Eroi epici

Mel­bour­ne, Austra­lia, le otto di sera. Una cal­da dome­ni­ca di gen­na­io. Due tren­ten­ni ingan­na­no l’attesa per la cena gio­can­do a ten­nis e sic­co­me se la cava­no discre­ta­men­te, c’è pure qual­cu­no dispo­sto a veder­li gio­ca­re. Bofon­chia­no, i tifo­si sugli spal­ti. «A me pia­ce quel­lo lì, quel­lo ele­gan­te», «A me quel­lo che urla e lotta».

Sce­glie­re è un dilem­ma e una lot­ta inte­sti­na. Tra tut­ti, solo un vec­chiet­to qua­si ottan­ten­ne si gode pla­ci­da­men­te lo spet­ta­co­lo. Ha il naso appun­ti­to, lo sguar­do vispo e il vol­to serio. Il suo nome è Rod Laver e il cam­po in cui i due ten­ni­sti stan­no gio­can­do, è inti­to­la­to a lui. A suo tem­po, infat­ti, ha lascia­to qual­che bel ricor­do e infran­to un paio di record.

Australian Rod Laver, seeded number one, returns against Jan Leschly of Denmark in play at Wimbledon, June 27, 1969. Laver triumphed, 6-3, 6-3, 6-3. (AP Photo/Bob Dear)

Nes­su­no però sem­bra con­si­de­rar­lo. Sono tut­ti pre­si a osser­va­re i due tren­ten­ni sul ter­re­no di gio­co. Uno è sviz­ze­ro e di anni ne ha 35: è quel­lo ele­gan­te. L’altro ha 30 anni ed è spa­gno­lo: è quel­lo che urla e lot­ta. Stan­no com­bat­ten­do da ormai tre ore per por­ta­re a casa una cop­pa. Una cop­pa che mai avreb­be­ro pen­sa­to di poter conquistare.

Non per­ché non sia­no bra­vi, inten­dia­mo­ci: è che sono un po’ sta­gio­na­ti e non sono pro­prio in for­ma. Lo sviz­ze­ro – di nome Roger- non gio­ca da mesi, per dei pro­ble­mi al meni­sco. Lo spa­gno­lo – di nome Rafa- ha visto cala­re i suoi risul­ta­ti a cau­sa di un pol­so non più sanis­si­mo. Inve­ce ecco­li lì.

Fra defe­zio­ni improv­vi­se e par­ti­te al car­dio­pal­ma, sono rima­sti solo loro. Un per­cor­so spe­cu­la­re che li ha por­ta­ti alla stes­sa meta. Arthur Ashe, ten­ni­sta afroa­me­ri­ca­no degli anni ’60-’70, dice­va che il ten­nis è rego­la­to da una sor­ta di kar­ma, per cui tut­to alla fine fini­sce con l’equilibrarsi. Visti i fat­ti, pare oppor­tu­no credergli.

Roger e Rafa sono rivali da dieci anni e si sono scontrati su ogni superficie prevista dal regolamento ATP.

 

Que­sta è la loro par­ti­ta nume­ro 35, come l’età di Roger. Han­no divi­so il pub­bli­co in due fazio­ni: i soste­ni­to­ri del re sviz­ze­ro e i ribel­li fede­li a Rafa, il fan­te di pic­che. Già, per­ché se Roger è sen­za dub­bio un re – fos­se anche solo per le 286 set­ti­ma­ne da n° 1 del ran­king- Rafa è un fan­te vota­to alla ribel­lio­ne, dispo­sto a tut­to pur di otte­ne­re la vet­ta, per nul­la incli­ne alla mise­ri­cor­dia. Sono l’uno il con­tra­rio dell’altro, come si addi­ce a dei veri riva­li. Nes­su­no dei due vuo­le per­de­re que­sta par­ti­ta: sono infat­ti pas­sa­ti cin­que anni dal­la loro ulti­ma fina­le e chis­sà se in futu­ro ce ne sarà un’altra.

Per quanto ne sanno è proprio questa “la” partita.

