La vittoria del No e le dimissioni di Renzi

Italian Prime Minister Matteo Renzi looks on during a meeting at the Capitol Hill in Rome, Italy, May 5, 2016. REUTERS/Max Rossi/File Photo

In un arti­co­lo usci­to su Rivi­sta Stu­dio, inti­to­la­to Sono più impor­tan­ti le doman­de o le rispo­ste?, Anna Momi­glia­no scrive:“Proust, riu­scì in una del­le impre­se più dif­fi­ci­li per chi è impe­gna­to in una con­ver­sa­zio­ne: dare una rispo­sta intel­li­gen­te a una doman­da stupida”.

In un impac­cio simi­le a quel­lo del­lo scrit­to­re fran­ce­se si tro­va chi voglia com­men­ta­re l’e­si­to del Refe­ren­dum Costituzionale.

Il dibat­ti­to sul­la rifor­ma, infat­ti, è sta­to scle­ro­tiz­za­to fin dai suoi esor­di e ormai è sta­to già det­to tut­to e il con­tra­rio di tutto.

La respon­sa­bi­li­tà è da attri­bui­re soprat­tut­to alle dichia­ra­zio­ni rila­scia­te da Mat­teo Ren­zi in un’in­ter­vi­sta a Tito Caro, data­ta gen­na­io 2016, in cui affermava:“Se per­do il refe­ren­dum sul­le rifor­me costi­tu­zio­na­li smet­to di far poli­ti­ca”. Oltre al meri­to del­la rifor­ma, la respon­sa­bi­li­tà più gran­de attri­bui­ta a Ren­zi è pro­prio quel­la di aver per­so­na­liz­za­to il refe­ren­dum ridu­cen­do una rifor­ma costi­tu­zio­na­le ad una sor­ta di mid­term elec­tion che valu­tas­se l’o­pe­ra­to del suo governo.

Seb­be­ne que­sta posi­zio­ne sia poi sta­ta scon­fes­sa­ta, il 9 ago­sto alla festa del­l’U­ni­tà di Bosco Alber­ga­ti (Mo) da una nuo­va dichia­ra­zio­ne: “Ho fat­to un erro­re a per­so­na­liz­za­re trop­po, biso­gna dire agli ita­lia­ni che non è la rifor­ma di una per­so­na, ma la rifor­ma che ser­ve all’Italia”, gran par­te del dibat­ti­to poli­ti­co si era ormai pola­riz­za­to nei fron­ti pro e con­tro Renzi.

Nono­stan­te alcu­ni eroi­ci ten­ta­ti­vi di ana­liz­za­re la rifor­ma nel meri­to, soprat­tut­to ad ope­ra di giu­ri­sti e pro­fes­so­ri uni­ver­si­ta­ri — peral­tro a loro vol­ta net­ta­men­te divi­si — è inne­ga­bi­le che il per­so­na­li­smo di Ren­zi abbia inci­so in manie­ra deci­si­va alla ste­su­ra del­la rifor­ma e all’e­si­to del referendum.

Tut­te le iro­nie sugli schie­ra­men­ti che si era­no dichia­ra­ti a favo­re del Sì e del No non ten­go­no con­to di quan­to que­sti schie­ra­men­ti fos­se­ro com­ple­ta­men­te coin­ci­den­ti con chi sostie­ne e chi oppo­ne Renzi.

Lo schie­ra­men­to, vit­to­rio­so, del No com­pren­de­va D’A­le­ma, Ber­sa­ni, Sal­vi­ni, Bru­net­ta, Ber­lu­sco­ni, Gril­lo e Melo­ni; appa­ren­te­men­te un’ac­coz­za­glia infor­me, in real­tà l’in­sie­me di colo­ro che, per un moti­vo o per l’al­tro, si sono oppo­sti a Ren­zi da ben pri­ma del refe­ren­dum costi­tu­zio­na­le e che in que­sto han­no indi­vi­dua­to l’oc­ca­sio­ne di uno scac­co matto.

