L’esclusione dei nativi dalle elezioni statunitensi

Leti­zia Gianfranceschi

Si sa, anche in poli­ti­ca c’è chi può e non vuo­le, e chi pur volen­do non può.

L’astensionismo sem­bra esse­re diven­ta­ta la malat­tia cro­ni­ca del­le demo­cra­zie con­tem­po­ra­nee, pri­ma fra tut­te quel­la ita­lia­na, dove in occa­sio­ne del­le recen­ti ele­zio­ni ammi­ni­stra­ti­ve l’affluenza si è ridot­ta di qua­si 10 pun­ti per­cen­tua­li rispet­to a cin­que anni fa. La via dell’astensione appa­re qua­si una scel­ta obbli­ga­ta per mol­ti elet­to­ri. Lo scol­la­men­to tra rap­pre­sen­tan­ti e rap­pre­sen­ta­ti, che ha ali­men­ta­to il domi­nio del par­ti­to del non-voto, sem­bra in cer­ti casi deter­mi­na­to da fat­to­ri ester­ni diver­si dal­la capa­ci­tà degli elet­to­ri di sce­glie­re se e come espri­me­re la pro­pria volontà.

Negli Sta­ti Uni­ti, in vista del­la sfi­da per la Casa Bian­ca tra Hila­ry Clin­ton e Donald Trump in pro­gram­ma il pros­si­mo novem­bre, i dirit­ti poli­ti­ci di una del­le prin­ci­pa­li mino­ran­ze degli Sta­ti Uni­ti potreb­be­ro esse­re in peri­co­lo. I nati­vi ame­ri­ca­ni, infat­ti, nel­le ulti­me tor­na­te elet­to­ra­li han­no avu­to serie dif­fi­col­tà a mani­fe­sta­re la pro­pria volon­tà poli­ti­ca e visto con­cre­tiz­zar­si il rischio di una loro sop­pres­sio­ne politica.

La Nati­ve Ame­ri­can Rights Fund, uno stu­dio lega­le sen­za fini di lucro che dagli anni Set­tan­ta for­ni­sce assi­sten­za e rap­pre­sen­tan­za lega­le alle tri­bù india­ne, sta lavo­ran­do per amplia­re la par­te­ci­pa­zio­ne poli­ti­ca degli elet­to­ri appar­te­nen­ti a comu­ni­tà india­ne. I voting cases di cui la NARF si è occu­pa­ta sono comin­cia­ti nel 2006 e han­no riguar­da­to in par­ti­co­la­re l’Alaska e il Nord Dakota. 

In Ala­ska la vio­la­zio­ne dei dirit­ti poli­ti­ci dei nati­vi è lega­ta a una que­stio­ne lin­gui­sti­ca: dal 1975 il mate­ria­le elet­to­ra­le non ė dispo­ni­bi­le in nes­su­na del­le lin­gue par­la­te dal­la gen­te del posto, né in Yupik , né Inu­piaq, né in Gwich’in. Insom­ma, i mem­bri del­le tri­bù devo­no accon­ten­tar­si dell’inglese. Bas­sis­si­ma affluen­za ai seg­gi e incom­pren­sio­ne di ciò per cui si sta votan­do sono le prin­ci­pa­li con­se­guen­ze del­la vio­la­zio­ne dei dirit­ti degli indi­ge­ni. Le bat­ta­glie lega­li degli anni scor­si, l’ultima del­le qua­li con­clu­sa­si nel 2014, han­no avu­to un esi­to posi­ti­vo: la Cor­te ha ordi­na­to la tra­du­zio­ne di tut­to il mate­ria­le pre-elettorale.

