Giovanni Testori visto da chi lo recita: intervista a Michele Maccagno

(Foto di coper­ti­na di Nico­lò Piuz­zi Photography)

 

Il tea­tro vero non ha mai avu­to nien­te da spar­ti­re con gli intel­let­tua­li, soprat­tut­to con i regi­sti, che l’hanno riem­pi­to del­le loro inven­zio­ni atro­ci. Il tea­tro oggi si fon­da su tut­to tran­ne che sull’unica cosa su cui si dovreb­be fon­da­re: la parola.

-G. Testo­ri, 1987

 

Che dire­ste ad un atto­re e ad un regi­sta che voles­se­ro por­ta­re in sce­na una piè­ce di un auto­re che ha paro­le così dure per i regi­sti? Cer­to che non è cosa faci­le. Sarà pos­si­bi­le con­sta­tar­ne la riu­sci­ta coi pro­pri occhi dal 24 al 27 novem­bre allo Spa­zio Ban­ter­le, in col­la­bo­ra­zio­ne con il Tea­tro degli Incam­mi­na­ti, tea­tro tra il duo­mo e San Babi­la inau­gu­ra­to a set­tem­bre, dove ver­rà mes­sa in sce­na Sdi­sO­rè, ope­ra scrit­ta da Gio­van­ni Testo­ri nel 1992, per la reci­ta­zio­ne di Miche­le Mac­ca­gno, già atto­re del Pic­co­lo Tea­tro con la regia di Gigi Dall’Aglio. Testo­ri è for­te­men­te lega­to al ter­ri­to­rio, a Mila­no, il dia­let­to mila­ne­se ha un ruo­lo impor­tan­te  nel suo tea­tro e la sua ope­ra si diver­si­fi­ca  tra roman­zi, rac­con­ti, sce­neg­gia­tu­re, tra cui quel­la del capo­la­vo­ro Roc­co e i suoi fra­tel­li  e ope­re tea­tra­li. Il nome del tea­tro è un omag­gio alla com­pa­gnia di Testo­ri, appun­to Gli Incam­mi­na­ti, che lui chia­ma­va scher­zo­sa­men­te anche Scar­roz­za­ti e che per parec­chi anni fu un’ impor­tan­te com­pa­gnia. Sia­mo anda­ti a fare una chiac­chie­ra­ta con Miche­le Mac­ca­gno, in tour­née fino ad apri­le 2017 con il Giu­lio Cesa­re di Wil­liam Sha­ke­spea­re, diret­to da Alex Rigò­la, in cui inter­pre­ta Cas­sio. Nel cast anche Miche­le Rion­di­no, nei pan­ni di Mar­co Anto­nio e Maria Gra­zia Man­druz­za­to nel ruo­lo di Giu­lio Cesare.

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(Sdi­sO­rè, foto di Lui­gi Guaineri)

Per­ché un auto­re come Testo­ri è così poco rap­pre­sen­ta­to e come mai oggi deci­di di ripar­ti­re da Sdi­sO­rè?

 

Cre­do che il suo esse­re cat­to­li­co pos­sa esse­re sta­to discri­mi­nan­te. Ci sono mol­ti arti­sti, come per esem­pio Romeo Castel­luc­ci, regi­sta e sce­no­gra­fo tra i più cono­sciu­ti al mon­do, che è mol­to spi­ri­tua­le in ciò che fa. Si con­fon­de spes­so il cat­to­li­ce­si­mo con l’ascolto del­la mes­sa. Io ho un’idea mia di reli­gio­ne, non sono omo­ses­sua­le (come lo era Testo­ri, ndr) ma non vedo per­chè non dovrei met­ter­mi a lavo­ra­re su un testo come SdisOrè.

 

Testori è morto nel 1993 e nel 1992 scrisse SdisOrè, l’ultima opera scritta e l’ultima messa in scena dagli Incamminati, la sua compagnia. Si ammalò e morì e da allora nessuno ha più prodotto nulla di Testori, quasi fosse una sorta di lutto. Quindi la valenza simbolica è forte: gli Incamminati chiudono la rappresentazione dell’opera di Testori con SdisOrè e riaprono con la medesima.

 

Tu sei un atto­re affer­ma­to. Sei giu­sto in que­sti mesi in tour­née con il Giu­lio Cesa­re di Alex Rigò­la. Come mai Testori?

 

Testo­ri, nel­lo stu­diar­lo a fon­do a livel­lo di testo, mi ha dato mol­to. Sdi­sO­rè è la riscrit­tu­ra del­la tri­lo­gia dell’Orestea di Eschi­lo. La sto­ria per som­mi capi la cono­scia­mo  tut­ti, Ore­ste tor­na a casa per ven­di­ca­re l’as­sas­si­nio di sua madre Cli­ten­ne­stra nei con­fron­ti del padre Aga­men­no­ne. La mis­sio­ne è quin­di ucci­de­re Cli­ten­ne­stra e il com­pa­gno Egi­sto, anch’es­so com­pli­ce del­l’o­mi­ci­dio. Una vol­ta ucci­si, la socie­tà, al posto di tor­men­tar­lo coi sen­si di col­pa, lo assolve.

Testo­ri modi­fi­ca que­sto fina­le. Alla mor­te dei geni­to­ri Ore­ste, non vuo­le il pro­ces­so. Dice infat­ti, se anche la socie­tà mi assol­ves­se per­ché l’ho libe­ra­ta da due mostri, io non mi sen­ti­rei comun­que a posto per aver ucci­so. Qua­le dei due potreb­be esse­re il fina­le più plau­si­bi­le? Il per­do­no, la neces­si­tà di esse­re per­do­na­ti, sono tut­te nozio­ni igno­te ai tem­pi di Eschi­lo, le inse­ri­sce Testo­ri nel­la sua rilettura. 

