L’autunno caldo nella Budapest del ’56

Accad­de oggi esat­ta­men­te 60 anni fa uno di quei rari even­ti che nel­la sto­ria segna uno spar­tiac­que. Il 4 novem­bre del 1956 i car­ri arma­ti sovie­ti­ci entra­no nel­la capi­ta­le Buda­pe­st e repri­mo­no nel san­gue la rivo­lu­zio­ne scop­pia­ta tre­di­ci gior­ni prima.
La rivol­ta magia­ra entra nel­la sto­ria come l’unica sol­le­va­zio­ne di mas­sa per­pe­tra­ta in un pae­se dell’area sovie­ti­ca ed ha riper­cus­sio­ni che non si limi­ta­no sola­men­te al pic­co­lo pae­se. Il con­te­sto e gli intrec­ci sto­ri­ci fan­no sì che que­sto even­to abbia un’importanza signi­fi­ca­ti­va. In pri­mo luo­go la mor­te di Sta­lin nel 1953 e l’ascesa di Kru­scev nel PCUS cree­rà le basi di que­sta mobi­li­ta­zio­ne, la denun­cia dei cri­mi­ni sta­li­nia­ni e le timi­dis­si­me aper­tu­re da par­te del neo-segre­ta­rio ver­so una mag­gio­re, ma non tota­le, indi­pen­den­za poli­ti­ca dei pae­si satel­li­ti inne­sca­no la mic­cia in un pae­se dove l’influenza rus­sa è sem­pre sta­ta mal dige­ri­ta. In secon­da bat­tu­ta il fat­to che il par­ti­to comu­ni­sta unghe­re­se abbia per­so, se non tut­ta, gran par­te del con­sen­so popo­la­re e le fer­ree diret­ti­ve da Mosca non susci­ta­no entu­sia­smo e han­no stre­ma­to la popolazione.

Tor­nan­do agli intrec­ci sto­ri­ci, l’insurrezione unghe­re­se si col­lo­ca in un momen­to che vede nume­ro­se pro­te­ste e scio­pe­ri in varie par­ti dell’impero sovie­ti­co. Ber­li­no Est nel ’53 e Poz­nan nel­lo stes­so perio­do costi­tui­sco­no, per così dire, una sor­ta di cam­pa­nel­lo d’allarme in quel­lo che al tem­po si rite­ne­va fos­se il regi­me più sta­bi­le e immu­ta­bi­le nel mondo.

Il 23 ottobre 1956 intellettuali, lavoratori, studenti, rifugiati politici scendono in piazza per chiedere la partenza delle truppe sovietiche dal paese magiaro, pluralismo partitico, libere elezioni e democratizzazione.

La pro­te­sta si tra­sfor­ma in rivo­lu­zio­ne quan­do il segre­ta­rio del Par­ti­to Comu­ni­sta Ernő Gerő tra­smet­te alla radio un mes­sag­gio rivol­to ai mani­fe­stan­ti nel qua­le li defi­ni­sce “fasci­sti” e “ter­ro­ri­sti bian­chi”. Si trat­ta del­la goc­cia che fa tra­boc­ca­re il vaso: ven­go­no pre­se d’assalto le sedi del par­ti­to sovie­ti­co, del­la radio e del­la poli­zia di Sta­to, vie­ne distrut­ta la sta­tua di Sta­lin e ini­zia una serie di scon­tri che si pro­trag­go­no per i gior­ni successivi.

A capo del par­ti­to vie­ne mes­so un uomo ama­to dal­la fol­la, che nono­stan­te sia comu­ni­sta si è ritro­va­to incar­ce­ra­to per le sue posi­zio­ni filo-titi­ne, Nagy. Il 28 otto­bre Nagy e i “pacie­ri” sovie­ti­ci si incon­tra­no per cer­ca­re di cal­ma­re le acque; il tut­to si risol­ve­rà con una fal­sa pro­mes­sa da par­te dei sovie­ti­ci di con­ce­de­re egua­li liber­tà ai pae­si satel­li­ti. Qui entra­no anco­ra una vol­ta in gio­co gli intrec­ci del­la sto­ria. Nagy capi­sce l’inganno sovie­ti­co e si appel­la all’ONU per cer­ca­re un aiu­to che però mai arri­ve­rà da nes­sun paese.

