Casa Monluè: un centro di aggregazione e scambio culturale nella periferia est di Milano

Chia­ra Azzollini

Casa Mon­luè è, gra­zie al capar­bio impe­gno dell’associazione di volon­ta­ri Cen­te­si­mus Annus, un cen­tro di acco­glien­za per chi chie­de asi­lo e rifu­gio. Si tro­va in un ter­re­no tra il fiu­me Lam­bro e la tan­gen­zia­le Est di Mila­no. Ho sco­per­to Casa Mon­luè gra­zie all’ultimo mura­les rea­liz­za­to dal­la crew Nuclear1 con­tat­ta­ta da Cen­te­si­mus per ridi­pin­ge­re il sot­to­pas­sag­gio pedo­na­le che col­le­ga l’area urba­na intor­no a via Mece­na­te al sud­det­to cen­tro. I luo­ghi rap­pre­sen­ta­ti nel mura­les si ispi­ra­no all’Africa, ter­ra che gli ospi­ti del­la casa Mon­luè han­no attraversato.

Il pri­mo pae­sag­gio è marit­ti­mo: per gli ita­lia­ni sino­ni­mo di vacan­ze e relax, per i migran­ti sino­ni­mo di fron­tie­ra natu­ra­le e osti­le. Non c’è la cer­tez­za di supe­rar­la, né la con­sa­pe­vo­lez­za di cosa si tro­ve­rà al di là. Que­sto mare dipin­to è incri­na­to da onde, la cui aura mal­va­gia è smor­za­ta da un ippo­po­ta­mo che nuo­ta tran­quil­lo e da un mae­sto­so veliero.
Non è rap­pre­sen­ta­to fedel­men­te il viag­gio del migran­te che nel­la nostra cit­tà “lon­ta­na dal mare” si sen­te al ripa­ro dagli orro­ri dai qua­li fugge.

 

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Al cen­tro del mura­les è sta­ta dise­gna­ta l’Africa, con una serie di paro­le emble­ma­ti­che scrit­te all’interno, scel­te, dopo inten­si ragio­na­men­ti, dal wri­ter che ha cura­to quel­la par­te. Più avan­ti si tro­va il deser­to, altro osta­co­lo natu­ra­le che il migran­te deve affron­ta­re per rag­giun­ge­re quel­la che spe­ra esse­re la sal­vez­za. Non tro­via­mo però imma­gi­ni di per­so­ne sof­fe­ren­ti per il cal­do, che han­no a dispo­si­zio­ne mez­zo litro di acqua per attra­ver­sa­re il Saha­ra, ma un cam­mel­lo sor­ri­den­te e un’oasi, che riman­da­no imme­dia­ta­men­te all’idea di vita. L’ultimo luo­go è lon­ta­no dall’Africa: è un pae­sag­gio tipi­ca­men­te ita­lia­no, dove uno spa­ven­ta­pas­se­ri sor­ri­den­te acco­glie chi sta tran­si­tan­do nel­la cam­pa­gna di Monluè.

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In que­sto lun­go cor­ri­do­io ho visto il sim­bo­lo di ciò che vuo­le esse­re ed è Casa Mon­luè: un luo­go in cui poter dor­mi­re e man­gia­re tran­quil­li, piut­to­sto che ricor­da­re le pro­prie tra­gi­che vicen­de. Per vive­re sere­ni però non è suf­fi­cien­te aver dor­mi­to abba­stan­za e ave­re lo sto­ma­co pie­no, è neces­sa­rio anche ave­re qual­co­sa da fare duran­te le ore del gior­no. Inol­tre c’è biso­gno di un pon­te tra la cul­tu­ra di ognu­no e la socie­tà in cui si è appro­da­ti. È per que­sto che sono fon­da­men­ta­li i cen­tri di acco­glien­za come Casa Mon­lué, che ospi­ta­no per un perio­do, che va dai 6 ai 18 mesi, chi ha per­so tut­to ed è scap­pa­to dal­la pro­pria ter­ra. Il cen­tro cer­ca di for­ni­re stru­men­ti con­tro la ghet­tiz­za­zio­ne: al suo inter­no si ten­go­no cor­si di ita­lia­no, inte­gra­ti da film in lin­gua, gra­zie all’a­iu­to dei volon­ta­ri. Inol­tre ven­go­no orga­niz­za­ti tor­nei spor­ti­vi e altre atti­vi­tà per far cir­co­la­re ener­gie che altri­men­ti ver­reb­be­ro repres­se sot­to il velo del males­se­re. È sta­to nota­to, per esem­pio, quan­to il cura­re pian­te sia rige­ne­ran­te, oltre che uti­le: fa sen­ti­re la per­so­na che se ne occu­pa viva, impe­gna­ta, con un appun­ta­men­to gior­na­lie­ro in cui vede di nuo­vo svi­lup­par­si la vita.

