Laura Aggio Caldon: con le mie foto denuncio la piaga del lavoro minorile

img_0238Giu­lia Bonizzi

Lau­ra Aggio Cal­don è una foto­gra­fa free­lan­ce ita­lia­na che vive a Roma. Dopo aver con­se­gui­to il master in foto­gior­na­li­smo, ha viag­gia­to con la sua mac­chi­na foto­gra­fi­ca scat­tan­do e docu­men­tan­do situa­zio­ni di respi­ro socia­le, uma­ni­ta­rio e geo­po­li­ti­co. Ora si tro­va impe­gna­ta in vari­re­por­ta­ge al con­fi­ne tra Liba­no e Siria dato che col­la­bo­ra da mar­zo scor­so con l’UNICEF in Liba­no, bat­ten­do­si in par­ti­co­lar modo per risol­ve­re il pro­ble­ma del lavo­ro mino­ri­le nel paese.
​Dai dati dell’associazione inter­na­zio­na­le infat­ti, in Liba­no, un abi­tan­te su quat­tro è un pro­fu­go siria­no e di que­sti la metà ha meno di diciot­to anni. Il qua­dro del­la situa­zio­ne si pre­sen­ta anco­ra più dram­ma­ti­co se a que­sti dati si aggiun­ge il fat­to che il pae­se non ha ade­ri­to alla con­ven­zio­ne di Gine­vra e che, come con­se­guen­za di ciò, vi è la tota­le assen­za di assi­sten­za sani­ta­ria e di cam­pi pro­fu­ghi per i rifu­gia­ti pro­ve­nien­ti dal­la vici­na Siria. Come spie­ga la reporter

“Molti adulti hanno paura di spostarsi liberamente: avrebbero seri problemi se venissero fermati dalla polizia libanese o dai militari senza essere in possesso dei documenti. I minori di 16 anni invece non sono tenuti a mostrarli alle autorità locali, e quindi hanno una maggiore libertà di movimento, diventando la principale o addirittura l’unica fonte di sostentamento per le loro famiglie”.

Tan­ti vol­ti, sto­rie e lezio­ni di vita sono pas­sa­te attra­ver­so il suo obiet­ti­vo e la con­di­zio­ne del lavo­ro mino­ri­le in Liba­no le è rima­sta tal­men­te a cuo­re da dedi­ca­re tut­ta la sua sezio­ne Fac­to­ry Boy, che lei stes­sa ha intro­dot­to al Festi­val del­la Foto­gra­fia Eti­ca di Lodi lo scor­so 23 otto­bre, pro­prio a que­sta tema­ti­ca. Noi di Vul­ca­no sia­mo anda­ti ad intervistarla.

I suoi scat­ti sono sta­ti inse­ri­ti tra i set­to­ri espo­si­ti­vi del Festi­val del­la Foto­gra­fia Eti­ca, cre­de che la foto­gra­fia sia in gra­do di lan­cia­re un mes­sag­gio socia­le? Soprat­tut­to, cre­de che qual­co­sa cam­bie­rà dopo i suoi reportage?

Pur­trop­po a malin­cuo­re, per quan­to io pos­sa cre­de­re al mes­sag­gio posi­ti­vo che sto tra­smet­ten­do, devo ammet­te­re la veri­tà: poche cose cam­bie­ran­no sia in Liba­no che in Siria. L’intento però è sta­to quel­lo di mostra­re un altro lato del­la guer­ra, spes­so igno­ra­to ma non per que­sto meno impor­tan­te da com­bat­te­re. Si è abi­tua­ti ad asso­cia­re l’idea di lavo­ro mino­ri­le ai pae­si del Ter­zo Mon­do, non pen­san­do inve­ce che pos­sa esse­re una real­tà cosí dif­fu­sa e rad­ca­ta, oltre che un’immediata e ine­vi­ta­bi­le con­se­guen­za di guer­re come que­sta. Il mes­sag­gio che voglio tra­smet­te­re è che le fami­glie dei bam­bi­ni siria­ni che ho ritrat­to nel­le mie foto non voglio­no che acca­da tut­to que­sto, ma sono costret­ti a vede­re nel­la mano­do­pe­ra dei mino­ri l’unica via di usci­ta per il sosten­ta­men­to famigliare.