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La legi­sla­zio­ne del North Dako­ta, inve­ce, pre­ve­de che gli elet­to­ri deb­ba­no pre­sen­ta­re un docu­men­to di iden­ti­tà che atte­sti il loro indi­riz­zo di resi­den­za, infor­ma­zio­ne di cui gene­ral­men­te sono sprov­vi­sti i docu­men­ti dei mem­bri del­le comu­ni­tà tri­ba­li. In pas­sa­to all’elettore che non fos­se in pos­ses­so dei docu­men­ti richie­sti era comun­que per­mes­so di vota­re, a pat­to che fos­se pos­si­bi­le accer­tar­ne l’identità attra­ver­so una depo­si­zio­ne scrit­ta. Tut­ta­via alcu­ni emen­da­men­ti pro­mos­si tra il 2013 e il 2015 non per­met­to­no ai nati­vi, per i qua­li risul­ta estre­ma­men­te dif­fi­ci­le pro­cu­rar­si nuo­vi docu­men­ti di iden­ti­tà, di pre­sen­ta­re la depo­si­zio­ne che con­sen­ti­reb­be di iden­ti­fi­car­li. Per que­sto, l’ultimo pro­get­to del NARF pre­ve­de la pre­sen­ta­zio­ne di una mozio­ne che pos­sa annul­la­re gli emen­da­men­ti che osta­co­la­no la par­te­ci­pa­zio­ne degli elet­to­ri nati­vi alle ele­zio­ni del pros­si­mo novembre. 

È solo l’ultimo epi­so­dio che con­fer­ma l’esistenza di quei con­fi­ni ben defi­ni­ti che han­no tra­di­zio­nal­men­te carat­te­riz­za­to la demo­cra­zia ame­ri­ca­na. La nar­ra­zio­ne che gli Sta­ti Uni­ti fan­no di sé stes­si, cioè quel­la di un pae­se in cui la demo­cra­zia è il prin­ci­pa­le bene di espor­ta­zio­ne, incon­tra limi­ti evi­den­ti. Per­ché sarà pur vero che  la Costi­tu­zio­ne ame­ri­ca­na si fon­da sul prin­ci­pio del gover­no limi­ta­to — nes­sun pote­re mag­gio­re rispet­to ai pote­ri con­fe­ri­ti dal popo­lo- e su quel­lo di sovra­ni­tà popo­la­re- la volon­tà del popo­lo è crea­tri­ce del gover­no stes­so; ma si trat­ta pur sem­pre di una volon­tà limi­ta­ta. Di cer­to non quel­la “dell’altro popo­lo americano”.

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Gli “altri ame­ri­ca­ni” sono i nati­vi, da sem­pre cul­tu­ral­men­te diver­si dagli euro­pei e dagli afroa­me­ri­ca­ni. Con que­sti ulti­mi, oltre che con le don­ne, con­di­vi­do­no una sto­ria di esclu­sio­ne dal­la demo­cra­zia sta­tu­ni­ten­se. Sto­ri­ca­men­te i mem­bri del­le tri­bù nati­ve sono sta­ti pro­ta­go­ni­sti del desti­no più dram­ma­ti­co nel­la lot­ta per i dirit­ti civi­li e poli­ti­ci che inte­res­sa tut­te le mino­ran­ze. Poco impor­ta che sia­no sta­ti i pri­mi a toc­ca­re le ter­re scon­fi­na­te del nuo­vo mon­do, pro­ba­bil­men­te discen­den­ti degli immi­gra­ti mon­go­li arri­va­ti cir­ca 30mila anni fa, con le loro micro­co­mu­ni­tà, le loro erbe sacre, la dan­za del­la piog­gia, le pipe acce­se che li met­to­no in con­tat­to con gli spi­ri­ti degli ante­na­ti, del­la Madre Ter­ra e dell’Universo inte­ro: gli atti del dram­ma sto­ri­co che li vede pro­ta­go­ni­sti sono innu­me­re­vo­li. Pri­ma gli ini­zia­li ten­ta­ti­vi di inte­gra­zio­ne con i colo­ni, le epi­de­mie di malat­tie sco­no­sciu­te arri­va­te dall’Europa insie­me alla sua fan­to­ma­ti­ca “civi­li­tà”, poi le guer­re com­bat­tu­te per lo sfrut­ta­men­to del­le risor­se, non­ché per la dife­sa di una pre­sun­ta purez­za dell’America bian­ca, e anco­ra l’espropriazione e la rimo­zio­ne for­za­ta auto­riz­za­ta dal pre­si­den­te Andrew Jack­son con l’Indian remo­val act del 1830, il fati­co­so cam­mi­no lun­go il “sen­tie­ro del­le lacri­me”, infi­ne la reclu­sio­ne nel­le riser­ve. A que­sto si aggiun­ge la costan­te ten­sio­ne tra demo­cra­zia for­ma­le e sostan­zia­le: nel 1870 il XV emen­da­men­to attri­bui­sce a tut­ti i cit­ta­di­ni ame­ri­ca­ni il dirit­to di voto “regard­less race”. Pec­ca­to però che i nati­vi sia­no costret­ti ad aspet­ta­re fino al 1924 pri­ma che l’Indian citi­zen­ship act gli attri­bui­sca il dirit­to alla cit­ta­di­nan­za. Da que­sto momen­to, comun­que, la con­ces­sio­ne dei dirit­ti poli­ti­ci rima­ne una que­stio­ne affi­da­ta agli Sta­ti, le cui legi­sla­zio­ni, estre­ma­men­te varie­ga­te, han­no non di rado impe­di­to la mani­fe­sta­zio­ne del­la volon­tà poli­ti­ca ai mem­bri del­le comu­ni­tà tribali. 