In seno allo schie­ra­men­to del Sì tro­via­mo-oltre al gover­no- Ver­di­ni, Alfa­no, Casi­ni e Lupi; anche in que­sto caso il risul­ta­to è un cal­de­ro­ne ideo­lo­gi­co di dub­bia coe­sio­ne, non fos­se che per la scel­ta di soste­ne­re il gover­no Ren­zi in un dise­gno poli­ti­co che sem­bre­reb­be voler par­to­ri­re un nuo­vo cen­tro, in tut­to simi­le alla DC del­la pri­ma repubblica.

La rifor­ma, sti­la­ta in modo gros­so­la­no, figlia di trop­pi com­pro­mes­si è sta­ta vizia­ta, dal­la sua gesta­zio­ne alla sua boc­cia­tu­ra, da un cli­ma poli­ti­co tos­si­co figlio di meschi­ni­tà, desi­de­rio di ven­det­ta e dal­la hybris di un uomo che ave­va pen­sa­to di poter­si cari­ca­re sul­le spal­le tut­to il peso di que­sta riforma.

Se que­sta rifor­ma non ha supe­ra­to il giu­di­zio degli elet­to­ri è per­ché chi ha volu­to pro­muo­ver­la si è osti­na­to a non voler sepa­ra­re i que­si­ti refe­ren­da­ri impe­den­do al cit­ta­di­no di espri­me­re una rispo­sta con cogni­zio­ne di cau­sa e costrin­gen­do­lo a vota­re seguen­do cri­te­ri effi­me­ri come il timo­re di vota­re un incom­pren­si­bi­le gar­bu­glio che avreb­be por­ta­to ad un peg­gio­ra­men­to del­la situa­zio­ne o quel­lo di dare adi­to a par­ti­ti anti­si­ste­mi­ci e popu­li­sti­ci come Lega Nord e Movi­men­to Cin­que  Stelle.

Chiunque dica di aver espresso un voto consapevole, mente.

Que­st’im­pos­si­bi­li­tà di vota­re scien­te­men­te  è il capo d’ac­cu­sa più gra­ve alla clas­se poli­ti­ca ita­lia­na, che, anco­ra una vol­ta, si è rive­la­ta inca­pa­ce di rifor­ma­re con cri­te­rio ed irri­spet­to­sa del dirit­to dei cit­ta­di­ni di sape­re cosa votano.

Alla luce del­le dimis­sio­ni di Ren­zi, lo svi­lup­po più pro­ba­bi­le è che Mat­ta­rel­la inca­ri­chi un nuo­vo gover­no, pre­sie­du­to for­se da Pie­tro Gras­so, for­se di nuo­vo dal­lo stes­so Ren­zi che avrà il com­pi­to di appro­va­re una nuo­va leg­ge elet­to­ra­le per la Camera.

In segui­to all’ap­pro­va­zio­ne del­la nuo­va leg­ge elet­to­ra­le, che potreb­be richie­de­re diver­so tem­po, nono­stan­te le pres­sio­ni di Gril­lo sul suo blog che auspi­ca di “ave­re la nuo­va leg­ge elet­to­ra­le in una set­ti­ma­na”, le came­re saran­no sciol­te e si tor­ne­rà alle elezioni.

Le inten­zio­ni di Ren­zi non sono chia­re, ma  nel­l’in­ter­vi­sta di gen­na­io 2016, a Tito Caro dichiarava:“Premesso che deci­de il pre­si­den­te del­la Repub­bli­ca, l’in­ten­zio­ne del gover­no è arri­va­re a fine legi­sla­tu­ra per­ché l’i­dea che si rispet­ti­no le sca­den­ze natu­ra­li è un prin­ci­pio di buon sen­so. Sia chia­ro — pre­ci­sa — è tut­to legit­ti­mo, anche anda­re a vota­re doma­ni mat­ti­na. E noi non abbia­mo pau­ra del­le ele­zio­ni. Ma per me nel 2017 si fa il con­gres­so del par­ti­to. E poi nel 2018 si vota.”  Lo stes­so D’A­le­ma, dopo lo spo­glio dei voti, ha affer­ma­to che “non è respon­sa­bi­le anda­re alle ele­zio­ni subito”.

Qua­li saran­no i pros­si­mi prov­ve­di­men­ti quin­di è intel­le­gi­bi­le e rima­ne inde­ci­fra­bi­le quan­do si andrà a votare.

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Nicolò Tabarelli
Zelan­te buro­cra­te zari­sta, più per dispet­to che per convinzione.

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