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Le asso­cia­zio­ni che ope­ra­no den­tro Casa Mon­luè si occu­pa­no anche di fare da tra­mi­te tra i rifu­gia­ti e le azien­de. Il prin­ci­pio su cui lavo­ra­no i volon­ta­ri è, infat­ti, quel­lo che dimo­stra quan­to ave­re un’occupazione aiu­ti a eli­mi­na­re distur­bi psi­co­lo­gi­ci come la depres­sio­ne o la vio­len­za repres­sa. L’uomo nul­la­fa­cen­te è peri­co­lo­so per se stes­so e per gli altri, men­tre l’uomo con un lavo­ro è appa­ga­to e si sen­te uti­le alla comunità.

Un altro impor­tan­te com­pi­to del cen­tro di acco­glien­za è quel­lo dell’accompagnamento di ogni rifu­gia­to tra le peri­pe­zie del­la buro­cra­zia ita­lia­na ed euro­pea. Le per­so­ne che arri­va­no spes­so non pos­sie­do­no docu­men­ti d’identità. L’intensità dell’onda migra­to­ria met­te in dif­fi­col­tà i mem­bri del­la Com­mis­sio­ne Ter­ri­to­ria­le che inter­vi­sta­no i rifu­gia­ti. La sele­zio­ne si basa sul gra­do di tra­gi­ci­tà del­la sto­ria di ognu­no, così chi non ha sof­fer­to tan­tis­si­mo, ma solo tan­to, o chi scap­pa dal­la fame, si ritro­va ad esse­re, di fat­to, un fantasma.

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I cen­tri di acco­glien­za han­no il ruo­lo di accom­pa­gna­re il migran­te ver­so l’integrazione. Non pos­so­no for­nir­gli per sem­pre un’abitazione, quin­di al ter­mi­ne dell’iter buro­cra­ti­co, che sia anda­to a buon fine o meno, il migran­te è costret­to a lascia­re il cen­tro. Colo­ro che non supe­ra­no il “test” si ritro­va­no quin­di sen­za nes­su­na iden­ti­tà, se non quel­la che por­ta­no nel cuo­re, nes­sun per­mes­so di sog­gior­no e di lavo­ro, nes­su­na pos­si­bi­li­tà di tor­na­re indie­tro (la guer­ra da cui scap­pa­no lo impe­di­sce), nes­sun posto dove stare.

Sono que­sti i rischi che cor­re chi vive nel cen­tro, sono que­ste le moti­va­zio­ni che por­ta­no qua­lun­que esse­re uma­no alla pazzia.

Eppu­re l’aria che si respi­ra a Casa Mon­luè è diste­sa, si vedo­no tan­te fac­ce ben dispo­ste sia da par­te dei volon­ta­ri, sia dei rifu­gia­ti. Anche i cit­ta­di­ni che abi­ta­no il quar­tie­re han­no appro­va­to il pro­get­to per ridi­pin­ge­re quel­lo che era un sot­to­pas­sag­gio pedo­na­le tri­ste e buio. Ora è illu­mi­na­to e attra­ver­san­do­lo si vie­ne stuz­zi­ca­ti da spun­ti di rifles­sio­ne che, si spe­ra, non ven­ga­no affron­ta­ti con super­fi­cia­li­tà. Il feno­me­no migra­to­rio met­te tut­ti di fron­te alla dram­ma­ti­ca real­tà di guer­ra e cri­si che sta sof­fo­can­do una par­te di mon­do: par­la­re di pace e incon­tro oggi è un’urgenza. L’apertura men­ta­le è for­se l’unica arma per con­tra­sta­re la divi­sio­ne tra i popo­li e la pau­ra del­le bom­be e per sol­le­va­re l’animo di chi il viag­gio non lo vive come una vacanza.

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