Il mondo è infatti più concentrato sulla crisi di Suez che proprio in quei giorni si sta consumando molto più a Sud e che vede coinvolte Francia e Gran Bretagna, con gli Stati Uniti che dimostrano di non tenere a un paese così lontano dai propri confini.

L’Unione Sovie­ti­ca ha così il via libe­ra per l’intervento arma­to in Unghe­ria che ver­rà deci­so il 31 otto­bre a Mosca. A nien­te ser­vi­ran­no gli sfor­zi diplo­ma­ti­ci di Nagy che per il suo pae­se si immo­le­rà, dopo esse­re sta­to tenu­to pri­gio­nie­ro per due anni.

Il 4 novem­bre i car­ri arma­ti arri­va­no a Buda­pe­st e schiac­cia­no i sogni di liber­tà unghe­re­si tra il ver­go­gno­so silen­zio di tut­to il mondo.
Sul­le ori­gi­ni ideo­lo­gi­che del­la rivol­ta si è discus­so a lun­go ma le tesi prin­ci­pa­li sono essen­zial­men­te due: la pri­ma teo­riz­za che sia sta­ta una rivo­lu­zio­ne socia­li­sta liber­ta­ria vol­ta non ad abbat­te­re il socia­li­smo, ma ben­sì a miglio­rar­lo, secon­do una visio­ne sicu­ra­men­te lon­ta­na da quel­la di Sta­lin e Kru­scev, ossia un socia­li­smo ori­gi­na­rio e puro basa­to sui Con­si­gli dei lavo­ra­to­ri; la secon­da tesi sostie­ne inve­ce che sia sta­ta una rivo­lu­zio­ne demo­cra­ti­ca mira­ta all’au­to­de­ter­mi­na­zio­ne poli­ti­ca e all’in­di­pen­den­za da Mosca, con un gover­no socialdemocratico.

Le con­se­guen­ze sto­ri­che di que­sto even­to sono sta­te enor­mi, soprat­tut­to in Ita­lia. Qui Buda­pe­st pro­vo­ca la fine dell’unità d’azione tra socia­li­sti e comu­ni­sti, con da una par­te i socia­li­sti che attra­ver­so le paro­le di Nen­ni con­dan­ne­ran­no dura­men­te l’intervento sovie­ti­co, dall’altra i comu­ni­sti che non bat­te­ran­no ciglio. Anzi Togliat­ti, espo­nen­te inter­na­zio­na­le di mag­gior rilie­vo nel mon­do comu­ni­sta al tem­po e quin­di il più ascol­ta­to insie­me a Tito e Mao da Kru­scev, sarà deci­si­vo nel­la deci­sio­ne da par­te del PCUS di inter­ve­ni­re mili­tar­men­te in Unghe­ria. Un’altra con­se­guen­za fu che da quel momen­to in poi, fat­ta ecce­zio­ne per la pri­ma­ve­ra di Pra­ga del’68, non ci saran­no più sus­sul­ti rivo­lu­zio­na­ri in ter­ri­to­rio sovie­ti­co fino alla cadu­ta del Muro. La lezio­ne magia­ra fu seve­ris­si­ma e rivol­ta anche agli altri pae­si e Kru­scev spe­dì a seda­re la rivol­ta più for­ze mili­ta­ri di quel­le che Hitler sca­gliò con­tro la Rus­sia duran­te la Secon­da Guer­ra Mon­dia­le. Ma pro­ba­bil­men­te sarà que­sto l’evento che ini­zie­rà a incri­na­re le fon­da­men­ta dell’Unione Sovie­ti­ca, che cadran­ni defi­ni­ti­va­men­te nel 1991.

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Dennis Galimberti

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