La piaga del divieto all’aborto in Polonia

C’è una gene­ra­zio­ne- clas­se 1993 — che ha vis­su­to per oltre ven­t’an­ni in un pae­se, la Polo­nia, in cui par­la­re di abor­to, edu­ca­zio­ne ses­sua­le e con­trac­ce­zio­ne era un tabù.

Nata nel­l’an­no del­l’ap­pro­va­zio­ne del­l’Act on fami­ly plan­ning, la leg­ge che vie­ta l’a­bor­to se non in casi ecce­zio­na­li, que­sta gene­ra­zio­ne pen­sa­va di aver visto abba­stan­za. Inve­ce, pochi gior­niAct of fami­ly plan­ning fa, la Came­ra bas­sa del Par­la­men­to di Var­sa­via ha appro­va­to in pri­ma let­tu­ra, con 267 voti a favo­re, 154 con­tra­ri e 11 aste­nu­ti, un dise­gno di leg­ge di ini­zia­ti­va popo­la­re che inten­de por­re un divie­to tota­le sul dirit­to all’a­bor­to e cri­mi­na­liz­za­re colo­ro che doves­se­ro vio­lar­lo (i medi­ci, le don­ne e i loro fami­lia­ri) con una pena fino a cin­que anni di reclusione.
La sostie­ne, pri­mo fra tut­ti, il par­ti­to di mag­gio­ran­za: Pis, Dirit­to e Giu­sti­zia, par­ti­to cat­to­li­co-inte­gra­li­sta che vede nel­l’ap­pro­va­zio­ne del­la nuo­va leg­ge sul­l’a­bor­to il pri­mo pas­so per ritor­na­re, come pro­mes­so in cam­pa­gna elet­to­ra­le, alle tra­di­zio­ni cri­stia­ne, inau­gu­ran­do “una nuo­va civil­tà in dife­sa del­la vita”, come alcu­ni suoi espo­nen­ti han­no recen­te­men­te dichiarato.

Non c’è sta­to nien­te da fare, inve­ce, per la pro­po­sta di leg­ge del­la coa­li­zio­ne Save Women che, soste­nu­ta dal oltre 215mila fir­me, chie­de­va il dirit­to all’a­bor­to entro la dodi­ce­si­ma set­ti­ma­na di gravidanza.
Già nel 1997 vi fu un pri­mo ina­spri­men­to del­la leg­ge, in segui­to ad una deci­sio­ne del­la Cor­te costi­tu­zio­na­le polac­ca che dichia­ró inco­sti­tu­zio­na­li le pra­ti­che di inter­ru­zio­ne del­la gravidanza.
Dire che fino­ra alle don­ne polac­che sia sta­ta con­ces­sa poca scel­ta è eufe­mi­sti­co e fuorviante.

Sul­la car­ta, la leg­ge esi­ste e con­sen­te l’a­bor­to in alcu­ni casi, per quan­to ecce­zio­na­li: quan­do la gra­vi­dan­za ha esi­to da uno stu­pro, rigo­ro­sa­men­te accer­ta­to da un pub­bli­co mini­ste­ro; quan­do la gra­vi­dan­za met­te la vita e la salu­te del­la don­na in serio peri­co­lo, neces­sa­ria­men­te accer­ta­to tra­mi­te un pare­re medi­co; infi­ne quan­do un esa­me pre­na­ta­le rive­la l’e­si­sten­za, nel­l’em­brio­ne, di gra­vi malformazioni.

In pra­ti­ca, però, è qua­si come se que­sta leg­ge non esi­stes­se: il cam­mi­no del­le don­ne e del­le ragaz­ze polac­che che voglio­no eser­ci­ta­re i pro­pri dirit­ti ripro­dut­ti­vi è lun­go, dif­fi­ci­le e ric­co di osta­co­li. Capi­ta spes­so a que­ste don­ne di dover aspet­ta­re mesi, esse­re tra­sfe­ri­te da un ospe­da­le all’al­tro, sot­to­por­si a pres­sio­ni, mani­po­la­zio­ni e discri­mi­na­zio­ni da più parti.

Non a caso, pro­prio per que­sti moti­vi, la Polo­nia è sta­ta più vol­te con­dan­na­ta dal­la Cor­te Euro­pea dei Dirit­ti dell’Uomo.
L’ul­ti­ma vol­ta, nel 2012, la ricor­ren­te, quat­tor­di­ci anni e una gra­vi­dan­za inde­si­de­ra­ta esi­to di uno stu­pro, ha subi­to oltre il dan­no la bef­fa: infor­ma­zio­ni con­trad­dit­to­rie sul­le con­di­zio­ni per l’in­ter­ru­zio­ne del­la gra­vi­dan­za, pres­sio­ni all’in­ter­no del­le strut­tu­re ospe­da­lie­re, la pro­po­sta di allon­ta­na­men­to dal­la fami­glia, per­fi­no la visi­ta di un pre­te. Tut­to que­sto ha por­ta­to la Cor­te ad affer­ma­re che la nega­zio­ne del­l’a­bor­to alle con­di­zio­ni in cui la leg­ge lo pre­ve­de, costi­tui­sce una vio­la­zio­ne plu­ri­ma dei dirit­ti uma­ni: il dirit­to alla vita pri­va­ta e fami­lia­re, il dirit­to alla liber­tà e alla sicu­rez­za, il divie­to di trat­ta­men­ti inu­ma­ni e degra­dan­ti e, infi­ne, la liber­tà di coscien­za dei medici.