Han tira­to per le lun­ghe, come da copio­ne. Han­no vin­to due set a testa, alter­nan­do­si. Roger, Rafa, Roger, Rafa; come i ver­si di una can­zo­ne. Ora, l’ultimo atto, dove tut­to si risol­ve. Lo spa­gno­lo par­te bene, con­fer­man­do i pro­no­sti­ci che lo dan­no favo­ri­to. Ruba il ser­vi­zio all’avversario: un rat­to deci­so e fur­ti­vo, fino­ra rima­sto impu­ni­to. Ma il re non ci sta. Lui non ruba: pren­de alla luce del sole ciò che è suo di diritto.

La situa­zio­ne, dun­que, è nuo­va­men­te in pari­tà fin­ché non si arri­va all’ottavo game. Deci­si­vo non sul pia­no mate­ma­ti­co, ma su quel­lo psi­co­lo­gi­co. Se lo sviz­ze­ro sot­trae la bat­tu­ta all’avversario, ha l’opportunità di anda­re a ser­vi­re per il match. È subi­to lot­ta, nes­su­no cede il pas­so. Deu­ce, ossia 40–40. Per por­ta­re a casa il game si devo­no con­qui­sta­re due pun­ti con­se­cu­ti­vi sen­za lasciar­ne all’avversario. Ed è pro­prio qui, nel momen­to più solen­ne del­la par­ti­ta, che arri­va il mira­co­lo. Il duel­lo fina­le ini­zia sol­tan­to ades­so. Tre ore di pre­li­mi­na­ri per arri­va­re al minu­to deci­si­vo: la stro­fa più bel­la del­la canzone.

Bat­te Rafa, da destra. La pri­ma la tira cen­tra­le, ma è out. Secon­da chan­ce: que­sta vol­ta va, la spe­di­sce sul drit­to di Roger. Fede­rer, destror­so, par­to­ri­sce un drit­to incro­cia­to indi­riz­za­to al rove­scio di Nadal, man­ci­no. È una gara al miglior rove­scio, un per­ver­so brac­cio di fer­ro sepa­ra­to da una rete. Anche qui un’altra dif­fe­ren­za: lo sviz­ze­ro lo ese­gue a una mano, come quel­lo di una vol­ta, lo spa­gno­lo di mani ne usa due, come un bat­ti­to­re di base­ball. Un paio di col­pi per par­te, poi cam­bio di sce­na: ora toc­ca al drit­to. Chi­rur­gi­co Roger, pneu­ma­ti­co Rafa. La bat­tu­ta è del fan­te, det­ta lui il rit­mo. Fino­ra il re ha dovu­to pre­sta­re orec­chio, ma sta esco­gi­tan­do un modo per defi­lar­si da que­sto tam tam. All’improvviso, la bat­ta­glia si spo­sta al cen­tro del­la riga di fon­do­cam­po; non era mai suc­ces­so, in que­sto scam­bio. I ruo­li, come per magia, si inver­to­no. Dopo alcu­ni con­ve­ne­vo­li, Roger ini­zia a det­ta­re le sue rego­le: Rafa a rin­cor­re la pal­li­na. Il re la spe­di­sce dovun­que, il fan­te la riman­da al cen­tro. Ma a ogni col­po la cor­sa si fa più len­ta e il recu­pe­ro aggiun­ge alla vol­ta un mez­zo secon­do di troppo.
Drit­to incro­cia­to di Fede­rer sul rove­scio di Nadal; Nadal incro­cia il rove­scio sul drit­to di Fede­rer. Per una, due, tre vol­te di fila. Una rima chiu­sa che non por­ta da nes­su­na par­te. Anco­ra una stro­fa, per chiu­de­re la par­ti­ta in poe­sia; anco­ra una stro­fa, per la can­zo­ne del re. È pro­prio lo sviz­ze­ro a rom­pe­re l’incanto. Non più drit­to incro­cia­to, ma drit­to per drit­to. Rafa è a destra, la pal­li­na a sini­stra. La can­zo­ne è ter­mi­na­ta, resta l’epilogo, il cap­pel­lo fina­le. Il re è tor­na­to, viva il re: dagli spal­ti si applau­de per la bel­la battaglia.
Rod Laver, dal­lo sguar­do vispo e il naso appun­ti­to, sorride.

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Francesco Albizzati
Pen­so, scri­vo, par­lo: spes­so iro­ni­ca­men­te. Aller­gi­co agli ‑ismi.

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