The Space in Between : Marina Abramović

Guia Zava­nel­la

Mari­na, nel­la ter­ra di mez­zo: “Io non appar­ten­go a que­sto pia­ne­ta.” Esor­di­sce così Mari­na Abra­mo­vić nel suo film The spa­ce in Bet­ween. Effet­ti­va­men­te il fisi­co da gigan­tes­sa, la pel­le mar­mo­rea, gli occhi vitrei e tor­bi­di fan­no pen­sa­re ad una figu­ra extra-ter­re­stre, sospe­sa tra due mondi. 

Voglio che l’umanità impa­ri a tra­scen­de­re il dolo­re” , que­sta è la mis­sio­ne di cui si sen­te inve­sti­ta l’artista e che più ha afflit­to la sua esi­sten­za tor­men­ta­ta, pren­den­do­la “ani­ma e cor­po”. Fin dai pri­mor­di del­la sua car­rie­ra, Mari­na ha sem­pre col­pi­to per un’arte estre­ma­men­te pro­vo­ca­to­ria, vol­ta a susci­ta­re una for­te rea­zio­ne nel­lo spettatore.


Che piac­cia o no, Mari­na, la “Grand­ma” del­la per­for­man­ce, ha inau­gu­ra­to un nuo­vo modo di fare arte per­for­ma­ti­va: il cor­po, pre­so nei suoi limi­ti spa­zia­li, diven­ta lo spa­zio limi­na­le, “the spa­ce in bet­ween” appun­to per un’esperienza extra­sen­so­ria­le, vol­ta a capi­re fino a che pun­to la sof­fe­ren­za, spin­ta fino all’ultima lacri­ma, può esse­re per­ce­pi­ta dall’uomo.

The Space in Between, è un docu-film che ben riassume la poetica dell’artista e rappresenta una sorta di viaggio terminale di Marina nella sofferenza, alla ricerca dell’antidoto che consenta all’umanità di superare il dolore fisico, spezzando le catene che legano l’uomo alla sofferenza. 

Diven­tan­do imma­gi­ne del­la sua imma­gi­ne, Mari­na met­te in sce­na sé stes­sa, com­pren­den­do il sen­so di estre­ma soli­tu­di­ne che ci acco­mu­na ine­qui­vo­ca­bil­men­te. Il suo ten­ta­ti­vo di ricrea­re una for­ma di empa­tia per­ce­pi­ta uni­ver­sal­men­te pren­de il nome di Meto­do Abra­mo­vić , pra­ti­ca che uni­sce neu­ro­scien­za e spi­ri­tua­li­tà, attra­ver­so dispo­si­ti­vi scien­ti­fi­ci e natu­ra­li mes­si a dispo­si­zio­ne di una comu­ni­tà di “fede­li”, tra cui anche Lady Gaga. L’arte del­la per­for­man­ce diven­ta “main­stream” pro­prio per inten­zio­ne dell’artista che neces­si­ta, ad un cer­to pun­to, di un aumen­to dell’audience. Ecco che si apre la deri­va nar­ci­si­sti­ca del­la nostra epo­ca visto che Mari­na si per­de con­ti­nua­men­te a rimi­ra­re la pro­pria imma­gi­ne, finen­do per inna­mo­rar­se­ne e allo stes­so tem­po distac­car­se­ne, con­sa­pe­vo­le del­la pro­pria inti­ma duplicità.

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Una nota pecu­lia­re è la fre­quen­te appa­ri­zio­ne del­la video­ca­me­ra, vol­ta pro­ba­bil­men­te a sot­to­li­nea­re il qua­dro di rife­ri­men­to in cui si svol­ge la sce­na che altro non è se non la sua vita.
E’ come se la per­for­mer ci dices­se: “ Insom­ma non cre­de­re­te che sia tut­to vero? Non è sem­pre una fin­zio­ne ciò che sto rap­pre­sen­tan­do? Non è sem­pre un film quel­lo che sta­te veden­do? Non cre­de­te­mi, o per­lo­me­no cre­de­te a ciò che vi fac­cio vede­re: noi sia­mo pura con­trad­di­zio­ne, solo immer­gen­do­ci, fil­man­do arri­ve­re­mo alla veri­tà di fondo. “


Inol­tre la Mari­na divi­niz­za­ta non è cre­di­bi­le. Soprat­tut­to per­ché si par­la di “reli­gio­ne” appli­ca­ta al meto­do Abra­mo­vić , con il risul­ta­to che pare più uno stru­men­to di mar­ke­ting, un com­po­sto di tut­te le ten­den­ze spi­ri­tua­li del nostro mon­do. Dal ritor­no auten­ti­co alla natu­ra, al cibo bio­lo­gi­co, pas­san­do per una visio­ne comi­ca del­l’u­ni­ver­so, il film — che inclu­de il suo cam­mi­no di rina­sci­ta in Bra­si­le, intra­pre­so dopo esser­si lascia­ta con il suo amo­re Ulay — sem­bra qua­si la ver­sio­ne aggior­na­ta con più sofi­sti­ca­zio­ni di Man­gia, pre­ga, ama.

