Scrivo dunque sono. “Lettere da Berlino” di Vincent Pérez

Ave­te mai pen­sa­to a cosa signi­fi­chi com­bat­te­re una guer­ra da soli? Una guer­ra gran­de, poten­te, pene­tran­te, una guer­ra che non lascia scam­po, che ti scon­vol­ge l’e­si­sten­za. Una guer­ra di uomi­ni e altri uomi­ni, una guer­ra coin­vol­gen­te, una guer­ra con­tro la qua­le ogni for­ma di ribel­lio­ne, di sen­so cri­ti­co, di indi­vi­dua­li­tà sem­bra per­de­re vigo­re e ragion d’es­se­re; una guer­ra a cui nes­su­no cre­de più di poter resistere.

È a que­sto che i coniu­gi Otto e Anna Quan­gel deci­do­no di rispon­de­re con un’ar­ma ben più incal­zan­te ed effi­ca­ce di quel­le che ogni gior­no, dal 1939 al 1945, mie­te­va­no miglia­ia e miglia­ia di vit­ti­me inno­cen­ti, in nome di una poten­za e di un ego smisurati.

“Let­te­re da Ber­li­no”, il sesto film del regi­sta sviz­ze­ro Vin­cent Pérez, por­ta in sce­na la dura ed appas­sio­na­ta lot­ta di una don­na for­te ma distrut­ta dal dolo­re per aver per­so il suo uni­co figlio sul fron­te e del suo fede­le mari­to, un ope­ra­io: entram­bi, scos­si dal ter­ri­bi­le even­to, deci­do­no di intra­pren­de­re una bat­ta­glia silen­zio­sa e pun­gen­te, un ten­ta­ti­vo dispe­ra­to di scuo­te­re una socie­tà com­ple­ta­men­te assue­fat­ta dal­le atro­ci­tà e ormai trop­po spa­ven­ta­ta e accondiscendente.

“Nei miei sogni vedo gen­te che lan­cia sab­bia negli ingra­nag­gi”, sus­sur­ra Otto alla moglie, con una vena di tri­stez­za ma una fle­bi­le luce di spe­ran­za negli occhi.

Nell’aria campeggia un sentimento di stagnazione, di accettazione passiva, di rassegnazione ad una guerra inutile e ad un dittatore carnefice, che dal suo ufficio impartisce ordini di distruzione del diverso e sogna una Grande Germania.

Con un corag­gio com­mo­ven­te e una pre­ci­sio­ne sin­go­la­re, Otto comin­cia a scri­ve­re del­le pic­co­le car­to­li­ne da lascia­re in giro per la cit­tà che reci­ta­no fra­si con­tro la guer­ra, con­tro il Fuh­rer e le sue fol­lie e con­tro quel regi­me che sta annien­tan­do il mon­do inte­ro. Per far­lo, si muni­sce di guan­ti e cam­bia la sua gra­fia, così da non esse­re rico­no­sciu­to. Ma que­sti accor­gi­men­ti non basta­no e scat­ta imme­dia­ta­men­te una cac­cia all’”Uomo-Ombra”. Otto si ritro­va solo, spa­ven­ta­to e feri­to, ma ha suf­fi­cien­te for­za d’a­ni­mo, amo­re e auda­cia da far tre­ma­re anche solo per un secon­do le fon­da­men­ta di una dit­ta­tu­ra e le con­vin­zio­ni di chi, fino a poco tem­po pri­ma, vi obbe­di­va ciecamente.

Non si pen­sa mai dav­ve­ro alla guer­ra se non la si vive, né si può lon­ta­na­men­te imma­gi­na­re che cosa signi­fi­chi non sape­re se il gior­no dopo si sarà vivi, si avrà la pro­pria casa. Se vostro figlio sarà vivo, o se un col­po di fuci­le ve lo por­te­rà via per sem­pre. Non si sa che cosa sia il corag­gio di bat­ter­si con­tro un mon­do così gran­de e così cat­ti­vo, cosa sia la pau­ra para­liz­zan­te, il sen­so di pri­gio­nia fisi­co e men­ta­le che  impe­di­sce di pen­sa­re, di par­la­re, di scrivere.

Sulla guerra si scrive, si cantano canzoni, si recitano poesie.

Ma chi è così pro­fon­da­men­te e for­se incon­sa­pe­vol­men­te for­tu­na­to da non aver vis­su­to nean­che un minu­to di que­ste ter­ri­bi­li atro­ci­tà può solo imma­gi­nar­si quel­lo che Pérez ci rac­con­ta attra­ver­so la vita di due eroi, inter­pre­ta­ti magi­stral­men­te da Emma Thomp­son, nel ruo­lo di Anna, e Bren­dan Gleen­son, nel ruo­lo di suo mari­to Otto.

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Carlotta Ruocco
Sono nata a Lec­co nel 1995 e — cir­ca da quan­do ne ho facol­tà — scri­vo. Ho ini­zia­to con gli sca­ra­boc­chi sul muro del­la came­ret­ta, poi ho deci­so che avrei volu­to far­ne un mestie­re. Ci sto lavo­ran­do. Nell’elenco del­le mie cose pre­fe­ri­te al mon­do ci sono le cola­zio­ni all’aperto, i discor­si pie­ni e le coper­ti­ne di Internazionale.

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