Anabel Hernández, una giornalista in fuga dai Narcos

Il Mes­si­co è uno dei pae­si in cui il mestie­re gior­na­li­sta si clas­si­fi­ca come pro­fes­sio­ne rischio­sa. La stam­pa è osta­co­la­ta da più fron­ti, appa­ren­te­men­te oppo­sti, ma in real­tà non trop­po distan­ti fra loro.

I prin­ci­pa­li nemi­ci del­la liber­tà di stam­pa in Mes­si­co sono,infatti, i nar­co­traf­fi­can­ti e il gover­no. Quest’ultimo, tra il 2006 e il 2012, anni in cui fu pre­sie­du­to da Feli­pe Cal­de­ron, attuò una lot­ta sen­za quar­tie­re ai car­tel­li del­la dro­ga, che si è però rapi­da­men­te tra­sfor­ma­ta in un’arma a dop­pio taglio.

Se si dà un occhio alla pagi­na Wiki­pe­dia su Feli­pe Cal­de­ron si leg­ge che: “Cal­de­ron ha fat­to del­la lot­ta al nar­co­traf­fi­co uno dei pun­ti car­di­ne del­la pro­pria azio­ne di gover­no: in vir­tù di que­sto impe­gno, ben 20.000 uomi­ni del­le for­ze arma­te sono impie­ga­ti nel­la lot­ta con­tro la cri­mi­na­li­tà orga­niz­za­ta ed il nar­co­traf­fi­co. Per quan­to il pro­ble­ma sia anco­ra lon­ta­no dal­l’es­se­re risol­to, è sta­to aumen­ta­to e per­fe­zio­na­to l’ap­pog­gio eco­no­mi­co e tec­ni­co degli Sta­ti Uniti.”

“Non c’è nul­la di più erra­to che con­si­de­ra­re la lot­ta ai car­tel­li del­la dro­ga, come una vit­to­ria del gover­no mes­si­ca­no o anche solo come un pas­so avan­ti” - affer­ma Ana­bel Her­nan­dez, gior­na­li­sta mes­si­ca­na e autri­ce di nume­ro­si libri tra cui Mexi­co en lla­mas: El lle­ga­do de Cal­de­ron (2012) e Los seño­res del nar­co, pre­sen­te al festi­val di Inter­na­zio­na­le a Ferrara.

La con­se­guen­za di que­sta guer­ra è sta­ta la mes­sa a fer­ro e fuo­co del pae­se. Ne è segui­ta una esca­la­tion del­la vio­len­za che ha fini­to per favo­ri­re rapi­men­ti e omi­ci­di di per­so­ne sco­mo­de sia ai nar­cos sia alla poli­zia mes­si­ca­na. Il pro­gres­si­vo mon­ta­re del­le vio­len­ze e dei rego­la­men­ti di con­ti ha reso dif­fi­ci­le per i gior­na­li­sti, spes­so cate­go­ria fasti­dio­sa per chi vuo­le agi­re ille­ci­ta­men­te nel­l’om­bra, eser­ci­ta­re la pro­pria pro­fes­sio­ne. Nume­ro­si sono i casi, cir­ca un cen­ti­na­io negli ulti­mi due anni, di gior­na­li­sti scom­par­si e ritro­va­ti squar­ta­ti in sac­chet­ti di plastica.

 

In Messico i giornalisti smembrati sono diventati il simbolo della libertà negata.

 

La giornalista Anabel Hernandez

 

Liber­tà che vie­ne sem­pre più dato per scon­ta­to non ci sia, dai mes­si­ca­ni e da chi si approc­cia a que­sto pae­se. I gior­na­li­sti si auto­cen­su­ra­no per pau­ra o per­ché non han­no i mez­zi per scap­pa­re dal pae­se come ha fat­to la Her­nan­dez dopo i quat­tro attac­chi subi­to in segui­to alla pub­bli­ca­zio­ne nel 2010 de Los seño­res del nar­co, in cui da’ una pano­ra­mi­ca det­ta­glia­ta del car­tel­lo di Sina­loa e del­la col­lu­sio­ne del­le alte sfe­re con esso facen­do nomi e cognomi.

“L’episodio che mi ha fat­to capi­re che non pote­vo più rima­ne­re in Mes­si­co è sta­to quan­do l’esercito è entra­to in casa mia, di not­te, in una casa pro­tet­ta da allar­mi e tele­ca­me­re for­ni­te­mi, insie­me alla scor­ta e ad una mac­chi­na blin­da­ta, dal gover­no stes­so dal 2012. Non han­no ruba­to nul­la, solo fru­ga­to nel mio archi­vio. Il gior­no seguen­te sono anda­ta a par­la­re con una fun­zio­na­ria del gover­no che cono­sco mol­to bene e lei ha con­fer­ma­to i miei sospet­ti: era sta­to l’esercito. L’esercito del­lo sta­to che dove­va pro­teg­ger­mi e che sul­la car­ta ha una del­le miglio­ri leg­gi a tute­la dei gior­na­li­sti. Pur­trop­po la real­tà è ben diver­sa.” Nel 2013 Ana­bel si è tra­sfe­ri­ta negli Sta­ti Uni­ti, una deci­sio­ne sof­fer­ta ma necessaria. 

Non rispar­mia le cri­ti­che su media e poli­ti­ca sta­tu­ni­ten­si, che defi­ni­sce “un puro bluff, uno show dove da un po’ di anni un per­so­nag­gio vale l’altro, non impor­ta chi vin­ce, per­ché a deci­de­re non sono il pre­si­den­te e il suo gover­no e nem­me­no sono le voci che con­ta­no di più. I car­tel­li del­la dro­ga in Ame­ri­ca sono sosti­tui­ti dal­le lob­by, che han­no pola­riz­za­to il dibat­ti­to poli­ti­co su una gene­ri­ca e peri­co­lo­sa­men­te fuor­vian­te lot­ta del bene con­tro il male.”

La gior­na­li­sta non teme una vit­to­ria di Trump, sem­pli­ce­men­te ave­va un altro com­pi­to a suo pare­re, che non ha nul­la a che vede­re con il vin­ce­re le elezioni. 

Trump ha rida­to adi­to ad un raz­zi­smo sem­pre laten­te negli Sta­ti Uni­ti, mai sopi­to, ma per cer­ti ver­si e in cer­te zone repres­so dal poli­ti­cal­ly cor­rect. Un pro­fes­so­re di Ber­ke­ley mi ha rac­con­ta­to che in una spiag­gia sta­tu­ni­ten­se, una signo­ra gua­te­mal­te­ca con due bam­bi­ni è sta­ta insul­ta­ta e man­da­ta via. Non dico che pri­ma nes­su­no aves­se il desi­de­rio desi­de­rio di far­lo, ma for­se non l’avrebbe fat­to con tan­ta disin­vol­tu­ra. Trump ha rot­to una bar­rie­ra e ria­per­to un flui­re di raz­zi­smo e pen­sie­ro vio­len­to che si era riu­sci­to a con­te­ne­re. Que­sto cre­do fos­se il suo ruo­lo e lo ha svol­to pienamente.”

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Susanna Causarano
Osser­vo ma non sono sem­pre cer­ta di quel­lo che vedo e ten­to inva­no di ammaz­za­re il tem­po. Ma quel­lo resta dov’è.

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