Abbattere il caporalato, l’incontro con Yvan Sagnet a Bookcity

Boo­k­ci­ty ani­ma l’ambiente fami­lia­re del­la Pic­co­la Biblio­te­ca Con­di­vi­sa, dove il 18 novem­bre era­no ospi­ti lo scrit­to­re e sin­da­ca­li­sta Yvan Sagnet, il gior­na­li­sta Ric­car­do Colet­ti e Fran­ce­sco Caru­so. Auto­re di “Ama il tuo sogno” e di “Ghet­to Ita­lia”, Sagnet ricor­da lo sta­to di schia­vi­tù in cui vive­va in Puglia appe­na nel 2011, il lun­go scio­pe­ro, la lot­ta ed infi­ne la vittoria.

Nato in Came­run, Sagnet svi­lup­pa fin da bam­bi­no un’ammirazione per l’Italia, dovu­ta alla glo­rio­sa par­ti­ta di mon­dia­le del suo pae­se d’origine svol­ta­si nel ’90 a Napo­li. Nono­stan­te ciò la sua ammi­ra­zio­ne non era mol­to popo­la­re in Came­run, nazio­ne trop­po cul­tu­ral­men­te distan­te dall’Italia. A Tori­no stu­dia Inge­gne­ria, ma dopo aver per­so la bor­sa di stu­dio, per col­pa di un esa­me di Infor­ma­ti­ca, si ritro­va ad ave­re dispe­ra­ta­men­te biso­gno di dena­ro ed è in quel momen­to che si tra­sfe­ri­sce a Nar­dò, un comu­ne in pro­vin­cia di Lec­ce, quan­do vie­ne a cono­scen­za gra­zie ad un giro di pas­sa­pa­ro­la di un pos­si­bi­le impie­go come rac­co­gli­to­re di pomodori.

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“A Nar­dò sco­pro una real­tà dell’Italia che mi era sco­no­sciu­ta: le bidon­vil­le ed i ghet­ti. Sono sta­to ospi­te nel­la Mas­se­ria Bon­cu­ri, un cen­tro mes­so a dispo­si­zio­ne dal comu­ne di Nar­dò per l’accoglienza dei lavo­ra­to­ri sta­gio­na­li che rag­giun­ge­va­no il posto per la rac­col­ta del­le angu­rie e dei pomo­do­ri, le due col­tu­re che si pro­du­co­no in quel­la zona. 

Rimango scioccato: per me non era diverso da un campo di concentramento. 

C’erano del­le ten­de, cen­ti­na­ia e cen­ti­na­ia di lavo­ra­to­ri che veni­va­no da tut­te le par­ti dell’Africa che vive­va­no in con­di­zio­ni disu­ma­ne e che nem­me­no nel­la mia ter­ra si era­no mai viste. C’erano solo 5 bagni per cir­ca otto­cen­to per­so­ne. Poi quan­do è ini­zia­ta l’attività lavo­ra­ti­va si è pre­sen­ta­to un signo­re che tut­ti chia­ma­va­no ‘il capo­ra­le’.”

Il capo­ra­la­to, ossia quel siste­ma di reclu­ta­men­to agri­co­lo lega­to ad orga­niz­za­zio­ni mafio­se, è dif­fu­so tan­to nel sud quan­to nel nord Ita­lia, dice lo scrit­to­re. Ai lavo­ra­to­ri, per lo più immi­gra­ti e per­so­ne in gra­vi dif­fi­col­tà eco­no­mi­che, non veni­va­no sti­pu­la­ti con­trat­ti rego­la­ri ed era­no costret­ti attra­ver­so vio­len­ze ed inti­mi­da­zio­ni a lavo­ra­re dal­le 8 alle 12 ore al gior­no. “Era­va­mo costret­ti a paga­re al capo­ra­le una tas­sa di tra­spor­to di euro per­ché era vie­ta­to rag­giun­ge­re il posto di lavo­ro usan­do un mez­zo pro­prio. Poi ci costrin­ge­va­no a paga­re un pani­no tre euro e cin­quan­ta e l’ acqua un euro e cin­quan­ta, quin­di ogni gior­no si spen­de­va­no cir­ca 10 euro. La paga era a cot­ti­mo, dipen­de­va da quan­ti con­te­ni­to­ri di pomo­do­ri si riu­sci­va­no a riem­pi­re; media­men­te dai quat­tro ai cin­que cas­so­ni. Per ogni cas­sa la paga era di tre euro e cin­quan­ta.” Inol­tre veni­va­no riti­ra­ti i per­mes­si di sog­gior­no agli immi­gra­ti che ne era­no in pos­ses­so, al fine di reclu­ta­re altri lavo­ra­to­ri. Spes­so i docu­men­ti riti­ra­ti spa­ri­va­no ed auto­ma­ti­ca­men­te l’immigrato che ne era il pro­prie­ta­rio diven­ta­va clan­de­sti­no.  In tal modo si tro­va­va com­ple­ta­men­te alla mer­cé del capo­ra­le.

“Ho deci­so di ribel­lar­mi e ho orga­niz­za­to il pri­mo scio­pe­ro di lavo­ra­to­ri migran­ti. Non era così sem­pli­ce per­ché tut­to quel­lo che avve­ni­va era sapu­to da tut­ti, dal­le isti­tu­zio­ni, dal­le for­ze dell’ordine, dal­le azien­de. Vige­va quin­di un siste­ma di com­pli­ci­tà che non lascia­va spa­zio alla rivol­ta, un siste­ma mafioso”.

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La pro­te­sta, dura­ta cir­ca due mesi, fu anche appog­gia­ta da CGIL, ma nono­stan­te il dia­lo­go tra isti­tu­zio­ni e scio­pe­ran­ti, gli sfor­zi sem­bra­va­no esse­re vani. “Ave­va­mo capi­to che dai tavo­li non avrem­mo otte­nu­to nul­la e che biso­gna­va tor­na­re alla lot­ta. Quan­do abbia­mo deci­so di bloc­ca­re la pro­du­zio­ne, per la pri­ma vol­ta si sono pre­sen­ta­ti i pro­prie­ta­ri ter­rie­ri per sup­pli­car­ci di tor­na­re a rac­co­glie­re i pomo­do­ri. È lì che abbia­mo capi­to la for­za del­lo sciopero.”

Il risul­ta­to più impor­tan­te otte­nu­to dal­lo scio­pe­ro fu pro­prio l’introduzione del rea­to di capo­ra­la­to nel 2011, una leg­ge che è sta­ta modi­fi­ca­ta ieri, 18 novem­bre, con l’approvazione del­la Came­ra dei depu­ta­ti. Il rea­to di capo­ra­la­to pre­scin­de ora dall’utilizzo del­la vio­len­za e sono sta­te intro­dot­te del­le san­zio­ni (da uno a sei anni di reclu­sio­ne e dai cin­que­cen­to ai mil­le euro di mul­ta per ogni lavo­ra­to­re reclu­ta­to) non più solo per l’intermediario, ovve­ro il capo­ra­le, ma anche per il dato­re di lavoro.

“La lotta paga, però questo non significa che abbiamo vinto la guerra. Ci siamo resi conto che il fenomeno del caporalato è strutturale e va oltre i confini del Salento, fa parte del sistema politico e del sistema imprenditoriale.”

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Barbara Venneri
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