Nel caso polac­co, non sono basta­te nean­che le rac­co­man­da­zio­ni pro­ve­nien­ti dal­le Nazio­ni Uni­te: dal Comi­ta­to dei dirit­ti eco­no­mi­ci, socia­li e cul­tu­ra­li a quel­lo per i dirit­ti uma­ni, pas­san­do per il Comi­ta­to pre­po­sto per vigi­la­re sul rispet­to del­la Con­ven­zio­ne sul­l’e­li­mi­na­zio­ne di tut­te le for­me di discri­mi­na­zio­ne con­tro le don­ne, attra­ver­so que­sti orga­ni­smi l’O­NU ha più vol­te ricor­da­to che gli osta­co­li lega­li, socia­li, cul­tu­ra­li e reli­gio­si che impe­di­sco­no un acces­so faci­li­ta­to all’a­bor­to in Polo­nia costi­tui­sco­no una vio­la­zio­ne del dirit­to del­le don­ne alla salu­te ses­sua­le e riproduttiva.

Infat­ti, più che ridur­re il nume­ro di abor­ti, leg­gi così restrit­ti­ve si accom­pa­gna­no soli­ta­men­te ad un aumen­to dei casi di abor­ti clan­de­sti­ni e all’e­ser­ci­zio sre­go­la­to del­le obie­zio­ni di coscienza.
Lo san­no bene colo­ro che han­no pre­so par­te alla Czar­ny pro­te­st, la pro­te­sta «nera» (cioè degli abi­ti neri) orga­niz­za­ta nei gior­ni scor­si sui social e di fron­te al Par­la­men­to di Var­sa­via e soste­nu­ta dal­le ONG fem­mi­ni­ste. La Fede­ra­tion for Women and Fami­ly Plan­ning, che per­se­gue l’u­gua­glian­za di gene­re difen­den­do i dirit­ti ripro­dut­ti­vi del­le don­ne, ha denun­cia­to che, nono­stan­te la legi­sla­zio­ne così restrit­ti­va, in Polo­nia si veri­fi­ca­no otto­cen­to­mi­la abor­ti ogni anno.

Una questione solamente politica?
Anche la continua interferenza di attori non-statali, come la Chiesa cattolica, può contribuire a spiegare la questione, ma non è abbastanza. Perché se è vero che oltre il 90% dei polacchi si dichiara cattolico, è altrettanto vero che la società polacca è perfettamente secolarizzata.

Quel­la che la scrit­tri­ce polac­ca Agniesz­ka Graff ha defi­ni­to «pau­ra del fem­mi­ni­smo» ha radi­ci pro­fon­de. La fine del comu­ni­smo ha avu­to l’ef­fet­to, ina­spet­ta­to e dirom­pen­te, di pro­dur­re un ritor­no alla tra­di­zio­na­le divi­sio­ne dei ruo­li fami­lia­ri, accom­pa­gna­ta da una mar­gi­na­liz­za­zio­ne poli­ti­ca ed eco­no­mi­ca del­le don­ne. L’e­sten­sio­ne del­le liber­tà civi­li e poli­ti­che del 1989 non è sta­ta segui­ta da un amplia­men­to dei dirit­ti del­le don­ne ma, al con­tra­rio, da un raf­for­za­men­to di un gen­der gap inossidabile.

Con l’ingresso nell’UE nel 2004 e l’in­clu­sio­ne del­la Polo­nia nel­lo spa­zio di libe­ra cir­co­la­zio­ne, sem­pre più don­ne polac­che sono sta­te indot­te a intra­pren­de­re viag­gi all’e­ste­ro per inter­rom­pe­re le gra­vi­dan­ze inde­si­de­ra­te. Si trat­ta però solo di quel­le abba­stan­za ric­che da affron­tar­ne i costi, per tut­te le altre, nes­su­na scelta.
Così è nato il fem­mi­ni­smo in Polo­nia, con un sen­so di urgen­za e mis­sio­ne, con il qua­le ha affer­ma­to che restri­zio­ni come quel­le che da decen­ni in que­sto pae­se carat­te­riz­za­no la legi­sla­zio­ne non sono soste­nu­te da poli­ti­che che faci­li­ta­no la contraccezione.

Leggi come quella che il parlamento polacco sembra intenzionato ad approvare costituiscono una scorciatoia per non discutere di ciò di cui le donne hanno effettivamente bisogno. Educazione sessuale, rimozione delle barriere che ostacolano l’accesso alla contraccezione, prodotti igienico-sanitari più economici, eliminazione del divario salariale, essere interpellate, essere ascoltate, essere libere di scegliere.

La gene­ra­zio­ne polac­ca del 1993 non è poi tan­to diver­sa da altre, cre­sciu­te in altri pae­si euro­pei dove i dirit­ti lega­ti alla salu­te ripro­dut­ti­va esi­sto­no de jure, ma risul­ta­no dif­fi­cil­men­te pra­ti­ca­bi­li de facto.

Oggi, 3 otto­bre, i soste­ni­to­ri del dirit­to all’aborto han­no invi­ta­to le don­ne polac­che a scio­pe­ra­re per mani­fe­sta­re il pro­prio dis­sen­so ma, come rive­la Gaze­ta Wybo­re­za, mol­te non si uni­ran­no alla pro­te­sta per pau­ra del­le ritorsioni.
Se la nuo­va leg­ge doves­se esse­re appro­va­ta, come è pro­ba­bi­le che suc­ce­da, sarà per l’ennesima vol­ta, quel­lo che le don­ne non vogliono.

Letizia Gianfranceschi
Stu­den­tes­sa di Rela­zio­ni Inter­na­zio­na­li. Il mon­do mi incu­rio­si­sce. Mi inte­res­so di dirit­ti. Amo la let­te­ra­tu­ra, le lin­gue stra­nie­re e il tè.
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