ri sono adat­ti a esse­re mostra­ti all’interno di un archi­vio scien­ti­fi­co piut­to­sto che in uno spa­zio espo­si­ti­vo. Muy­beid­ge, infat­ti, non si è mai con­si­de­ra­to un arti­sta, ma un ricercatore.

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Si è acco­sta­to alla foto­gra­fia ini­zial­men­te come pae­sag­gi­sta, immor­ta­lan­do luo­ghi di poten­te sug­ge­stio­ne come il Par­co Nazio­na­le di Yose­mi­te. Il ten­ta­ti­vo di uti­liz­za­re que­sto stru­men­to di docu­men­ta­zio­ne come for­ma di ricer­ca ebbe ini­zio suc­ces­si­va­men­te, quan­do l’allora ex gover­na­to­re del­la Cali­for­nia e gran­de appas­sio­na­to di caval­li Leland Stan­ford gli chie­se di dimo­stra­re se fos­se vero che l’animale duran­te il galop­po si tro­vas­se per un momen­to con tut­ti e quat­tro gli zoc­co­li sol­le­va­ti da ter­ra. Così Muy­brid­ge nel 1878 ideò un siste­ma che pre­ve­de­va il posi­zio­na­men­to di ven­ti­quat­tro mac­chi­ne foto­gra­fi­che paral­le­le ad un ret­ti­li­neo da cor­sa, col­le­ga­te ad altret­tan­ti fili che al pas­sag­gio del caval­lo avreb­be­ro azio­na­to in sequen­za gli scatti. 

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Il risul­ta­to otte­nu­to era per l’epoca un tra­guar­do stu­pe­fa­cen­te, poi­ché per­met­te­va di iso­la­re le diver­se fasi del movi­men­to che l’occhio uma­no è in gra­do di coglie­re sol­tan­to con­fu­sa­men­te nel suo insie­me. Que­sta sco­per­ta influen­zò poten­te­men­te il mon­do dell’arte, che ini­ziò ad affi­dar­si alla foto­gra­fia per poter ripro­dur­re al meglio la real­tà, ma diven­ne anche la base degli stu­di di bio­mec­ca­ni­ca, oltre a pre­cor­re­re il mec­ca­ni­smo che avreb­be por­ta­to dal­la foto­gra­fia sta­ti­ca al dina­mi­smo dell’immagine cinematografica.

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In segui­to a quel pri­mo riu­sci­to espe­ri­men­to, la cata­lo­ga­zio­ne del­le diver­se for­me di movi­men­to, da quel­lo ani­ma­le a quel­lo uma­no, è diven­ta­ta per Muy­brid­ge qua­si un’ossessione, come dimo­stra l’ampio cor­pus di imma­gi­ni che ha rea­liz­za­to. Alcu­ne di esse sono espo­ste all’interno del­la sala del­la mostra, retroil­lu­mi­na­te ed alli­nea­te lun­go una pare­te in un uni­co oriz­zon­te visi­vo, che richia­ma la linea­ri­tà degli scat­ti in sequen­za del foto­gra­fo. L’esposizione pre­sen­ta inol­tre due pro­ie­zio­ni rea­liz­za­te da Pao­lo Gio­li, “L’assassino nudo” e “Pic­co­lo film decom­po­sto”, che ripro­du­co­no con­se­cu­ti­va­men­te le imma­gi­ni dell’inglese impri­men­do loro un’azione di tipo cinematografico.

Que­sto alle­sti­men­to non vuo­le dun­que por­si in un’ottica di inge­nua resti­tu­zio­ne al pub­bli­co di un’opera che, per quan­to fon­da­men­ta­le, ha fat­to il suo tem­po. Le ricer­che di Muy­brid­ge, infat­ti, sono sta­te nuo­va­men­te inda­ga­te in chia­ve con­tem­po­ra­nea. All’interno del­lo spa­zio espo­si­ti­vo è sta­to ricrea­to il set uti­liz­za­to dal foto­gra­fo ingle­se per dare alla luce le sue sequen­ze, con tan­to di sfon­do qua­dret­ta­to che ricor­da una car­ta mil­li­me­tra­ta e di mac­chi­ne foto­gra­fi­che posi­zio­na­te in parallelo. 

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Il gior­no dell’inaugurazione, tenu­ta­si il 18 mag­gio, la strut­tu­ra è sta­ta ani­ma­ta in tre diver­si ora­ri da una per­for­man­ce, rea­liz­za­ta in col­la­bo­ra­zio­ne con alcu­ni stu­den­ti del­la NABA, che con­si­ste­va nel ricrea­re le cro­no­fo­to­gra­fie di Muy­brid­ge pren­den­do come sog­get­ti un cane, due ragaz­ze e due ragaz­zi, che han­no ese­gui­to azio­ni quo­ti­dia­ne nel­la loro sem­pli­ci­tà oppu­re attra­ver­so il gesto dan­za­to. L’intento del­la per­for­man­ce, inti­to­la­ta Thirty–two ways of wal­king by Muy­brid­ge, era di ripro­dur­re l’esperimento da lui com­piu­to scim­miot­tan­do­ne la scien­ti­fi­ci­tà e svuo­tan­do­lo di signi­fi­ca­to. Il risul­ta­to degli scat­ti ver­rà poi espo­sto in otto sequen­ze che voglio­no richia­ma­re quel­le ori­gi­na­li disco­stan­do­se­ne però anche per quan­to riguar­da il for­ma­to, trat­tan­do­si di un dif­fe­ren­te linguaggio.

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La com­ples­si­tà di quest’opera impre­scin­di­bi­le dun­que non vuo­le esse­re sem­pli­ce­men­te mes­sa a dispo­si­zio­ne del­lo sguar­do del visi­ta­to­re, ma, come sug­ge­ri­sce il tito­lo del­la mostra Muy­brid­ge Recall, rie­vo­ca­ta attra­ver­so il pro­ces­so che la sua crea­zio­ne com­por­ta per gene­ra­re un lavo­ro nuo­vo: non uno ste­ri­le obiet­ti­vo di imi­ta­zio­ne ma un atto di spe­ri­men­ta­zio­ne che vada a sgan­ciar­si dal model­lo di partenza.

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