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Stes­sa tra­ma (delu­sio­ne amo­ro­sa, fuga d’amore in un pae­se eso­ti­co per ritro­va­re se stes­si), stes­si sem­pli­ci mes­sag­gi spi­ri­tua­li, con la dif­fe­ren­za che The Spa­ce in Bet­ween si pre­fig­ge un obiet­ti­vo più serio: arri­va­re al cuo­re dell’umanità. La tra­ma appo­si­ta­men­te non ori­gi­na­le nascon­de un inten­to mani­po­la­to­rio, come tut­te le per­for­man­ce pas­sa­te dell’Abramović , dove, in que­sto caso, l’esca è la delu­sio­ne amo­ro­sa, che ci por­ta a coin­vol­ger­ci uma­na­men­te nel­la vicen­da, per poi por­tar­ci a spe­ri­men­ta­re tor­tu­re visi­ve, o sem­pli­ce­men­te il suo vis­su­to auto­re­fe­ren­zia­le, in un cam­mi­no che non risul­ta ave­re alcun riscon­tro peda­go­gi­co se non la sua ten­den­za a voler­si fare divi­ni­tà e a richie­der­ci fedel­tà tota­le. Si potreb­be qua­si soste­ne­re che tut­ti i mes­sag­gi che ven­go­no espres­si nel film fun­ga­no da ele­men­ti acces­so­ri rispet­to all’intento del­la Sibil­la, fon­da­men­tal­men­te, avi­da d’attenzioni.


Ritor­nan­do al dilem­ma esi­sten­zia­le, Mari­na Abra­mo­vić  è attri­ce e non lo nascon­de. E’ la sua pel­le a dir­lo per pri­ma, inci­pria­ta come una masche­ra dell’opera. L’apparenza andro­gi­na ricor­da un Car­me­lo Bene o una Maria Cal­las. La voce è pro­fon­da, caden­za­ta, estre­ma­men­te affa­sci­nan­te e per­sua­si­va: tea­tra­le. Ma nell’atto stes­so in cui reci­ta non si pren­de sul serio, insi­ste a dimo­stra­re che sta fingendo.
In que­sto è attri­ce ma in que­sto è anche Mari­na Abra­mo­vić .

https://vimeo.com/71313266

Alla fine del docu­men­ta­rio, con­tro ogni aspet­ta­ti­va, Mari­na affer­ma: “il vero arti­sta è il pub­bli­co. Io sono lo spec­chio del pub­bli­co e il pub­bli­co è il mio spec­chio”. Infat­ti è pro­prio il pub­bli­co, nel­la per­for­man­ce, a par­te­ci­pa­re allo spet­ta­co­lo e a deter­mi­nar­ne il suo suc­ces­so, attra­ver­so la sua rea­zio­ne. Il segui­to di Mari­na è mon­dia­le, media­ti­co. Ma allo stes­so tem­po, dopo una del­le sue pri­me per­for­man­ce, pro­prio lei ammet­te che dopo lo spet­ta­co­lo, dove cre­de­va di esse­re riu­sci­ta a crea­re un lega­me empa­ti­co con gli spet­ta­to­ri, nes­su­no si rela­zio­na­va a lei. Una vol­ta usci­ta dal pro­prio ruo­lo, con­ti­nua­va a resta­re un estra­neo, vota­to all’indifferenza generale.
La doman­da che ci pone ci offre gran­di spun­ti di rifles­sio­ne. Non sarà for­se il pub­bli­co il vero atto­re? Non sare­mo alla fine tut­ti noi atto­ri poten­zia­li, con mil­le iden­ti­tà e sem­pre pron­ti a rap­pre­sen­ta­re un’ideale di noi stes­si, fin­gen­do di ade­ri­re all’altro, sen­za appa­ren­te coin­vol­gi­men­to? Mari­na è sin­ce­ra, non si tira indie­tro, ha il corag­gio di donar­ci la sua rap­pre­sen­ta­zio­ne più auten­ti­ca, ma pur sem­pre una rap­pre­sen­ta­zio­ne resta.

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Mari­na Abra­mo­vić  è un’espressione pro­fon­da del­la nostra epo­ca contemporanea.
In que­sto pro­flu­vio di imma­gi­ni da cui sia­mo som­mer­si, l’artista cer­ca di defi­ni­re e inci­de­re la pro­pria imma­gi­ne este­ti­ca attra­ver­so una docu­men­ta­zio­ne foto­gra­fi­ca rilevante .
Tut­to il film è costrui­to su un mini­ma­li­smo con­cet­tua­le affa­sci­nan­te. The Spa­ce in Bet­ween, in fin dei con­ti, non è un sem­pli­ce docu­men­ta­rio, è una ripre­sa “live” non pri­va di un ele­men­to fin­zio­na­le che non fini­sce mai di con­trad­dir­si, rive­lan­do­si inno­cen­te ai nostri occhi. 
A voi l’ardua sen­ten­za: https://vimeo.com/59367009



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Guia Zavanella

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