Uno può essere cattolico o meno, ma la parola perdono oggi è importante, chiave direi e la rilettura di SdisOrè, ruota attorno a questo concetto. Oggi le guerre sono dietro l’angolo, il perdono assume un ruolo importante, forse nemmeno sappiamo quanto.

Cos’è il cat­to­li­ce­si­mo per Testori?

 

Qual­co­sa di mol­to com­ples­so, non di fac­cia­ta. Imma­gi­na che sia cre­sciu­to in una fami­glia cat­to­li­ca degli anni ‘40, rigi­da, per giun­ta omo­ses­sua­le e  lega­to alla madre, con­vin­to che esse­re tale non fos­se giu­sto, apprez­za­bi­le. Il suo cat­to­li­ce­si­mo era un’aspirazione a qual­co­sa di più, rispet­to a quel­lo che pos­sia­mo inten­de­re per cat­to­li­ce­si­mo. Era una ricer­ca di qual­co­sa che affa­sci­na­va e al con­tem­po spa­ven­ta­va. Negli anni Set­tan­ta il con­tral­ta­re, alme­no poli­ti­ca­men­te, di Testo­ri era Paso­li­ni, nono­stan­te nutris­se­ro entram­bi gran­de inte­res­se per la que­stio­ne religiosa. 

 

Ci rac­con­ti un po il tuo percorso?

 

Par­to come archi­tet­to, anche se non ho che la lau­rea in archi­tet­tu­ra. Sono di Tor­to­na, pae­si­no del Pie­mon­te dove il tea­tro non fil­tra gran­ché. Ven­ni a Mila­no a stu­dia­re al Poli­tec­ni­co e una not­te, pas­seg­gian­do, notai un uomo che attac­ca­va dei volan­ti­ni di un cor­so di tea­tro. Mi chie­se se voles­si veni­re. “C’è una lezio­ne da mez­za­not­te alle 9 di mat­ti­na” dis­se. Andai e non smi­si più. Fre­quen­tai la Pao­lo Gras­si, al cui pro­vi­no mi con­fron­tai con figli di regi­sti e atto­ri, che sape­va­no tut­to di tut­ti o alme­no così pare­va. Io nel­la mia igno­ran­za cata­stro­fi­ca ven­ni pre­so. Sono anco­ra in con­tat­to con inse­gnan­ti del­la Gras­si, ma non sono mai anda­to ad inse­gna­re. Poi per die­ci anni poi ho lavo­ra­to al fian­co di Ron­co­ni al Piccolo.

 

E com’è sta­to lavo­ra­re con Ronconi?

 

Fu bel­lis­si­mo, non tan­to per il risul­ta­to ma per il pro­ces­so che sta­va die­tro ad ogni risul­ta­to, ovve­ro spet­ta­co­lo. Ron­co­ni ti dava tut­to e vole­va che tu miglio­ras­si. Non sono la per­so­na adat­ta a par­lar­ne, sono trop­po di parte.

 

Testo­ri scrit­to­re, dram­ma­tur­go e anche pittore.

 

Testo­ri par­tì come scrit­to­re neo­rea­li­sta, non dimen­ti­chia­mo che fu auto­re di Roc­co e i suoi fra­tel­li. Pas­sò dal­la foto­gra­fia nuda e cru­da del­la real­tà, alla dram­ma­tur­gia in dia­let­to infar­ci­ta di fran­ce­si­smi e lati­ni­smi, qua­si una sor­ta di gra­me­lot. Pre­se, come uomo e come pit­to­re, ad osser­va­re i qua­dri di Bacon, che con­ten­go­no una for­te carat­te­riz­za­zio­ne e ricer­ca del­la real­tà nel­la sua totalità.

 

Testori fa lo stesso con il teatro e la sua pittura, senza voglia di stupire, ma di capire e far capire che la realtà non è solo quella sociale, permeata e polarizzata dalla politica, ma ha degli stati molto più profondi. 

 

Scom­por­re la real­tà, un vol­to, come face­va picas­so che, attra­ver­so il cubi­smo, pro­va­va ad espli­ci­ta­re tut­ti gli stra­ti del­la real­tà, è la mis­sio­ne di Testo­ri. Non si accon­ten­ta­va del­la let­tu­ra del­la socie­tà, con­se­gna­ta dal­la nar­ra­zio­ne pre­do­mi­nan­te. Reci­ta­re testi così non è imme­dia­to. Per­chè pochi fan­no Testo­ri, tor­nan­do alla pri­ma doman­da? Io dico: pro­va­te a far­lo. Per dir­ne una, quel­la su cui sono con­cen­tra­to ora, SisDo­rè, sono 135 pagi­ne in dia­let­to mila­ne­se con varie con­ta­mi­na­zio­ni, una lin­gua qua­si inven­ta­ta, del­la dura­ta tota­le di un’ora e ven­ti. Ser­ve una gran­de pre­pa­ra­zio­ne, io sono anni che voglio por­ta­re in sce­na Testo­ri, ma pri­ma di far­lo sul serio ce n’è volu­to. For­se pro­prio que­sto me lo fa amare.

 

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Susanna Causarano
Osser­vo ma non sono sem­pre cer­ta di quel­lo che vedo e ten­to inva­no di ammaz­za­re il tem­po. Ma quel­lo resta dov’è.

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