CGIL: tre referendum sul Jobs Act

FOTO DI REPERTORIO ©lapresse 09/02/12 Susanna Camusso

La rifor­ma del lavo­ro pro­mos­sa da Renzi nel 2014 potreb­be ave­re vita bre­ve. Il 12 dicem­bre di que­st’an­no, infat­ti, è sta­to pre­sen­ta­to dal­la CGIL un refe­ren­dum abro­ga­ti­vo che ha rac­col­to cir­ca 3 milio­ni fir­me e che dovrà esse­re esa­mi­na­to dal­la Cor­te Costi­tu­zio­na­le l’11 gennaio. 

Que­sto a pat­to che non si vada ad ele­zio­ni anti­ci­pa­te — in caso di scio­gli­men­to del­la Came­ra qua­lun­que refe­ren­dum è da con­si­de­rar­si sospe­so — e che il testo pro­mos­so dal sin­da­ca­to sia ammissibile.

Meglio cono­sciu­ta come “Jobs Act”, la rifor­ma del lavo­ro si com­po­ne di otto decre­ti legi­sla­ti­vi ed è sta­ta appro­va­ta con non poche pole­mi­che nel 2015. Essa ha modi­fi­ca­to signi­fi­ca­ti­va­men­te vaste aree del dirit­to del lavo­ro, tra cui quel­le che riguar­da­no i licen­zia­men­ti, pre­sta­zio­ni socia­li e con­trat­ti. Tut­ta­via sono solo tre sono i temi toc­ca­ti dal referendum.

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Il pri­mo gran­de pun­to si iden­ti­fi­ca nell’arti­co­lo 18 del­lo Sta­tu­to dei Lavo­ra­to­ri. Pri­ma del­la leg­ge For­ne­ro, esso pre­ve­de­va la rein­te­gra­zio­ne del dipen­den­te sul pro­prio posto di lavo­ro in caso di licen­zia­men­to sen­za giu­sta causa. 

Con le modi­fi­che dell’anno pas­sa­to, la rein­te­gra­zio­ne è sta­ta limi­ta­ta ai casi di licen­zia­men­ti lega­ti a discri­mi­na­zio­ni, men­tre per i con­ge­di ingiu­sti­fi­ca­ti è sta­ta mes­sa a dispo­si­zio­ne un’indennità che si quan­ti­fi­ca pro­por­zio­nal­men­te agli anni di ser­vi­zio e che può varia­re dal­le quat­tro alle ven­ti­quat­tro mensilità. 

Si legge dal sito dei promotori del referendum che quest’ultimi non solo intendono ritornare all’originalità dell’articolo 18, ma anche ampliarlo.

“CGIL chie­de il refe­ren­dum per il rein­te­gro nel posto di lavo­ro in caso di licen­zia­men­to disci­pli­na­re giu­di­ca­to ille­git­ti­mo, esten­den­do­lo anche per le azien­de sot­to i quin­di­ci dipen­den­ti, fino a cin­que dipen­den­ti. Nel caso in cui ciò avven­ga in un’azienda con meno di cin­que addet­ti, il rein­te­gro non sarà auto­ma­ti­co ma a discre­zio­ne del giudice.”

Un altro que­si­to andreb­be ad abro­ga­re la leg­ge Bia­gi, entra­ta in vigo­re nel 2003, la qua­le ave­va eli­mi­na­to la cosid­det­ta ‘respon­sa­bi­li­tà soli­da­le’. Il testo refe­ren­da­rio del­la CGIL chie­de la rein­tro­du­zio­ne di que­sto prin­ci­pio, secon­do il qua­le una socie­tà è obbli­ga­ta a tute­la­re e garan­ti­re il posto di lavo­ro al pro­prio dipen­den­te in caso di subappalto.

L’ultimo e più dibat­tu­to que­si­to chie­de una limi­ta­zio­ne dell’uso dei vou­cher, poi­ché secon­do CGIL “attra­ver­so l’utilizzo dei vou­cher il lavo­ra­to­re accet­ta impie­ghi barat­ta­ti al ribas­so e vede azze­ra­ti i pro­pri dirit­ti con una risi­bi­le con­tri­bu­zio­ne ai fini pre­vi­den­zia­li.” In effet­ti, quan­do que­sti ‘buo­ni lavo­ro’ furo­no intro­dot­ti ave­va­no lo sco­po di per­met­te­re a un dato­re di lavo­ro di retri­bui­re legal­men­te un impie­go occa­sio­na­le — come ripe­ti­zio­ni, puli­zie o lavo­ri sta­gio­na­li — che altri­men­ti sareb­be sta­to paga­to in nero.

Ad oggi, però, il “Jobs Act” ha amplia­to l’utilizzo dei vou­cher a tut­ti gli ambi­ti lavo­ra­ti­vi con un mas­si­mo di retri­bu­zio­ne di  set­te­mi­la euro all’an­no e tra il 2015 e il 2016 ne sono cir­co­la­ti sem­pre di più. Di con­se­guen­za, altre for­me di con­trat­to a tem­po deter­mi­na­to sareb­be­ro sta­te pena­liz­za­te e, inol­tre, alcu­ni dato­ri di lavo­ro avreb­be­ro masche­ra­to la retri­bu­zio­ne in nero acqui­stan­do un vou­cher desti­na­to a copri­re solo una par­te del­le ore effet­ti­va­men­te svol­te dal lavoratore.

Que­sto refe­ren­dum, accom­pa­gna­to da una nuo­va car­ta dei dirit­ti uni­ver­sa­li dal lavo­ro, pre­sen­ta­ta sem­pre da CGIL, sem­bra voler con­tra­sta­re la dimi­nu­zio­ne dei dirit­ti contrattuali.

Anche se, alme­no come era sta­ta pre­sen­ta­ta da Mat­teo Ren­zi, essa era sta­ta con­ce­pi­ta per incen­ti­va­re la sti­pu­la­zio­ne dei con­trat­ti a tem­po inde­ter­mi­na­to gra­zie alle tute­le cre­scen­ti e quin­di come un modo di accre­sce­re le occa­sio­ni di lavo­ro e non di dimi­nui­re i dirit­ti dei lavoratori. 

E secon­do gli ulti­mi dati ISTAT l’o­biet­ti­vo sem­bra anche esse­re sta­to rag­giun­to, in quan­to il tas­so di occu­pa­zio­ne è cre­sciu­to dell’1,3% rispet­to all’an­no scorso. 

Però, nel­l’a­na­li­si dei dati, non sem­pre è oro quel che luc­ci­ca: secon­do alcu­ni ana­li­sti, infat­ti, que­sta sareb­be solo una bol­la che, sì, per­met­te alle impre­se di assu­me­re nuo­vi dipen­den­ti in fase di cre­sci­ta, ma gli per­met­te altret­tan­to facil­men­te di sba­raz­zar­se­ne nei perio­di di crisi. 

 

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Barbara Venneri
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