Intervista a Ludovica Medaglia, vincitrice del Premio Campiello Giovani 2016

 

Ludo­vi­ca Meda­glia è una stu­den­tes­sa di 17 anni del Liceo Clas­si­co Bec­ca­ria di Mila­no. Il suo esor­dio nel pano­ra­ma let­te­ra­rio ita­lia­no coin­ci­de con la vit­to­ria del Pre­mio Cam­piel­lo Gio­va­ni 2016 con il rac­con­to “Wan­de­rer (Vian­dan­te)”.

Cosa ti ha spin­to a par­te­ci­pa­re al Pre­mio Cam­piel­lo Giovani?

La mia scuo­la ha orga­niz­za­to una serie di incon­tri con i par­te­ci­pan­ti del­le scor­se edi­zio­ni, quin­di il pri­mo approc­cio è sta­to diret­to. Inol­tre, la mia pro­fes­so­res­sa di Ita­lia­no ha insi­sti­to affin­ché mi but­tas­si in que­sta avven­tu­ra e non pos­so che esser­le gra­ta. È sta­ta lei a vede­re per pri­ma in me que­sta incli­na­zio­ne. La scrit­tu­ra è sta­ta una bel­lis­si­ma sco­per­ta, che non ave­vo anco­ra incon­tra­to sul­la mia stra­da. Non ave­vo mai scrit­to e mi sto acco­stan­do a que­sta atti­vi­tà con curio­si­tà e interesse.

Le fac­cio pre­sen­te che in real­tà non tra­spa­re mol­to che que­sto sia il suo pri­mo ten­ta­ti­vo, anzi. La deli­ca­tez­za con cui dispo­ne le paro­le sul­le pagi­ne è spiazzante.

All’inizio del rac­con­to dici che il tuo pro­ta­go­ni­sta “a vol­te scri­ve di get­to, più spes­so riflet­ten­do su ogni paro­la”. Tu scri­vi di get­to o sop­pe­san­do ogni sin­go­la parola?

Un po’ tut­te e due. Ci sono par­ti del rac­con­to che ho scrit­to pro­prio di get­to, come l’inizio, men­tre altre sono sta­te più len­te e labo­rio­se, soprat­tut­to ver­so la fine. La moda­li­tà di scrit­tu­ra del vec­chio, in fon­do, rispec­chia un po’ la mia.

A tal pro­po­si­to, ho nota­to che hai scel­to un pro­ta­go­ni­sta anzia­no. Da una ragaz­za di 17 anni non ci si aspet­ta una scel­ta così fuo­ri dal comu­ne. È sta­ta una deci­sio­ne pon­de­ra­ta o no?

È sta­ta una scel­ta mol­to pon­de­ra­ta. Innan­zi­tut­to vole­vo che il pro­ta­go­ni­sta spa­zias­se in una dimen­sio­ne tem­po­ra­le abba­stan­za ampia; inol­tre, ho pen­sa­to che il vec­chio potes­se dare mag­gior­men­te l’idea di soli­tu­di­ne, mes­sa in evi­den­za fin dall’inizio del rac­con­to. Mi pare­va che un uomo vici­no alla fine del­la sua vita riflet­tes­se appie­no que­sta con­di­zio­ne di spi­ri­to. Incon­scia­men­te poi, for­se è un modo per pren­de­re le distan­ze dal­la nor­ma, da tutti.

Ho nota­to la peri­zia con cui descri­vi stru­men­ti musi­ca­li, accor­di e minu­zie tec­ni­che: sei aman­te del­la musi­ca? È impor­tan­te per te?

Sì, suo­no il pia­no­for­te da sei anni. L’ho scel­to come stru­men­to sia per­ché mi è sem­pre pia­ciu­to, sia per­ché il pia­no­for­te rap­pre­sen­ta la soli­tu­di­ne: è uno stru­men­to soli­sta, un pia­ni­sta è vin­co­la­to fisi­ca­men­te al suo stru­men­to. Il vec­chio può rispec­chiar­si nel pia­no­for­te stes­so, c’è una sor­ta di iden­ti­tà fra sog­get­to e ogget­to. Lo stru­men­to non ha biso­gno di nes­su­no, così come l’uomo. Sono soli­sti e scor­da­ti, ed entram­bi neces­si­ta­no di un po’ di amore.