Il Liba­no e la Siria sono luo­ghi tutt’altro che sem­pli­ci per una foto­re­por­ter, in par­ti­co­lar modo se è don­na. Ha mai incon­tra­to osta­co­li duran­te i suoi fotoreportage?

In real­tà per l’ingresso in Liba­no e nei vil­lag­gi in cui ho poi effet­tua­to la mag­gior par­te dei miei scat­ti non ci sono sta­ti gros­si pro­ble­mi: cono­sce­vo già alcu­ne fami­glie loca­li gra­zie a pre­ce­den­ti col­la­bo­ra­zio­ni in meri­to ad altri progetti.

Il problema più grande è stato con i libanesi che non riuscivano a comprendere il motivo per cui io m’interessassi così tanto ai Siriani, minimizzando le ingiustizie che io volevo documentare e liquidandomi con un “lavorano, qual è il problema?”

Ulti­ma­men­te ho riscon­tra­to anche qual­che osti­li­tà da par­te del­le for­ze arma­te: i pro­fu­ghi sono in con­ti­nuo aumen­to e si ha la pau­ra di infil­tra­zio­ni da par­te del’ISIS, per­ciò in alcu­ne occa­sio­ni ho dovu­to ren­der con­to del mio ope­ra­to in caserma.

Som­man­do le sue espe­rien­ze, c’è qual­che vol­to o imma­gi­ne che le è rima­sta par­ti­co­lar­men­te a cuo­re e che vor­reb­be con­di­vi­de­re con noi?

Cer­to, me ne ricor­do una in par­ti­co­la­re. Mi tro­va­vo in una casa liba­ne­se con due ragaz­zi­ni di 10 e 13 anni che lavo­ra­va­no con il padre nel set­to­re dell’edilizia. Uno dei due, Moha­med, di ricor­di del­la Siria ne ave­va ben pochi: l’unico che gli era rima­sto impres­sa era quel­lo del gela­to che pren­de­va con lo zio, una situa­zio­ne bana­le, ma che ai suoi occhi era un impor­tan­te ricor­do appar­te­nen­te ad un’infanzia ormai abban­do­na­ta. La cosa che più mi ha stret­to il cuo­re è che pri­ma di andar via mi pre­gò di non dimen­ti­ca­re la sua sto­ria e rac­con­tar­la a chiun­que aves­se visto la foto, che poi sono riu­sci­ta a scat­tar­gli. Nono­stan­te la gio­va­ne età era pie­na­men­te con­sa­pe­vo­le dell’ingiustizia che sta­va subendo.

Qua­li sono i suoi pros­si­mi progetti?

Sicu­ra­men­te mi sen­to di inclu­de­re nuo­va­men­te tra le mie mete il Liba­no. Mi pia­ce­reb­be mol­to con­ti­nua­re sul­la linea dell’inchiesta e, dopo aver affron­ta­to la sco­mo­da que­stio­ne del­le spo­se bam­bi­ne e la con­di­zio­ne di lavo­ro mino­ri­le, riu­scir a fare un foto­re­por­ta­ge sul­la con­di­zio­ne nel­le car­ce­ri. Mol­ti siria­ni che scap­pa­no dagli orro­ri del­la guer­ra ven­go­no infat­ti eti­chet­ta­ti come diser­to­ri e incar­ce­ra­ti e vor­rei rac­co­glie­re anche le loro sto­rie e testimonianze.

Con­di­vi­di:
Redazione on FacebookRedazione on InstagramRedazione on TwitterRedazione on Youtube
Redazione

Commenta per primo

Lascia un commento

L'indirizzo email non sarà pubblicato.