In occa­sio­ne del­le mid­term elec­tions  del novem­bre 2014, si sono ripro­po­sti i soli­ti pro­ble­mi che osta­co­la­no la par­te­ci­pa­zio­ne poli­ti­ca dei nati­vi. Come evi­den­zia­to da un grup­po di ricer­ca gui­da­to da Jean Schroe­del, docen­te al Dipar­ti­men­to di Poli­ti­ca ed Eco­no­mia del­la Cla­re­mont Gra­dua­te Uni­ver­si­ty ed esper­ta del­la sop­pres­sio­ne degli elet­to­ri nati­vi ame­ri­ca­ni, sono due i prin­ci­pa­li fat­to­ri che inci­do­no su essa: l’isolamento geo­gra­fi­co asso­cia­to alle con­di­zio­ni socioe­co­no­mi­che. La lon­ta­nan­za del­le riser­ve india­ne dai seg­gi, infat­ti, è dif­fi­cil­men­te col­ma­bi­le alla luce del­le pre­ca­rie con­di­zio­ni nel­le qua­li i mem­bri del­le comu­ni­tà sono costret­ti a vive­re. Inol­tre i costi di viag­gio deci­sa­men­te proi­bi­ti­vi dan­no vita ad una disu­gua­glian­za di fat­to: i nati­vi non han­no egua­le pos­si­bi­li­tà di regi­strar­si e vota­re rispet­to agli altri cit­ta­di­ni sta­tu­ni­ten­si. Il Voting rights advan­ce­ment act , intro­dot­to nel 2015, sem­bra in par­te aver ovvia­to alla que­stio­ne dell’isolamento geo­gra­fi­co. Emen­dan­do la leg­ge sul voto del 1965, esso con­sen­te ai rap­pre­sen­tan­ti del­le tri­bù india­ne di richie­de­re che uno o più seg­gi sia­no costi­tui­ti nel­le ter­re appar­te­nen­ti alle comu­ni­tà, in modo che i loro mem­bri pos­sa­no vota­re sen­za affron­ta­re alcun costo. In vista del­le ele­zio­ni pre­si­den­zia­li, il con­tri­bu­to che gli elet­to­ri nati­vi potran­no dare nel deter­mi­nar­ne l’esito non van­no sot­to­va­lu­ta­ti. Secon­do il grup­po di ricer­ca di Schroe­del il loro voto sareb­be addi­rit­tu­ra in gra­do di indi­riz­za­re le ele­zio­ni. Sem­pre che gli sia data la pos­si­bi­li­tà di vota­re. Sareb­be fol­le se per alcu­ni grup­pi l’astensionismo diven­tas­se una scel­ta qua­si obbli­ga­ta dall’esistenza di osta­co­li qua­li la distan­za dai seg­gi, l’etnia e la pover­tà. Ma d’altronde, come dico­no gli india­ni d’America, “vi è mol­to di fol­le nel­la vostra civiltà”.

 

 

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