Ma tu quan­do suo­ni il pia­no­for­te sen­ti que­sta solitudine?

No, mai. Quan­do lo suo­no – e anco­ra più quan­do ascol­to qual­cu­no che suo­na – mi estra­neo total­men­te da tut­to e da tut­ti. Si instau­ra un rap­por­to mol­to for­te fra quel­lo che sto sen­ten­do e quel­lo che sto provando.

Una doman­da a pro­po­si­to del tito­lo: per­ché Wan­de­rer (Vian­dan­te)?

Pri­ma di tut­to, la “Wan­de­rer-Fan­ta­sie” è un bra­no che ricor­re costan­te­men­te nel rac­con­to e segna i momen­ti più impor­tan­ti nel­la vita del vec­chio: quan­do capi­sce di non pos­se­de­re la per­fe­zio­ne che la sua ama­ta ave­va, quan­do sta andan­do al Con­ser­va­to­rio o duran­te il pri­mo incon­tro con la sua nuo­va inse­gnan­te. E poi per­ché il vian­dan­te è lui. Ascol­tan­do l’ultima ese­cu­zio­ne nel rac­con­to – la Wan­de­rer-Fan­ta­sie, appun­to – cam­bia total­men­te la pro­spet­ti­va di vede­re le cose: se pri­ma lo sco­po fina­le del viag­gio era la mor­te, esa­spe­ra­ta dall’egocentrica ten­den­za di scri­ve­re i pro­pri necro­lo­gi, ora la meta è la fine del­la fati­ca stes­sa di vagare.

Data la sua natu­ra di vian­dan­te, il vec­chio spe­ri­men­ta un viag­gio, più psi­co­lo­gi­co che fisi­co. Cre­di che nel tuo rac­con­to il viag­gio pos­sa coin­ci­de­re con l’amore?

Sono un po’ spiaz­za­ta, nes­su­no ave­va mai con­ce­pi­to il viag­gio nel mio rac­con­to. Secon­do me no, per­ché in real­tà non si par­la di amo­re, per lo meno non in manie­ra tota­le. L’amore com­pa­re, nel­la vita del vec­chio, solo nel­la gio­vi­nez­za, tant’è che alla fine lui stes­so non ha volu­to far capi­re al let­to­re se la don­na sia Lei o no. Pro­ba­bil­men­te lo è, ma volu­ta­men­te non lascia tra­spa­ri­re emozioni.

Ma allo­ra sono io l’inguaribile roman­ti­ca che ha visto Lei dove in real­tà Lei non c’è?

Ride. In real­tà il fina­le del rac­con­to è lascia­to mol­to aper­to. Una mia ami­ca sostie­ne che in real­tà la don­na del fina­le sia solo una fan­ta­sia del vec­chio, che ricor­da e si imma­gi­na l’amore di gio­ven­tù. Ciò che lo sal­va dal­la mor­te, però, è la musi­ca, non l’amore. Il bel­lo dei rac­con­ti con il fina­le aper­to è pro­prio quel­lo di lascia­re tota­le liber­tà al lettore.

“Wan­de­rer (Vian­dan­te)” è il rac­con­to di un vec­chio pia­ni­sta che, per una scel­ta per­so­na­le det­ta­ta dall’amore e dal­la ricer­ca osses­si­va del­la per­fe­zio­ne, ha deci­so di non suo­na­re più. Nel­la sua immen­sa soli­tu­di­ne, dopo cinquant’anni di inat­ti­vi­tà deci­de di rispol­ve­ra­re il vec­chio pia­no­for­te, scor­da­to e solo come lui, e di rico­min­cia­re a suo­na­re. Sarà l’occasione di un incon­tro inaspettato.

Con­di­vi­di:
Elena Cirla
Stu­den­tes­sa di Let­te­re Moder­ne, clas­se 1994.
Aman­te del­l’au­tun­no, dei viag­gi e del vino rosso.

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